Le relazioni tra protezione internazionale e vittime della tratta

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Integrare in maniera più efficace le normative e le pratiche afferenti al sistema anti-tratta. L’accoglienza dell’Ue e le principali mete dei richiedenti asilo

21 Luglio 2015 | di | Europa - Eventi - Politica
conferenza “C’è rifugio dalla tratta"

Negli ultimi anni gli studi sui cambiamenti dei flussi migratori hanno evidenziato sempre di più la relazione tra richiedenti asilo, protezione internazionale e l’essere vittime della tratta: queste ultime nel solo 2014 erano in 140 mila su 625 mila richieste di asilo. Sfruttamento sessuale (62% del totale) o lavorativo (31%), accattonaggio (7%): quando non si fugge da queste situazioni nel Paese d’origine, si rischia di essere reclutati nel corso del viaggio che si spera dia approdo alla libertà. Per trattare la delicata questione nel settembre 2013 è stato avviato il progetto No Tratta, con l’obiettivo di migliorare la capacità di identificazione e assistenza delle vittime tra coloro che si occupano di protezione internazionale, con un’attenzione a livello sia italiano che europeo. Di recente a Roma presso lo Spazio Europa, in via IV Novembre, si è tenuta la conferenza C’è rifugio dalla tratta: verso una strategia di intervento condivisa per vittime di tratta e richiedenti/titolari di protezione internazionale, evento conclusivo di due giornate di seminario dedicate al dialogo e al rafforzamento della cooperazione inter-istituzionale fra enti locali e nazionali.

conferenza C’è rifugio dalla trattaCo-finanziato dal programma Prevenzione e Lotta contro la Criminalità dell’Unione europea e coordinato da Cittalia in collaborazione con il Gruppo Abele e On the Road, il progetto ha riunito gruppi di lavoro che hanno presentato le loro proposte a rappresentanti del ministero dell’Interno e del dipartimento per le Pari Opportunità nell’incontro finale che ha visto la partecipazione di esperti, operatori, istituzioni, forze dell’ordine e giudiziarie oltre a cittadini interessati con l’intenzione di realizzare «un programma fondamentale che permetta di fare azioni di rete, di sistema e di ricerca su tematiche afferenti la lotta alla criminalità, anche in un’ottica di interazione fra soggetti con diverse provenienze e caratteristiche», spiega il promotore del progetto Gabriele Guazzo, di Cittalia. Sempre più si è evidenziata l’incidenza di vittime della tratta all’interno dei flussi migratori, da cui la necessità di «muoversi per progetti di formazione, linee guida per nuove policy e campagne di comunicazione e sensibilizzazione».

conferenza C’è rifugio dalla trattaUno dei nemici da sconfiggere è la «paura», riporta Claudia Pretto dell’Unhcr, già nei centri di accoglienza. Diversi i dialoghi tra ospiti dei centri in cui ci si sconsiglia di riferire alle commissioni di sfruttamento e debiti da pagare, «queste donne possono essere vittime e carnefici l’una dell’altra senza saperlo». Il fulcro del lavoro è «assicurare alle vittime di tratta l’accesso alla procedura per il riconoscimento dello status di protezione internazionale. Perché la tratta è strettamente connessa alla persecuzione». Le categorie vulnerabili possono subire discriminazioni non solo per etnia o nazionalità, ma anche per appartenenza a un determinato strato sociale e il rientro nel Paese di origine o di lunga permanenza è sempre a «rischio di ritorsioni, anche se non si sporge denuncia». Quando non è lo Stato, il persecutore è «nella rete amicale o familiare», per cui la vittima se di nuovo a casa «è esposta alla persecuzione degli stessi agenti che l’hanno trafficata». Le commissioni territoriali si stanno sempre più rendendo conto di questo, ma i meccanismi di tutela sono ancora «deboli».

