Midterm Usa: si riapre lo scenario per Iran e Russia?

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Midterm Usa

I Democratici conquistano Camera e Senato, mentre Teheran, Israele, Mosca e Kiev attendono gli effetti della nuova mappa politica di Washington

La sconfitta politica di Donald Trump nelle elezioni di metà mandato rappresenta un passaggio significativo per gli equilibri politici americani e per gli scenari internazionali. L’onda blu che ha consegnato ai Democratici la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso segna un arretramento per il presidente, anche se per comprenderne pienamente le conseguenze politiche e istituzionali sarà necessario attendere l’insediamento del nuovo Congresso, previsto all’inizio di gennaio.

Nel frattempo, resta da capire quale sarà la reazione della Casa Bianca, soprattutto sul fronte della politica estera. Uno dei timori è che Trump possa rispondere alla sconfitta concentrando la propria attenzione sull’Iran e scegliendo una linea ancora più aggressiva. Nelle sue prime dichiarazioni dopo il voto, il presidente ha sostenuto che la questione dell’accuratezza avrebbe avuto un ruolo nel risultato elettorale più della guerra, aggiungendo di non avere rimpianti per le proprie decisioni. Ha inoltre affermato che «dovremo fare qualcosa di grande», evocando la possibilità di un «colpo pesante», senza tuttavia chiudere completamente la porta alla diplomazia.

Teheran festeggia il risultato e lancia un avvertimento

In Iran, il risultato delle elezioni americane è stato interpretato come una bocciatura Midterm Usadella politica di guerra dell’amministrazione Trump. Il presidente del Parlamento iraniano e capo della squadra negoziale, Bagher Galibaf, ha sostenuto che gli americani abbiano espresso un chiaro rifiuto del conflitto, sia per ragioni di coscienza sia per il peso economico delle scelte militari. «Gli americani hanno detto no alla guerra», ha dichiarato, lanciando contemporaneamente un avvertimento a Washington: se il Governo statunitense dovesse tradire la volontà dei propri cittadini per soddisfare finanziatori e ricattatori globali, si troverebbe di fronte a una risposta che ha definito un vero e proprio incubo.

La tensione resta elevata anche sul piano militare. Proprio mentre negli Stati Uniti si svolgevano le votazioni, in Iran la popolazione ha ricevuto istruzioni dalle autorità su come comportarsi nell’eventualità di un attacco nucleare contro il Paese. Trump, dal canto suo, ha ribadito di non avere intenzione di ricorrere all’impiego di una bomba nucleare. Il risultato elettorale, tuttavia, non esclude la possibilità di un’operazione militare congiunta statunitense e israeliana contro l’Iran nelle prossime settimane, scenario più volte evocato dallo stesso presidente americano e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

La nuova maggioranza democratica non potrà intervenire immediatamente: il Congresso rinnovato entrerà in funzione soltanto a gennaio e, anche successivamente, non avrà strumenti sufficienti per impedire direttamente a Trump di ordinare un’azione militare. Potrà però esercitare una pressione politica significativa, bloccando eventuali nuovi finanziamenti alla guerra, avviando indagini sui funzionari dell’amministrazione e valutando persino procedure di impeachment nei confronti del presidente.

Israele, cambia il rapporto con Washington

Uno dei primi segnali delle ripercussioni elettorali sulla politica estera americana è arrivato ancora prima della conclusione dello scrutinio. Nel pieno delle votazioni, Trump ha annunciato l’intenzione di interrompere il sostegno finanziario annuale a Israele, pari a quattro miliardi di dollari, destinato all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi. Il presidente ha precisato di aver concordato la decisione con Netanyahu. L’annuncio arriva in un momento delicato per la politica israeliana, con l’avvio delle consultazioni per la formazione di un nuovo Governo. L’opposizione ha già attribuito al premier la responsabilità di una pesante sconfitta politica ed economica, mentre la posizione di Israele nei confronti degli Usa appare sempre più esposta alle critiche interne.

Secondo Mary McAllister, direttrice dell’Istituto per gli studi sul Medio Oriente della George Washington University, la dichiarazione di Trump riflette le crescenti riserve nei confronti di Israele presenti sia nel Partito Democratico sia in quello Repubblicano. Si starebbe infatti rafforzando la percezione che il sostegno a Israele rappresenti un peso anche per la stessa amministrazione americana.

Timori e malcontento

Gli Stati Uniti potrebbero comunque continuare a perseguire una politica estera aggressiva, qualora Trump decidesse di mantenere questa impostazione. Tuttavia, secondo l’analista, la sconfitta elettorale potrebbe indurre i Repubblicani a interrogarsi sulle ragioni del risultato, soprattutto se il malcontento degli americani per il militarismo e per la guerra contro l’Iran avesse contribuito alla perdita dei consensi.

Il possibile freno “all’aggressività americana”, dunque, potrebbe non derivare tanto dalla nuova composizione del Congresso quanto dalla preoccupazione dei Repubblicani per le prossime elezioni presidenziali. Trump potrebbe essere costretto ad ascoltare maggiormente i membri del proprio partito e a riconsiderare anche le posizioni espresse prima del voto da lui e dal vicepresidente J.D. Vance, che aveva criticato la politica americana in Medio Oriente degli ultimi 25 anni.

Mosca cerca di approfittarne

Anche la guerra in Ucraina potrebbe risentire dei nuovi equilibri politici a Washington. Il Cremlino ha cercato inizialmente di minimizzare le conseguenze della sconfitta repubblicana. Il portavoce Dmitry Peskov ha ricordato che Trump resterà presidente fino alla conclusione del mandato e continuerà a condurre autonomamente la propria politica estera.

Secondo un rapporto di Bloomberg, tuttavia, Mosca starebbe preparando una strategia per sfruttare l’indebolimento politico del presidente americano e ottenere un ulteriore allentamento delle sanzioni. Vladimir Putin vedrebbe nella situazione una possibilità per strappare maggiori concessioni a Washington, cercando di convincere Trump che la fine della guerra in Ucraina non debba necessariamente rappresentare una condizione preliminare per la conclusione di importanti accordi con le aziende russe.

Questi progetti potrebbero però incontrare una forte opposizione nel nuovo Congresso. I Democratici hanno già minacciato di avviare indagini nei confronti di Trump e di persone a lui vicine, con particolare attenzione a presunti affari sospetti con la Russia.

Ucraina prudente

Kiev, intanto, mantiene un atteggiamento prudente, perseguendo due obiettivi: evitare di diventare nuovamente il bersaglio delle critiche di Trump e cercare, attraverso il sostegno dei Democratici, di ottenere la ripresa degli aiuti militari diretti americani. Gli aiuti erano stati congelati dal presidente come strumento di pressione sugli ucraini, affinché accettassero un accordo che riconoscesse la situazione creata dall’invasione russa.

La vittoria democratica apre quindi una nuova fase nei rapporti internazionali degli Usa. La capacità di Trump di mantenere la propria linea politica resta intatta sul piano presidenziale, ma il nuovo equilibrio parlamentare, le divisioni interne ai Repubblicani e le preoccupazioni per il futuro elettorale potrebbero limitare progressivamente il margine di manovra.

 

George Labrinopoulos

Foto © Gli Stati Generali, Asharq Al-Awsat, Embassies.gov.il, France 24

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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