Perché gli americani hanno voltato le spalle a Trump

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Americani Trump sconfitta

Il bilancio dell’amministrazione Usa ha portato a una dura sconfitta elettorale. Gli esiti delle Midterm vedono i dem trionfare

Uno tsunami blu travolge l’America. Dall’Oregon alla Georgia, (quasi) tutti gli Stati al voto sembrano tingersi di un altro colore, consegnando alla storia la fine dell’era Trump e un destino incerto per gli Usa.

L’esito delle elezioni di metà mandato (Midterm) è ormai scritto, nonostante lo spoglio di tre Stati federati (Alaska, Mississippi e California) non sia stato ancora completato. Con 255 seggi alla Camera contro i 180 repubblicani e 54 al Senato contro 44, il Democratic Party scalza il dominio GOP (Great Old Party), conquistando l’intero Congresso e ri-orientando la maggioranza silenziosa verso la ricerca di un nuovo Commander in chief. 

La linea economica fallimentare di Trump

ConsultingLa mancata stabilizzazione dell’inflazione, i prezzi record del carburante e lo squilibrio della bilancia federale statunitense hanno completamente ribaltato le promesse fatte durante la campagna presidenziale del 2024. Oggi, gli americani hanno meno soldi nelle proprie tasche. E mentre industria bellica, mineraria e Big Tech vivono una rinnovata Golden Age, il potere d’acquisto crolla e il costo di un pieno schizza alle stelle. 

La politica economica del Tycoon sembra essersi dimenticata dei settori tradizionali (edilizia, immobili e manifattura) e delle esigenze dei cittadini dell’America profonda. Questo è il bilancio, e la rivolta dei forgotten man ne è ovvia conseguenza. La confusa – e a tratti autoritaria – gestione del Paese non ha saputo tenere a bada le priorità dei propri elettori, precipitando gli Stati Uniti nel caos. 

I tagli al bilancio e al personale dei dipartimenti, le pressioni contro la Fed (Federal Reserve) e lo smantellamento di intere agenzie intergovernative hanno gettato i presupposti per un cortocircuito istituzionale che va ben oltre i confini nazionali.

Fondate durante gli anni del confronto con l’Urss e della seconda guerra mondiale, le storiche emittenti Radio Free Europe e Voice of America sono state poste nella condizione di chiudere. L’Usaid (United States Agency for International Development), che da decenni destinava miliardi di dollari in aiuti umanitari, programmi di sviluppo agricoli e progetti infrastrutturali nei Paesi del Sud globale, ha subito enormi contrazioni. E così per i Peace corps, fondati da Kennedy nel 1961 per promuovere la cultura statunitense nel Mondo.

L’impero americano si sgretola

LimesImpero globale da tempo in crisi, Washington ha perso gran parte del proprio soft power in favore della sorprendente ascesa diplomatica di Pechino. Che forze o partner regionali oggi guardino più all’Estremo Oriente che all’Atlantico è un dato di fatto. Anche se le prime crepe nel sistema-America non sono da ricondurre a tale amministrazione.

Sussistono comunque delle responsabilità evidenti. Blitz come la cattura di Maduro in Venezuela o una possibile azione a Cuba seguono una logica di ri-allineamento dei propri interessi internazionali. Gli Usa hanno smesso di essere gendarme del Mondo e intendono concentrarsi sul proprio backyard: le Americhe. La pratica diverge però dalla teoria – scritta nero su bianco sul Nds (National Defense Strategy) del gennaio 2026.

Le trattative con Caracas hanno portato alla firma di uno storico accordo sul petrolio lo scorso agosto, ma il pantano mediorientale rischia di vanificare tutto. La Guerra in Iran e il sostegno incondizionato a Israele hanno precipitato l’America in un ciclo di spese militari senza fine e posto il Mondo davanti a una devastante crisi energetica. Gli attuali equilibri in Medio Oriente sono cambiati, ergendo Tel Aviv a attore dominante indiscusso. Ma il conto è stato pagato dall’amministrazione americana. A raid reciproci ancora in atto, gli indici di gradimento sono progressivamente crollati e infine consegnato la vittoria ai dem. 

Come è andato il voto

Una premessa del genere è fondamentale per comprendere come e perché l’elettorato Maga ha voltato le spalle al proprio leader. L’epicentro del terremoto politico repubblicano si chiama Texas. E, assieme al Kansas e al South Carolina, è senz’altro il caso più eclatante, che ha visto un’incredibile avanzata democratica scardinare 32 anni di ininterrotta egemonia repubblicana. James Talarico e Gina Hinojosa hanno strappato il seggio e il governatorato ai propri rivali Greg Abbott e Ken Paxton.

Un ruolo decisivo è stato giocato anche dall’elettorato ispanico-latino. Con il 60% delle preferenze incassate, la comunità latin–american ha espresso una condanna inequivocabile contro la stretta aggressiva sulle deportazioni e i metodi brutali dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement). L’immagine dell’Alligator Alcatraz non è rimasta perciò impunita e il ri–orientamento verso i dem ha sancito la fine di una parentesi che Kamala Harris non era stata in grado di catalizzare. 

Oggi, i margini di manovra del capo della Casa Bianca sono risicati. Costretto ad affrontare gli ultimi due anni della sua presidenza senza alcuna maggioranza parlamentare, Donald Trump è un’anatra zoppa, che non ha però perso inventiva. Pur avendo formalmente accettato la sconfitta, il team del Tycoon non si è fatto trovare impreparato davanti agli esiti elettorali. Il piano di emergenza, stilato mesi fa, consiste nel fare un uso spregiudicato dei decreti presidenziali e del potere di veto. 

 Mr veto e l’ombra della bomba su Teheran

Americani Trump sconfittaQuest’ultimo è una prerogativa costituzionale dietro cui il presidente sembra pronto a trincerarsi per sbarrare la strada a qualsiasi tipo di iniziativa o riforma promossa dall’opposizione. Sussiste a ogni modo una falla strutturale dietro tale strategia – ironicamente ostentata durante un’intervista con il cappellino “Mr Veto“.

Gli ordini esecutivi non conferiscono alcun potere di spesa, lasciando la chiave delle risorse federali saldamente nelle mani dei dem. Quello che si profila è dunque un devastante stallo istituzionale e un groviglio di battaglie legali che probabilmente lasceranno l’America in brandelli.

La democrazia a Washington è in bilico. E con essa le sorti del Mondo intero. Le recenti indiscrezioni di Tucker Carlson sull’utilizzo dell’atomica a Teheran scuotono i fragili equilibri internazionali. L’ombra di un’escalation nucleare potrebbe non restituirci più un domani. 

 

Fabio Sinisi

Foto © IA, Consulting, Limes, The Wom

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