Herat, il terremoto e…le donne

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Afghanistan, Paese affascinante e durissimo. Sguardi e sorrisi per volti femminili. La professione di palpatrice

Cercano sguardi, abbozzano sorrisi. Avanzano lentamente e poi arretrano. Lo fanno quando incontrano gli occhi di un uomo. Loro cercano esclusivamente volti femminili. Sono in tante, alcune con il viso scoperto, altre indossano un burqa, spesso di un azzurro un po’ liso e osservano il Mondo attraverso una minuscola grata di stoffa.

 

Sorellanza condivisa

Sono accampate in una fitta tendopoli improvvisata insieme ad altre donne: mamme, cugine, figlie, vicine di casa. Sorseggiano un the che sa di sorellanza condivisa, oltre i legami di sangue. Te lo vorrebbero offrire per instaurare un dialogo fatto di gesti e chiedere aiuti concreti. Gli stranieri che passano di lì sono merce rarissima. Ma le regole sono ferree: impera il “guarda e passadi dantesca memoria.sguardi Anzi, l’indicazione, imposta in maniera ben più rigida dai talebani che qui tutto controllano e decidono, è quella di non osservare affatto, reiterando una sorta di tacito diniego.

Un po’ più in là ci sono gli uomini. Anche loro precari come le raffazzonate tende di fortuna sparse intorno e dentro a Herat, una città di circa 600mila abitanti (la stima è approssimativa visto che non esistono recenti censimenti ufficiali), situata a 920 metri di altitudine nell’Afghanistan nord-occidentale verso il confine con l’Iran.

Movimento tellurico perenne

Le scosse, alcune violentissime, continuano imperterrite dal 7 ottobre, con solo qualche giorno di tregua, ogni tanto. L’ultima, l’altra sera, di magnitudo 5. L’epicentro del sisma non è esattamente sempre lo stesso, un po’ più a nord o un più più a ovest, comunque a poche decine di chilometri da Herat.

È questa la zona caratterizzata dalla presenza di una faglia lunga ben 1.200 chilometri che dalla città si estende orizzontalmente verso l’Afghanistan centrale per poi dirigersi a nord fino alle pendici delle mitiche montagne dell’Hindu Kush.

Case di fango e mattoni a secco

L’area è geologicamente delicata e le reiterate scosse di questo ultimo mese, affermano i geologici, si inquadrano perfettamente nella compressione esercitata dalla convergenza fra le placche di Eurasia e Arabia sulla faglia di Herat.

Così i villaggi, un pugno di case di fango e mattoni a secco, sono stati ridotti in un istante a cumuli di macerie. Le gente che non è stata inghiottita dal sisma, non sa esattamente quanti siano i morti ma sicuramente migliaia e moltissimi i feriti, è fuggita cercando riparo e aiuto in città dove le tendopoli sono ovunque.

Sanità in ginocchio

L’ospedale di Herat è stato preso d’assalto in un Paese in cui il sistema sanitario, che dipende quasi interamente da aiuti esteri, è in continuo e grave affanno. Da quando i talebani hanno preso il potere, il 15 agosto del 2021, la Sanità, già carente durante i vent’anni di permanenza degli americani, è stata messa ulteriormente in ginocchio da tagli pesantissimi e da una gestione sempre più approssimativa.

Mancano ambulanze, farmaci, personale specializzato e la penuria di medici e infermieri sarà destinata a crescere ulteriormente, in particolare al femminile. La frequenza scolastica è vietata alle ragazze dopo i 12 anni.

Una babele di etnie e miseria

Una crisi dunque che si somma alle numerose sofferenze di un popolo che è uno straordinario mix etnico e culturale, costituito in buona parte da generazioni nate e cresciute in guerra, siano essi pashtun, hazara, tigiki, uzbechi, turkmeni, giusto per citare i gruppi più numerosi.

Un Paese con una soglia di povertà altissima, oltre il 97% secondo i dati della Banca Mondiale e le analisi di Emergency, un territorio dove non si produce ed esporta quasi nulla, eccetto un po’ di frutta di stagione, e moltissimo, invece, si importa dai Paesi limitrofi, a cominciare dall’energia per finire con il grano.

Ritorno al passato

Un luogo di cui poco si sa davvero e di cui ancora meno si parla, bando la ricorrenza di quest’estate dei due anni di talebanato che ha stimolato la stampa estera alla pubblicazione di qualche triste report relativo alla soppressione di parecchi diritti civili e di ulteriori divieti aggiunti in corso d’opera.

Intanto l’Afghanistan ha timidamente aperto i suoi confini a esigui gruppi di visitatori, desiderosi taluni di conoscere una terra proibita, aspra e di una bellezza da togliere il fiato, altri di rievocare un nostalgico passato hippy, inesistente ormai da decenni. Altri ancora attirati dal fascino del luogo esotico dall’alto tasso adrenalinico e comunque a prova di selfie perché anche agli uomini barbuti e armati fino ai denti, talvolta, piace farsi ritrarre con il “viaggiatore” a cui sembra di portare a casa un bizzarro trofeo.

Ma l’aria che tira sa di tempo duro e sospeso

Di frasi accennate, di voci sommesse che diventano ancora più flebili quando una confessione viene spezzata dalla presenza di improvvisi sguardi indiscreti. Il messaggio, istantaneamente troncato, è inequivocabile: vivere in Afghanistan è durissimo. Lo sanno i bambini che chiedono l’elemosina e lanciano in aria, in mezzo a macerie e tendopoli, aquiloni artigianali, fabbricati con pezzi di plastica sporca e ancora di più lo sanno le loro coetanee. Glielo si legge nello sguardo, spesso perso e intimorito.

Lo sanno le donne di Mazar I Sharif che attendono fuori dal cancello i proprio uomini uscire dalla moschea più stupefacente (e per questo proibita) di tutto l’Afghanistan e lo si percepisce in maniera evidente passando attraverso le mani delle “palpatrici”. Sono donne che tastano altre donne prima di permettere loro l’accesso ad aeroporti, hotel e moschee (quelle permesse anche alle donne, ndr). Lo scopo quello di evitare attentati e garantire sicurezza.

Una strana professione

Le palpatrici talvolta vivono nel luogo in cui esercitano la loro strana professione. In quel caso dispongono di un un letto malconcio e di un tavolino posizionati a incastro all’interno di un prefabbricato minuscolo e privo di finestre. Sul tavolino di una di loro c’era un blister di pastiglie colorate. Qualora le palapatrici dormano altrove, il loro ruolo viene esercitato in uno sgabuzzino ancora più piccolo. Si entra attraverso una tenda e si esce, dopo la palpazione, attraverso un’altra tenda. È un dialogo fitto quello che avviene in pochi istanti. È fatto di sguardi reciproci che indagano e osservano, di gesti ricchi di domande. Le palpatrici annuiscono e sorridono. Non vorrebbero lasciarti andare. Così a volte i loro tocchi si protraggono oltre perché lì, chiuse tra due tende, in qualche modo si sentono libere.

 

Paola Scaccabarozzi

Foto © Eurocomunicazione, Paola Scaccabarozzi

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