Il commissario Dosi: il Poirot italiano che inventò l’Interpol

0
356

Storia dell’investigatore che suonava il violino, dipingeva, poetava e studiava le lingue, seguendo le lezioni di criminologia e del Super poliziotto che scoprì “Il mostro di Roma”

Per comprendere il poliziotto Giuseppe Dosi che fece dell’investigazione un’arte, bisogna leggerne la vita come “un romanzo”. Il “Super poliziotto”, come da alcuni fu definito, avrebbe potuto avvantaggiarsi dei successi conseguiti con le sue investigazioni, ma da amante della giustizia, preferì andare contro corrente rischiando la carriera per salvare un innocente dal carcere e far condannare il vero colpevole. Il caso di Gino Girolimoni definito “il Mostro di Roma” avrebbe segnato tutta la vita di questo integerrimo rappresentante della legge.

Dosi era nato a Roma nel 1891, figlio di un sottufficiale dei carabinieri, aveva tentato, giovanissimo, la strada dell’arte avvicinandosi al mondo del teatro, prima come attore e poi come sceneggiatore. Questa sua inclinazione ai travestimenti gli sarebbe stata utile più tardi nelle indagini di polizia. Nel 1912 si fece scritturare come “generico” nella Compagnia drammatica stabile del Teatro Argentina, e fece da comparsa in un film muto con la diva Francesca Bertini, ma si doveva pur mangiare e nello stesso anno fece domanda per essere assunto come alunno delegato di Pubblica Sicurezza, livello che ai tempi non richiedeva la laurea (ma si sarebbe comunque laureato più tardi). Superati brillantemente gli esami fu dapprima assegnato alla Scuola di Polizia Scientifica e, ad agosto del 1913, inviato a Udine.

Le sue attitudini teatrali e investigative le mise subito in atto nel 1914, quando nei panni di un avventuriero francese scoprì un lucroso traffico di saccarina. Altra indagine affidata a Dosi fu “la misteriosa malattia di Gabriele D’Annunzio”. Il 13 agosto del 1922 nella villa del Vittoriale, il Vate, seduto sul davanzale di una finestra, perse l’equilibrio e cadde nel giardino sottostante da una altezza di quattro metri. Ebbe una seria frattura  alla base del cranio e il fatto scatenò clamore e illazioni sui giornali. Il fattaccio accadde proprio a due giorni dall’incontro storico per la pacificazione nazionale già fissato tra D’Annunzio, Francesco Saverio Nitti e Benito Mussolini per preparare la marcia su Roma. Questi due ultimi, informati dello spiacevole incidente, augurarono all’infortunato rapida guarigione.

I figli di D’Annunzio e gli Arditi Fiumani chiesero però una indagine segretissima sull’episodio che fu affidata a Dosi, il quale si presentò a Villa Gardone nei panni di esule cecoslovacco e fervente ammiratore del Vate, che lo accolse e lo ospitò per alcuni giorni. I risultati dell’indagine misero in luce la tresca che c’era tra Luisa Baccara, compagna di D’Annunzio, il Vate, con la sorella minore Jolanda Baccara che dimoravano nella villa. Una delle due per “morbose attenzioni del poeta” avrebbe procurato la caduta, o per gelosia o forse per difendere la sorella. Il fatto non ebbe conseguenze penali in quanto la villa di D’Annunzio era considerata alla stregua di territorio extraterritoriale. A ventiquattro giorni dal rapporto di Dosi ci fu la marcia su Roma.

Ma il nome di Giuseppe Dosi è legato principalmente alle indagini sulMostro di Roma”. Siamo in piena era fascista e la capitale è afflitta dalla presenza di un mostro che va a caccia di bimbe. Il 31 marzo del 1924 Emma Giacobini, una bambina di quattro anni, viene ritrovata in stato di shock davanti un negozio: è nuda e ha in mano le mutandine sporche di sangue. Racconterà di essere stata avvicinata in piazza Cavour da un uomo di mezza età, distinto, magro, con un cappello nero che gli aveva promesso di condurla in pasticceria. L’aveva invece portata dietro una siepe usandole violenza, aveva anche cercato di strangolarla ma l’arrivo di un passante era stato provvidenziale.

Il 4 giugno dello stesso anno, altro episodio, la piccola Bianca Carlieri detta “La Biocchetta” mentre giocava nei prati nei pressi della Basilica di San Paolo viene avvicinata da un uomo alto, vestito di grigio, che la porta via con sé. Il giorno dopo una donna ne scopre il corpo senza vita nei prati della Basilica con evidenti segni di stupro. La notizia amplificata dai giornali provocò orrore. Si scatenò la caccia al mostro e centinaia di persone furono convocate nei commissariati. Un vetturino, indicato nel quartiere come il presunto stupratore, si uccise avvelenandosi sopraffatto dalla vergogna. Il 24 novembre, a cinque mesi di distanza il mostro si rifà vivo.

