Bologna, 1926: l’attentato a Mussolini e il caso Zamboni

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Mussolini

Il 31 ottobre 1926 un colpo di pistola mancò il Duce. L’uccisione di Zamboni aprì la strada a nuove misure restrittive del regime fascista in Italia

Era la sera di domenica 31 ottobre 1926, quarto anniversario della nomina del Duce a primo ministro, a seguito della marcia su Roma. Un ampio capitolo su l’avvento di Mussolini, ne scrivo sul libro “Il Segreto del Maresciallo” Costa edizioni. Il Duce del fascismo si era recato a Bologna il giorno prima per inaugurare lo stadio del Littoriale. Al termine delle celebrazioni venne accompagnato verso la stazione, ove un treno lo attendeva per riportarlo a Roma. Si trovava su una automobile scoperta, una Alfa Romeo guidata da Leandro Arpinati. Costui, eletto nel 1924 nel listone fascista, era il federale provinciale del Pnf di Bologna.

Alle 17,40 il corteo raggiunse, tra ali di folla tenuta a distanza da un cordone di militari, l’angolo di via Rizzoli e via dell’Indipendenza. Qui, Anteo Zamboni, un fattorino di quindici anni nella tipografia del padre, appostato tra la folla, approfittando del rallentamento dell’auto per svoltare, tirò fuori una pistola e sparò contro Mussolini, mancandolo. Il maresciallo maggiore Francesco Burgio, che si trovava vicino al giovane, così testimoniò ai magistrati: «…mentre dalle finestre dei palazzi cadevano fiori sull’auto del Duce, un individuo allungava il braccio destro in direzione dell’on. Mussolini facendo l’atto di sparare. Per fortuna un carabiniere, Vincenzo Acclavi del nucleo di Trieste, che si trovava lì per servizio, dette un brusco colpo al braccio dello sconosciuto, così che lo sparo deviò, e il Duce sfuggiva per miracolo al criminoso gesto».

Subito massacrato

La Civiltà Cattolica dell’epoca così descrisse la scena: «lacerò all’on. Mussolini la fascia del Gran Cordone Mauriziano e la giubba all’altezza del petto, attraversando quindi la manica del podestà Umberto Puppini e il cilindro che teneva sulle ginocchia, e si conficcò nell’imbottitura della portiera. L’assassino aveva quindi mirato a una parte vitale. Il popolo scorse una speciale assistenza dal Cielo; l’on. Mussolini rimase del tutto incolume e, senza smarrirsi o perder punto la calma, proseguì per la stazione, dove rivolse un discorso ad alcune centinaia di ufficiali dell’esercito».

Il giovane Zamboni fu immediatamente assalito dai fascisti presenti e massacrato sul posto. Secondo la ricostruzione, a strangolarlo e a ucciderlo con 14 pugnalate profonde furono gli squadristi di Leandro Arpinati e gli arditi milanesi capitanati da Albino Volpi, di cui scriverò più avanti. Per ironia della sorte, colui che per primo individuò e bloccò il giovane attentatore che stava per fuggire fu il tenente della 56ª fanteria Carlo Alberto Pasolini, il padre del futuro regista e scrittore PierPaolo!

Il Papa regnante condannò l’attentato con queste parole: «attentato criminale il cui solo pensiero ci rattrista… e ci fa rendere grazie a Dio per il suo fallimento».

Chi era Anteo Zamboni

Era nato a Bologna nel 1911. Figlio di Viola Tabarroni (1886-1972) e Mammolo Zamboni (1882-1952), ambedue anarchici. Alla nascita lo avevano registrato all’anagrafe con il nome di Ateo per le loro idee antireligiose; poi rinominato al momento di andare alla scuola elementare in Anteo. Il padre, di professione tipografo, divenne collaborazionista del fascismo per ragioni di sopravvivenza: stampava infatti i fogli di propaganda della sezione bolognese del Partito Nazionale Fascista. Anteo era di carattere solitario e taciturno ed era soprannominato in famiglia «Il Patata» per la sua scarsa intelligenza. Dopo l’uccisione, il corpo martoriato di Anteo venne sepolto nel Cimitero della Certosa di Bologna.