Buone notizie arrivano dal decreto legislativo 24 del 2014, attuazione della direttiva 36/2011 dell’Unione europea, che obbliga gli Stati a mettere in comunicazione le proprie istituzioni con le Organizzazioni non governative che si occupano di tratta. «Non si può rimanere chiusi in ambiti che non dialogano», prosegue la Pretto, «altrimenti non c’è dignità. Sono mutue informazioni che devono diventare quotidiane». Con il tempo che diventa un fattore a doppio taglio, da una parte serve calma perché le vittime arrivino a raccontare il loro vissuto secondo le loro esigenze, dall’altra servono «identificazioni precoci, per ridurre le esposizioni al pericolo».

conferenza C’è rifugio dalla trattaDopo il caos della cosiddetta emergenza Nordafrica, la conferenza Stato-Regioni il 10 luglio dell’anno scorso ha raggiunto un’intesa per migliorare l’accoglienza di comune accordo con le associazioni, arrivando a un sistema unico che «vuole essere una filiera reale per far sì che i vari passaggi siano connessi con coerenza», spiega Daniela Di Capua, direttrice centrale del servizio Sprar (Sistema di protezione rifugiati e richiedenti asilo). Superando i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, si snellisce l’iter risparmiando tempo e risorse economiche con centri di prima accoglienza in strutture di 50 posti, massimo 100, per non oltre 3 mesi di permanenza. Da lì lo Sprar diventerebbe una sorta di seconda accoglienza, preparando all’inserimento sociale degli aventi diritto di protezione, in ambito lavorativo e abitativo.

conferenza C’è rifugio dalla tratta
Gabriele Guazzo

Rimangono ancora diversi ostacoli all’attuazione, a partire dalla volontà politica, «gli hub non sono partiti per la resistenza di alcune regioni, anche le nuove 40 commissioni non sono attive, nel frattempo si accumulano richieste». Le attese diventano di un paio di anni per analizzare i singoli casi e l’opinione pubblica si fa idee distorte di quanto «è visibile, ignorando quello che c’è dietro». La ricetta è la «costruzione di una rete che possa radicarsi per condividere risorse e servizi, dando corrette informazioni. L’Unione europea di fatto non agisce in termini di approccio solidaristico, chiede solo di legiferare in certi termini. Ma è proprio quando lo scontro diventa pubblico che è più facile intervenire, sollevare questioni etiche e andare in una direzione costruttiva».

Nell’ambito dell’Unione europea il diritto d’asilo è sancito dall’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali, secondo le norme stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1951, dal Protocollo del 1967 e dal Trattato istitutivo della Comunità europea stessa. In sintesi gli Stati membri devono garantire ai richiedenti un efficace accesso alle procedure, predisponendo le strutture necessarie affinché vengano loro fornite informazioni, nella lingua d’origine o in un’altra conosciuta, sull’intero processo, diritti e obblighi correlati, cui si aggiunge l’obbligo di obiettività e imparzialità nella valutazione della domanda. Nonostante tutto ciò la realtà resta ancora frammentata nell’applicazione delle disposizioni, secondo l’Unhcr permangono ostacoli di accesso alle procedure di accoglienza.

conferenza C’è rifugio dalla trattaNel 2013 le domande sono state oltre 612 mila in 44 Paesi industrializzati, il 28% in più dell’anno precedente a causa dell’evoluzione dei conflitti in Siria e Afghanistan. L’Europa ha visto passare i richiedenti da 336 mila a 435 mila. Le cinque principali mete del Vecchio Continente sono state Germania, Francia, Svezia, Italia e Gran Bretagna. L’Ungheria ha avuto uno dei maggiori incrementi, con otto volte le cifre del 2012, ma anche la Bulgaria ha visto un +410%. 50 mila le domande dalla Siria, a seguire Russia (41 mila), Afghanistan (26 mila), Serbia (22 mila), Pakistan (quasi 21 mila) e Kosovo (20 mila). Solo un terzo delle domande sono state accolte, comunque più del 26% del 2012, e se la Svezia ha il numero assoluto più alto (24 mila), le percentuali che spiccano sono di Bulgaria e Malta, entrambe abbondantemente sopra l’80%. Maglia nera per Grecia e Ungheria, con oltre il 90% di rifiuti.

Raisa Ambros

Foto © Cittalia

 

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