Repubblica d’Irlanda: l’economia continua a crescere

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Dublino ritorna ai livelli di sviluppo dei tempi della “Tigre Celtica”. Le istituzioni hanno approntato norme in grado di evitare bolle speculative simili a quelle registrate nel 2008

27 settembre 2017 | di | Economia - Europa - in evidenza

La Commissione europea prevede per la Repubblica d’Irlanda un aumento del Prodotto interno lordo (Pil) del 4% alla conclusione del 2017 e del 3,6% per il 2018; l’incremento del Pil complessivo dell’Unione europea dovrebbe aggirarsi attorno all’1,9% in entrambi gli anni. Il bilancio pubblico irlandese si trova in condizioni eccellenti: e non solo se comparate a quelle registrate tra 2008 e 2010 (nella crisi che sfociò nella ricapitalizzazione di 64 miliardi ceduti dai contribuenti al sistema bancario) ma anche rispetto al 2013, quando la ripresa era già ben avviata.

Sebbene le uscite dello Stato siano in crescita, sono bilanciate da una economia in corsa, perciò il rapporto tra debito e prodotto interno lordo è calato sotto al 78% (dal 125% che questo fardello sui conti aveva raggiunto nel giugno 2013) e alla fine del 2017 dovrebbe scendere al 76. Qualora rispettato, l’obiettivo del 45%fissato per metà 2020 dal ministro delle Finanze Michael Noonan – staccherebbe anche la quota 60 richiesta dall’Ue. Il Fiscal Council continua però a diffidare di scelte politiche espansive, sia perchè il mercato interno è in buona salute, sia tenendo conto che il Paese è più esposto di altri alle incertezze dell’economia globale.

Gli organi di controllo sono scettici sull’opportunità di aumenti di spesa con cui il governo risponde alle richieste di categorie che cercano di recuperare i dividendi della crescita, a parziale risarcimento dei sacrifici richiesti durante la crisi tra 2008 e 2010 e con l’austerità tra 2011 e 2013 (le conseguenze della bolla speculativa furono seguite dai piani concordati da Dublino con la Ue e il Fondo monetario internazionale Fmi). L’attenzione del Fiscal Council alle politiche di bilancio è dovuta al timore che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, se priva di adeguati accordi di cooperazione con Bruxelles, danneggi in modo sostanziale il commercio con Londra. Le oscillazioni recenti del valore della sterlina hanno sbatacchiato l’export della Repubblica (specie alimentare) perchè l’aumento relativo del prezzo in euro dei prodotti diretti nel Regno Unito ha costretto parte significativa delle aziende irlandesi a scegliere tra due mali: un calo di introiti reali (in vari casi l’evaporazione di tutto il margine di guardagno) oppure la concorrenza di rivali divenuti subito più convenienti per l’acquirente. Ma l’introduzione di ostacoli veri e propri agli scambi (ad esempio dazi) porterebbe problemi maggiori.

Si aggiungano le immaginabili conseguenze sia dell’allontanarsi dal tavolo Ue di un forte alleato che faceva pesare esigenze condivise con l’Irlanda, sia della complicazione del Processo di Pace in Irlanda del Nord, alla cui base c’erano la comune appartenenenza all’Unione europea di Dublino e Londra e la coabitazione nel governo autonomo di Belfast di repubblicani cattolici e protestanti unionisti, collaborazione ora incagliata (come ben visibile nell’arenarsi per mesi della formazione di un nuovo esecutivo in Ulster) perchè nazionalisti e lealisti oggi sono di nuovo divisi dalla questione della frontiera che – in qualità di margine esterno dell’Ue – rischia di essere perfino più rigida di quella esistente prima della entrata contemporanea di UK ed Eire nell’Ue (1973) e prima degli Accordi di Pace del 1985 e del 1998 che coinvolgevano i governi britannico e irlandese, ma soprattutto l’Unione europea.

Tornando alle politiche economiche di Dublino, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha segnalato il ritmo eccessivo della crescita dei prezzi degli immobili, stimata a luglio – dal Central Statistic Office irlandese – del 12,3% nei dodici mesi precedenti: a Dublino tale dato sale al 13,6% e diventa difficilmente calcolabile nelle aree centrali e residenziali della città. Il pensiero va naturalmente alle bolle (dei mutui e finanziaria) la cui scintilla arrivata dagli Usa nel 2008 trovò terreno fertile in un mercato poco regolato durante il periodo della cosidetta “Tigre Celtica” (la cui euforia raggiunse il picco tra 2007 e 2008, appena prima del deflagrare dei problemi maturati all’ombra di una inadeguata gestione bancaria).

Oggi la situazione è – almeno in parte – salvaguardata dalle norme introdotte nel febbraio 2015 dalla Banca Centrale, al fine di evitare nuove azioni speculative sui mutui: attualmente, agli acquirenti che entrano nel mercato per la prima volta si richiede di assicurare un deposito corrispondente a più del 20% del valore dell’immobile e un rapporto tra mutuo e reddito che non superi la misura di tre volte l’introito annuale, prevenendo così un indebitamento insostenibile da parte di quanti ottengono il mutuo. Nonostante il vistoso innalzamento dei costi delle case (che nella capitale restringe l’offerta rispetto alla domanda, con ulteriori effetti al rialzo) i prezzi sono tuttora inferiori di circa il 26% rispetto ai picchi del 2007: c’è il margine perchè il governo intervenga con una regolamentazione migliore, non solo per affrontare il problema della disponibilità di alloggi (le grandi imprese scelgono Dublino in numero crescente per rimanere nell’Ue dopo la Brexit) ma anche per evitare che problemi cacciati dalla porta del sistema dei mutui rientrino subito dalla finestra, sotto forma di operazioni finanziarie gonfiate da prezzi fuori controllo.

Alcune misure sono allo studio dell’esecutivo guidato dal Fine Gael (liberali), tra queste c’è la penalizzazione fiscale di privati che accumulano porzioni di terreno edificabile in aree urbane, tardando deliberatamente ad avviare la costruzione di abitazioni (al fine di assicurarsi un ulteriore surriscaldamento del mercato). Bisogna considerare che – aldilà di confronti tra singoli anni e paragoni con il culmine del precedente boom economico – dal marzo 2013 i prezzi delle proprietà immobiliari in Irlanda sono aumentati del 65%, e, se si prende in considerazione il basso valore che gli immobili avevano nella città di Dublino nel febbraio 2012, la crescita del loro costo ha superato ora l’82%.

 

Aldo Ciummo

Foto © Aldo Ciummo

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