Le indagini

La fretta nell’eliminare l’autore dell’attentato apparve alla polizia come un elemento sospetto. In un primo tempo si pensò a un coinvolgimento degli squadristi locali che facevano capo ad Arpinati, in quanto questi, ex anarchico anche lui, era amico del padre di Anteo, Mammolo Zamboni, ma le indagini non diedero risultati concreti. Si pensò anche al coinvolgimento di Roberto Farinacci e dei suoi seguaci. Il ras di Cremona era caduto in disgrazia e fu indiziato come possibile mandante. Questi sospetti, secondo gli storici, avevano un fondamento. Comunque, quando si delineò l’ipotesi del complotto fascista, dall’alto giunse l’ordine di non indagare più, in previsione delle ripercussioni che ciò avrebbe avuto sulla opinione pubblica.

Si concluse quindi ufficialmente che l’attentato era stato opera di un folle elemento isolato. Il processo che ne seguì contro la famiglia Zamboni, istigatrice dell’atto di Anteo, portò alla incriminazione del padre Mammolo e di una zia di Anteo, Virginia, come ispiratori, che furono condannati a 30 anni, mentre i due fratelli di Anteo, Lodovico e Assunto, a cinque anni di confino. Quest’ultimo riparò in Svizzera. Nel novembre 1932, però, Mussolini fu convinto da Leandro Arpinati, che nel frattempo era divenuto sottosegretario agli Interni, a concedere la grazia ai due per una complessa vicenda di spionaggio, al cui centro c’era Assunto Zamboni. Questi, giunto in Svizzera, era entrato a far parte di ambienti antifascisti. Lavorava per un giornale ticinese socialista. Qui si invaghì di una spia dell’Ovra (Polizia politica fascista), una certa Graziella, che lo convinse a denunciare i suoi compagni.

Fascisti dissidenti

C’è da registrare che Mussolini condannò il linciaggio di Zamboni con queste parole: «Degli attentati da me subiti, quello di Bologna non fu mai completamente chiarito. Me la cavai per miracolo. L’esecutore fu invece linciato dalla folla. Con questo atto barbarico l’Italia non dette certo prova di civiltà!».

Ho scritto nella prima pagina che tra coloro che uccisero Anteo Zamboni a Bologna ricompare la figura di Albino Volpi. Costui ebbe un ruolo importante nel rapimento dell’on. socialista Giacomo Matteotti, su Lungotevere Arnaldo Da Brescia (vedi articolo su Eurocomunicazione del giugno 2020), in quanto fu probabilmente Volpi ad eseguire l’assassinio nel giugno del 1924. Gli storici ritengono che fu Volpi, con i suoi arditi milanesi, a uccidere Zamboni per zittirlo. Trattandosi di fascisti dissidenti, avevano ordito il complotto per eliminare Mussolini, in quanto contrari alla sua politica giudicata «moderata», che avrebbe tradito lo spirito del fascismo. Il loro intento sarebbe stato destabilizzare i vertici del regime e prenderne il potere.

Gli altri attentati a Mussolini

Il primo attentato fu ideato il 4 novembre 1925 a opera dell’ex deputato socialista Tito Zaniboni (Monzambano -MN- 1/2/1883 – Roma 1960) e dal generale Luigi Capello. Zaniboni aveva aderito al Partito socialista fin dal 1914. Nella prima guerra mondiale si era guadagnato tre medaglie d’argento al valor militare. Nel 1921 fu eletto deputato per il Partito socialista nella corrente che faceva capo a Matteotti. Nel 1924, però, non fu rieletto. Fu in prima linea per la ricerca del corpo di Matteotti e rimase così sconvolto dal rapimento che una notte scoperchiò tredici tombe del cimitero del Verano alla ricerca del corpo del deputato socialista.

Il 4 novembre del 1925 Zaniboni avrebbe dovuto uccidere il Duce con un fucile di precisione, da una finestra dell’albergo Dragoni che all’epoca fronteggiava il balcone di Palazzo Chigi, da cui Mussolini avrebbe dovuto affacciarsi per celebrare l’anniversario della Vittoria. L’attentatore non era però a conoscenza che nel suo gruppo si era inserito un informatore della polizia e che tutte le sue mosse erano state sorvegliate dal questore Giuseppe Dosi. Zaniboni fu quindi arrestato tre ore prima dell’attentato, insieme al generale Capello.

Il saluto romano

MussoliniIl secondo attentato al Duce avvenne il 7 aprile 1926. Mussolini usciva dal Campidoglio dopo aver partecipato a un congresso, quando venne colpito al naso da un colpo di pistola sparato da una donna irlandese squilibrata, Violet Gibson. Il Duce si salvò perché in quel momento stava compiendo il saluto romano e aveva volto la testa all’indietro, ma rimase ferito al naso. Per evitare un incidente diplomatico con la Gran Bretagna, Violet fu dichiarata inferma di mente e subito rimpatriata. Trascorse il resto della vita in un ospedale psichiatrico in Inghilterra, ove morì nel 1956. Dopo l’attentato, la famiglia della Gibson spedì una lettera di scuse al Governo italiano e si congratulò con Mussolini per lo scampato pericolo.

Il terzo attentato avvenne l’11 settembre del 1926 a opera del carrarese Gino Lucetti. Questi lanciò un ordigno esplosivo contro l’auto, una Lancia Lambda Coupè de Ville che trasportava Benito Mussolini, nel tragitto da casa a Palazzo Chigi. Lucetti si era appostato sul piazzale di Porta Pia, nei pressi della strettoia all’imbocco di via XX Settembre. La bomba rimbalzò sul bordo superiore del finestrino posteriore destro dell’auto ed esplose a terra, ferendo otto passanti, lasciando illeso il Duce. Lucetti fu immobilizzato da un passante e poi raggiunto dalla polizia. Fu trovato armato di una pistola di piccolo taglio.

Il giorno seguente il questore di Roma Pericoli e il capo della Polizia Francesco Moncada furono «dimissionati». Lucetti fu processato dal Tribunale Speciale nel 1927 e condannato a trenta anni. Altri due complici condannati a venti anni. Nel 1943, alla caduta del fascismo, Lucetti fu liberato e si trasferì a Ischia, ove erano arrivati gli alleati, ma morì qui in un bombardamento da parte di aerei nazisti.

Il bastone e la carota di Mussolini

C’è da riferire che Mussolini in tutte queste vicende di attentati ebbe sempre presente le condizioni delle famiglie degli imputati. Nel caso di Tito Zaniboni, costui nel 1935 spedì diverse lettere a Mussolini, ringraziandolo per aver aiutato economicamente la figlia a terminare gli studi universitari; prese parte in carcere alla campagna dell’oro alla patria per finanziare la guerra d’Etiopia. La stessa figlia di Zaniboni, Bruna, inviò lettere di ringraziamento a Mussolini per l’aiuto concessole e fece dono al Duce della propria tesi di laurea. Nel caso di Anteo Zamboni, nel novembre 1932 Mussolini, su invito di Leandro Arpinati, divenuto sottosegretario agli Interni, decise di graziare Assunto e Lodovico Zamboni, fratelli di Anteo.

Questo comportamento del “bastone e la carota” avvalora quanto mi riferì la moglie del Duce, Donna Rachele Mussolini, in un breve colloquio che ebbi con lei nell’estate del 1973, riportato a pagina 178 del mio libro “Il Segreto del Maresciallo”.

Le conseguenze: le leggi fascistissime

L’attentato di Bologna consentì al Governo la promulgazione di “Leggi per la tutela dello Stato“, che furono approvate il 9 novembre 1926 dalla Camera e il 20 novembre dal Senato del Regno. Decretavano l’annullamento di tutti i passaporti per l’estero; sanzioni contro gli emigrati clandestini; revocavano tutte le licenze di pubblicazioni di giornali e periodici contrari al regime; scioglievano tutti i partiti politici, associazioni e organizzazioni contrari al regime; istituivano il confino di polizia per coloro che sovvertivano o contrastavano i poteri dello Stato. Era prevista la pena capitale per attentati alla vita del capo del Governo e ai membri della famiglia reale. Venne istituita l’Ovra, la polizia politica del regime e del partito fascista. Venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Infine, fu approvata la proposta di allontanare i deputati dell’opposizione, dichiarandoli decaduti dal loro incarico

 

Giancarlo Cocco

Foto © Fatti per la Storia, Roba da Donne, News-24, Wikipedia

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