Un giornalista virtuale: rischio o opportunità?

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Un giornalista virtuale

Datamagazine.it sperimenta un prodotto dell’Intelligenza Artificiale. Il direttore Christian Tosolin: «Non sminuisce il nostro ruolo, serve a velocizzare il lavoro»

Un giornalista virtuale può prendere il posto in tutto e per tutto di un giornalista?

In Cina, a fine 2018, un esperimento di questo genere era stato portato avanti da una redazione televisiva, che ha mandato in onda un’edizione del tg condotta da un mezzobusto virtuale.

Datamagazine.it, portale sempre molto attento alle innovazioni nel campo della comunicazione, alcune settimane fa ha scelto di “assumere” una figura come questa. «Abbiamo deciso di portare avanti un esperimento per comprenderne i limiti», ci spiega Christian Tosolin, direttore responsabile. «Un modo per capire se e quanto l’Intelligenza Artificiale potrà sostituirsi all’uomo nel lavoro di redazione».

Il tutto avviene attraverso l’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale basato su GPT-3. Anagrammando il termine Machine Learning, al giornalista è stato simpaticamente attribuito il nome di Michele Graninna. Il suo volto, invece, è il frutto del lavoro di un algoritmo, che estrapola e unisce a caso migliaia di micro-pezzi di volti umani, creandone uno che diventa dunque un unicum. Da qualche settimana, “il collega” Graninna compare così anche sul sito, alla voce “Redazione”.

Il ruolo di questo giornalista virtuale è quello di “stendere” una bozza di articolo, senza dilungarsi oltre. «Proprio così. Questa bozza dovrà poi essere rivista da un giornalista in carne e ossa. Credo perciò che non si tratti di un rischio per la categoria. Piuttosto» – spiega Tosolin – «può essere considerato come un’opportunità». In che senso un’opportunità?

Christian Tosolin, direttore di Datamagazine.it

«Nel senso che l’obiettivo è velocizzare il lavoro attraverso la scrittura con un sistema di Intelligenza Artificiale basato su GPT-3. Attraverso il redattore virtuale proviamo, insomma, soltanto ad abbattere i tempi di lavoro». Il che vuol dire che restano fermi tutti gli obblighi propri del giornalista. Soprattutto, restano necessari sia la verifica della notizia da pubblicare che l’incrocio delle fonti.

Banale rapporto tra rischi e opportunità, insomma. Ma dal punto di vista editoriale, il direttore può ritenersi soddisfatto? «Devo dire» – rivela Tosolin – «che i risultati non sono molto dissimili dagli articoli scritti da giornalisti veri. E anche i riscontri via social sono molto positivi, nonostante si tratti di pezzi per lo più molto didascalici». La differenza con un giornalista “reale”, quindi, è proprio questa: quest’ultimo ha la facoltà di entrare nel merito di una questione, decidendo di approfondire un determinato aspetto o inserendo un punto di vista personale. L’Intelligenza Artificiale, invece, non può che limitarsi a un mero lavoro di stesura.

Anche perché sono le modalità di uso a stabilire la reale utilità del redattore virtuale. «Certo, se ci si affida troppo all’IA si corre il rischio di non verificare le notizie». Ed è facile comprendere quanto, nel tempo della disinformazione, tutto questo possa diventare un problema. Anche perché la mancata verifica delle notizie rischia seriamente di dare benzina all’annoso problema delle fake news, molto spesso addirittura inventate ad arte.

«A ciò si aggiunga che i colossi del settore stanno investendo tantissimo, per cui bisognerà vedere quali risultati riusciranno a raggiungere». In particolare, sembra che Microsoft abbia impegnato un bel po’ di miliardi di dollari. L’obiettivo è arrivare a dotare questo sistema dell’abilità di scrivere non più sotto dettatura, ma autonomamente e in maniera sempre più precisa e approfondita.

Ciò potrebbe essere possibile se la stessa macchina riuscirà a fare propri dati relativi a concetti più profondi, e a elaborarli sotto forma di scrittura. Un obiettivo ambizioso, che mette molti giornalisti in allerta rispetto al reale utilizzo del virtuale. La preoccupazione è di tipo lavorativo, e quindi economico. L’uso smodato della tecnologia potrebbe cioè oltrepassare i confini del vantaggio inteso come aiuto al lavoro. E un giornalista virtuale potrebbe – è il timore – arrivare fino alla sostituzione del lavoratore stesso.

«In generale, però» – chiude Tosolin – «la tecnologia va vista come un’opportunità, non come una minaccia».

Anche perché è complicato immaginare una macchina con un’anima. Non è un caso che l’esperimento tentato in Cina alcuni anni fa abbia riscosso scarsissimo successo. Com’è normale che fosse, il pubblico ha imputato al conduttore virtuale l’assenza di empatia. L’aspetto emozionale, empatico, appunto, di un giornalista reale, traspare dalla conduzione come da un pezzo scritto. Finché una macchina non sarà dotata di anima ed emozioni, non le sarà possibile scrivere o parlare come un essere umano. E dunque, non le sarà possibile prenderne il posto.

 

Domenico Bonaventura

Foto © Bloglenovo

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Domenico Bonaventura
Domenico Bonaventura, giornalista, comunicatore digitale e saggista, è campano e vive a Roma. Giornalista con una passione rovente per il calcio, la politica e le parole. Lavora nell'Area Comunicazione di Formez, ente in house alla Presidenza del Consiglio attraverso il Dipartimento della Funzione pubblica. Ha gestito diversi uffici stampa e collaborato con diverse testate, tra cui Il Mattino di Napoli. Cura un blog su Il Riformista. Mediamente attratto dalle reti sociali, le utilizza soprattutto per ottimizzare il lavoro. È autore di diversi libri: - "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it, 2013), saggio che analizza il mutamento del lessico politico al tempo della crisi, finalista de "Il mio esordio", concorso letterario nazionale organizzato da Ilmiolibro.it. - "Virus, comunicazione e politica" (Aracne, 2021), saggio che analizza le strategie comunicative di sei leader durante il lockdown del 2020. - "Digitale" (Giunti Editore, 2021, con Francesco Di Costanzo), saggio che parla della storia di PA Social e disegna il modello italiano nell'ambito della comunicazione pubblica digitale.

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