La sua terza vittima è Rosina Pelli, di quattro anni, che viene adescata vicino Piazza San Pietro con la scusa di comprarle dei dolciumi. Giunto in un luogo appartato il mostro la violenta e la uccide strangolandola. Il corpicino verrà abbandonato in un prato e sarà rinvenuto lì accanto un fazzoletto bianco con le iniziali ricamate L.R. Il 29 maggio 1925 Elsa Berni, una bambina di sei anni del rione Borgo, mentre si appresta a riempire il fiasco a una fontanella poco distante dalla sua abitazione, viene presa con la forza da un uomo “distinto, con paletot nero e cappello floscio nero: sembrava un forestiero” diranno dei testimoni, e la costringe a seguirlo. La bambina verrà ritrovata il giorno dopo sulle sponde del Tevere violentata e strangolata con un fazzoletto bianco stretto al collo.

L’omicida tentò altre due volte di colpire, il 26 agosto del 1925 e il 12 febbraio 1926, le vittime vennero rapite ma non uccise. Il 12 marzo 1927 il mostro colpì per l’ultima volta, scomparve un’altra bambina di cinque anni Armanda Leonardi, il cui cadavere straziato e strangolato, fu trovato il giorno dopo in un prato sull’Aventino. Dopo quest’ultimo omicidio Mussolini dette ordini perentori al capo della Polizia dell’epoca Arturo Bocchini perché trovasse subito il colpevole. Per dare una risposta concreta alla rabbia della popolazione venne accusato degli orrendi delitti un certo Gino Girolimoni mediatore di affari, sulla base della testimonianza di un oste che  si recò in questura dicendo di aver visto la piccola nel suo locale in compagnia di un uomo che riconobbe nel Girolimoni.

Altri testimoni sostennero che il mediatore, che abitava in via Boezio, non lontano dal Vaticano dove erano avvenuti gli omicidi, spesso spiava le bambine e offriva loro caramelle e dolciumi. Prima che iniziasse il processo, Girolimoni fu messo alla gogna mediatica e additato da tutti come il famigerato mostro di Roma. Ma le prove raccolte su di lui erano labili e l’8 marzo 1928 il tribunale di Roma lo assolse con formula piena dalle accuse infamanti. In proposito Alessia Glielmi, responsabile degli Archivi del Museo Storico della Liberazione, racconta che dal “fascicolo Dosi” emerge che la base accusatoria della polizia si fondava su un teste chiave nell’accusare Girolimoni, un oste, che disse di aver riconosciuto in lui l’uomo entrato con la bambina, poi uccisa nel suo locale.

Tutto si smontò quando il vero avventore, certo Domenico Marinutti, si presentò nel commissariato Trionfale dichiarando che quella sera lui e la figlia erano andati a bere in quell’osteria e la figlia era viva e vegeta. Nonostante l’assoluzione il povero Girolimoni rimase marchiato per tutta la vita, e non trovò più lavoro. Morirà in completa povertà il 20 novembre del 1961 al suo funerale parteciparono solamente l’avvocato difensore e Giuseppe Dosi, che avevano sempre creduto nella sua innocenza. Ancora negli anni 1950 e ’60 l’appellativo di “girolimoni” veniva usato come sinonimo di pedofilo.

Del caso del mostro Giuseppe Dosi non era stato ancora coinvolto nelle indagini ma segnalò ai suoi superiori che Capri era divenuta meta di molti omosessuali ed ebbe notizia di un pastore anglicano certo Ralph Lyonel Bridges, settanta anni, che era stato arrestato in flagrante, sull’isola, mentre commetteva molestie sessuali su una bambina. Il cittadino britannico proveniva da Roma ove era pastore della Holy Trinity Church of England di Via Romagna. Dosi cercò di approfondire gli elementi di colpevolezza contro il Reverendo Bridges ma ne fu impedito dai superiori che temevano un incidente diplomatico con la Gran Bretagna in quanto in difesa del pastore era intervenuto il console inglese di Napoli che ne aveva richiesto il rilascio. L’indagine si arenò e Dosi ritornò a Roma.

