Nuovi progetti urbanistici, anche Roma guarda all’Europa

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Nelle capitali del Vecchio Continente c’è una rinascita urbanistica e culturale. Solo l’Italia è tagliata fuori da questo grande movimento di ristrutturazione e riqualificazione delle città?

16 Novembre 2016 | di | in evidenza - Politica

Una delle svolte epocali della nostra identità europea è certamente la ricerca della vivibilità dei suoi cittadini maturata a cavallo del passaggio fra i due secoli. Attraverso nuove sensibilità e nuove politiche che mirano a rivalutare il territorio, e non più a sfruttarlo come qualcosa di astratto, come una realtà che forma parte integrante delle nostre diverse ma comuni identità urbane, anche al di fuori delle grandi metropoli.

Gli anni ’90 sono quindi stati fondamentali in questo contesto per il grande numero di occasioni che hanno dato vita a gruppi di lavoro con esponenti qualificati delle diverse realtà scientifiche degli Stati membri, avviando anche progetti sociali come, per fare un esempio, la ricerca di soluzioni alle barriere architettoniche, in linea con una politica partecipativa propria dell’Unione europea, insieme alla produzione di documenti basilari, come le Carte europee del paesaggio, dello spazio pubblico, del patrimonio architettonico, la carta di Amsterdam, che propone una tutela integrale, fino alla dichiarazione di Strasburgo del 2014 affinché l’impresa sociale svolga un ruolo maggiore nel futuro del Vecchio Continente.

Grazie a queste politiche grandi e piccole città hanno avuto una vera e propria rinascita urbanistica e culturale: da Berlino a Barcellona, da Lisbona a Londra e potremo continuare lungo tutte le maggiori città, solo l’Italia sembra sia stata tagliata fuori da questo grande movimento di ristrutturazione e riqualificazione delle città. Quel poco che è stato fatto non ha avuto grandi riscontri sul piano della riqualificazione urbana.

paolo_berdiniEppure qualcosa si muove anche da noi, pur tra difficoltà nei fondi e lungaggini burocratiche. Un esempio recente è il nuovo programma urbanistico di Roma presentato dal nuovo assessore all’Urbanistica e Infrastrutture di Roma Capitale Paolo Berdini. Docente di Urbanistica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Tor Vergata e presso altre università italiane e straniere, quali la Scuola di Architettura di Mendrisio in Svizzera, ha ricoperto ruoli di primo piano in seno all’Istituto nazionale di urbanistica (Inu), per continuare con la sua attività di progettazione, direzione tecnica e consulenza in materia urbanistica per conto di numerose pubbliche amministrazioni.

Un personaggio autorevole e fuori dai giochi politici che, per usare una espressione colorita, si è rimboccato le maniche e ha avviato la costruzione di una vision urbanistica per Roma, molto europea, basata su tre macro-obiettivi:

riavvicinare le periferie fra di loro e al centro mediante una rete di trasporto pubblico su ferro con la realizzazione di nuove linee tranviarie;

-recuperare e destinare a nuovo uso gli spazi abbandonati, come ad esempio il Forlanini, il Santa Maria della Pietà, il San Giacomo, ecc.;

-rivedere il protocollo di intesa con Ferrovie per chiudere, finalmente, l’Anello ferroviario interno.

Progetti complessi ma che sembrano non preoccupare il nostro “professore”.

Berdini ha tracciato, per la prima volta dal suo insediamento, le linee essenziali di quello che egli stesso ha definito «un programma urbanistico per la città di Roma», presentato lo scorso mese durante i lavori della Conferenza internazionale “Green Urbanism”, organizzata dall’Istituto Ierek (International Experts for Research Enrichment and Knowledge Exchange) e dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre.

image7Il neo assessore in quell’occasione ha messo in luce, davanti ad un pubblico internazionale di esperti urbanisti, come la Città Eterna sia una piccola metropoli per numero di abitanti, se raffrontata ad altre capitali euro-afro-asiatiche (in quell’occasione Mosca e Il Cairo) ma al tempo stesso molto grande per estensione e problemi del suo territorio, tra i più grandi d’Europa.

Basterebbe questo per comprendere la straordinaria complessità del lavoro da portare avanti come i due fattori combinati che rendono quasi invivibile la città: una urbanistica spesso disordinata e con il più alto tasso di abusivismo in Europa – addirittura legalizzato e incoraggiato dai ben tre condoni nel 1985, 1993, 2003 e che ha prodotto più di 200 borgate prive di infrastrutture e servizi e consumato oltre 55mila ettari di terreno, con costi sociali ed economici tuttora enormi e l’inadeguatezza del sistema della mobilità pubblica, con una incidenza pari a solo il 30% del traffico complessivo in una città con un bilancio a un passo dal default economico a causa di un debito elevatissimo, di oltre 13 miliardi.

Bisogna interrompere quella che egli definisce “urbanistica allegra”, causa nel recente passato di privatizzazioni di servizi, territori e spazi di socialità, e produttrice di disagi e fragilità nella popolazione. In base a questo principio, e considerate le aree di maggiore sofferenza, l’azione dell’assessorato all’Urbanistica si è concentrata soprattutto sulle periferie, intese sia come “periferia fisica” sia come “periferia esistenziale”, ha detto Berdini citando Papa Francesco.

chengdu-tianfu-district-4Nella sua lunga e dettagliata relazione Bernardi non è stato certo tenero nel mettere il dito nelle piaghe della città, anzitutto occorre invertire la tendenza nell’impostazione fondamentale del governo urbano, si deve tornare a una gestione pubblica forte, la città è un’idea pubblica finanziata dal pubblico, e non può essere la risultante degli interessi privati.

Per risolvere almeno in parte i problemi evidenziati, «stiamo lavorando per realizzare 5 nuove linee ferroviarie di superficie» – tram, metropolitane leggere o simili» anche se ciò non ribalterà le condizioni sociali ed economiche di chi vive in queste realtà urbane, potrà però mitigarne il disagio. Un esempio – a voluto proporre – è quello di Napoli, dove una efficace cura del ferro ha ridotto le distanze dal centro ai quartieri degradati, facendo nascere nuove opportunità che possono rappresentare una leva per invertire il processo di esclusione.

Ma i progetti dell’assessore non si fermano qui. Avviare la creazione di poli territoriali di necessaria concentrazione dei servizi pubblici, che produrrebbero il duplice beneficio di creare spazi di socialità e riferimenti di prossimità dei cittadini, contrastando quella situazione di disagio diffuso dovuta principalmente alla perdita di coesione sociale e alla progressiva contrazione della spesa per i servizi di welfare territoriale.

Questi sono i progetti, ora bisogna vedere come intendono attuarli, ma questo è tutto un altro discorso.

 

Pierfrancesco Mailli

Foto © Pinterest, Inu, Intechopen, Novate

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