Le indagini intanto sul mostro proseguirono dopo l’assoluzione di Girolimoni. Il caso fu quindi assegnato al super poliziotto per scoprire il mostro. Dosi ascoltò le testimonianze e si convinse che vi erano similitudini tra ciò che era successo a Capri e gli omicidi di Roma che coinvolgevano il reverendo Bridges. Raccolse ben 90 indizi a carico del pastore anglicano. Convinse i suoi superiori a fermare il reverendo, nel frattempo ritornato in Inghilterra, in quanto venne a conoscenza che Brydges si era imbarcato a Londra sulla nave inglese Linstephan Castle diretta a Suez, ma che avrebbe fatto scalo a Genova. Fu qui che Dosi gli notificò l’ordinanza di fermo, e durante la perquisizione nella cabina di Brydges, emersero nuovi indizi. Un taccuino con sopra annotati i luoghi ove erano avvenute le sparizioni delle bambine, un paio di fazzoletti bianchi simili a quelli usati per strangolare le bimbe, anche ritagli di giornali che parlavano di omicidi di bambine avvenuti a Ginevra, in Germania e in Sud Africa.

Con ulteriori ricerche, il “super poliziotto”  scoprì che il pastore anglicano si trovava proprio in quei Paesi quando si erano verificati quegli omicidi. Ne  ottenne il  trasferimento a Roma per un serrato interrogatorio al termine del quale Brydges venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Una perizia stabilì che il pastore anglicano era capace dei delitti addebitatigli. Nonostante gli elementi raccolti il 23 ottobre 1929 Brydges venne prosciolto dalla Corte di Appello di Roma “per insufficienza di prove” probabilmente si trattò di una sentenza “politica” in quanto l’11 febbraio di quell’anno erano stati firmati tra Mussolini e il Vaticano i Patti Lateranensi poi ratificati il 7 giugno. E’ plausibile che per non incrinare i rapporti tra Italia, Santa Sede, Regno Unito e creare quindi “un dissidio diplomatico” il pastore venne scarcerato, lasciò subito l’Italia per il Canada, ove fece perdere le sue tracce.

L’episodio determinò dissidi tra i vertici della polizia e politici, e a pagarne le spese fu lo stesso Dosi che era divenuto un personaggio “scomodo” e venne trasferito a Cortina d’Ampezzo. Secondo quanto afferma lo storico professore Mauro Canali, in una breve intervista rilasciata a Eurocomunicazione e che ha seguito il caso nell’Archivio storico della Polizia, «l’avversione del capo della Polizia Bocchini verso Dosi è precedente al caso di Girolimoni, in quanto lo aveva già identificato come un personaggio che sfuggiva al suo controllo».

Le peripezie di Dosi non erano ancora finite perché fu nuovamente trasferito ad Assisi, poi a La Spezia ove risolse il caso di un serial-killer. Cominciò a scrivere ad alti funzionari romani della Pubblica Sicurezza accusandoli di incapacità. Risultato, dopo tre anni di richieste incessanti fu sospeso per alcuni mesi dal servizio e dallo stipendio. L’ossessione della giustizia per sé e per gli altri lo portarono in un vicolo cieco. Tornato in servizio fu trasferito a Firenze nel 1933, poi ad Urbino nel 1935 quindi a Vasto nel gennaio del 1936. Maturò di abbandonare la polizia e scrisse un memoriale che più tardi lo stesso Dosi definì “libro del Diavolo”. In esso raccontava la sua vita, la sua carriera, le indagini, in particolare di quelle sul “mostro di Roma” e lo dedicò a Mussolini e alla figlia Gabriella scomparsa appena nata.

La reazione fu pesantissima, il libro sequestrato, Dosi sospeso dal servizio e poi arrestato. Il 19 giugno del 1939 fu condotto a Regina Coeli nel terzo braccio quello dei politici. La famiglia rimase allo sbando e senza sostentamento. Dopo tre mesi di carcere duro, il 21 settembre fu prelevato dal carcere di Regina Coeli e condotto nel manicomio di Santa Maria della Pietà ove rimase ben diciassette mesi. Radiato dalla Polizia fu liberato nel gennaio del 1941 quando la guerra era già scoppiata. Tornò a vivere in un palazzo nei pressi della Basilica di San Giovanni in Laterano. Per i suoi trascorsi e la conoscenza delle lingue, oltre l’inglese parlava correttamente il tedesco, il francese e il russo, ottenne un posto di funzionario amministrativo presso l’Eiar (odierna RAI) che aveva sede in via delle Botteghe Oscure, occupandosi anche di reportage giornalistici, e lì rimase fino a gennaio del 1944 quando rifiutò di trasferirsi al Nord per lavorare nei servizi radio della Repubblica Sociale Italiana.

(segue)

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui