La presidente della 3ª commissione Affari esteri e Difesa del Senato, nel giorno dell’annuncio dell’uscita del suo libro, rilascia un’intervista esclusiva
Stefania Craxi, in un’intervista esclusiva per Eurocomunicazione, ha messo in evidenza la sua evoluzione come figura politica e professionale autonoma, capace di distinguersi nel
corso degli anni con una carriera di rilievo. Nonostante l’eredità familiare legata alla figura storica di suo padre Bettino Craxi, di cui parla nel suo ultimo libro annunciato oggi in uscita per il 29 ottobre, Stefania ha saputo ritagliarsi uno spazio personale, costruendo un percorso politico e istituzionale fondato su competenze e impegno costante.
Con una dedizione particolare alla tutela della memoria del padre, Stefania ha promosso numerose iniziative per preservare l’eredità, senza però trascurare il suo contributo attivo sia in ambito pubblico che privato. La sua carriera è caratterizzata da un equilibrio tra il dovere di rappresentare il passato e il desiderio di costruire una propria identità politica, dimostrando di saper affrontare le sfide contemporanee con determinazione e visione.
La sua storia politica
Dal punto di vista politico, Stefania è stata eletta deputata nel 2006 con Forza Italia e ha mantenuto il seggio fino al 2013. Successivamente, alle elezioni politiche del 2018, è stata eletta senatrice sempre nelle file del partito di Silvio Berlusconi. Il 18 maggio 2022, ha assunto un ruolo di spicco come presidente della Commissione Esteri al Senato, subentrando al pentastellato Vito Petrocelli. Precedentemente, tra il 2008 e il 2011, aveva ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato agli Affari esteri durante il Governo Berlusconi IV, confermando la sua posizione di rilievo nelle istituzioni italiane. Attualmente è presidente della 3ª commissione Affari esteri e Difesa del Senato della Repubblica nel Governo di Giorgia Meloni.
Oltre alla sua attività politica, Stefania Craxi ha dedicato gran parte della sua vita a preservare la figura del padre Bettino, costituendo la Fondazione Craxi. Con la Fondazione, Stefania ha promosso numerosi convegni, realizzato documentari e film, e pubblicato articoli per mantenere viva la memoria del padre e difendere la sua eredità politica e storica. Grazie a queste iniziative, ha consolidato un ruolo di primo piano nel dibattito politico e storico italiano, oltre a contribuire al rilancio della figura di Bettino Craxi nella storia recente del Paese.
Sigonella cambiò tutto
Trentotto anni fa si verificò un episodio che segnò profondamente la rivendicazione della sovranità italiana: la crisi di Sigonella. Questa base Nato, situata vicino alla città di Catania, è da sempre un punto nevralgico e strategico per il Mediterraneo e il Medio Oriente, dove convivono militari italiani, americani e personale Nato. Il destino ha voluto che questo luogo diventasse protagonista di un capitolo cruciale della storia italiana, legato a un evento che ancora oggi viene tramandato come simbolo di fermezza e autonomia politica. Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, il presidente del Consiglio Bettino Craxi prese una decisione storica: non consegnare i terroristi palestinesi che erano stati fatti atterrare a Sigonella, grazie alla mediazione dell’Egitto, alle forze americane che avevano invaso la base senza autorizzazione.
Questa scelta, fortemente simbolica, suscitò polemiche sia a livello nazionale che internazionale, in particolare con gli Usa, che premevano per l’arresto dei responsabili dell’attacco alla nave da crociera italiana Achille Lauro. Tuttavia, Craxi mantenne una linea inflessibile, riaffermando la sovranità italiana e resistendo agli attacchi politici, sia interni che esterni. Nonostante le pressioni filo-americane all’interno del Governo, riuscì a evitare una crisi politica e a consolidare la sua posizione. Questo momento rimane impresso come uno dei passaggi più significativi della storia politica italiana, un esempio di orgoglio nazionale che continua a suscitare emozioni anche a distanza di quasi quattro decenni.
L’intervista
Secondo lei senatrice Stefania Craxi, quale obiettivo strategico potrebbe perseguire Israele nel conflitto attuale con Hezbollah e Hamas, e quale sarebbe la sua strategia nei confronti del regime iraniano?
«È difficile comprendere il punto di caduta del “nuovo” conflitto mediorientale, perché travalica e di molto i confini del più tradizionale conflitto israelo-palestinese. Il popolo israeliano lo scorso 7 ottobre 2023, si è scoperto vulnerabile, a tratti impreparato, e le offensive militari che seguono sono una risposta legittima, ma che in molti casi hanno travalicato i limiti consentiti, per difendere la sua esistenza dagli attacchi della galassia sciita iraniana. Ma non è sul campo che Israele vincerà questa guerra, che si assicurerà un futuro di pace e sicurezza, come non è con la lotta armata, con le offensive di gruppi terroristici, che si giungerà alla nascita di uno Stato palestinese. È un dato di fatto, non una constatazione da anime belle…».
Cosa dovrebbe fare?
«Netanyahu dovrebbe capire che serve un’offensiva militare in meno e uno sforzo diplomatico in più, serve lavorare a una soluzione, prima di breve e poi di medio e lungo
periodo, d’intesa con la comunità internazionale che deve farsi garante della sicurezza d’Israele. Le offensive dell’Idf che hanno portato alla morte di migliaia di civili a Gaza, seppur involontariamente visto che Hamas li usa come scudi umani, non solo sono inaccettabili, come altrettanto inaccettabile sono gli attacchi e la posizione assunta verso una missione internazionale come Unifil, ma sono un autogoal. Fanno il gioco dei suoi avversari, di quanti nello scenario globale sono contro Israele e lavorano per il suo isolamento».
«E, vi assicuro, che ben prima degli attacchi ai “caschi blu” la situazione per lo Stato d’Israele era già molto complicata in sede Onu, pur con tutti i limiti esistenti nell’organizzazione con sede a New York. In questo contesto, usando parole di verità che condannino ogni violenza, credo sia doveroso denunciare il crescente clima di antisemitismo che si registra nelle piazze, come purtroppo in alcuni ambienti dei palazzi».
Quali sono le prospettive secondo lei senatrice Craxi per raggiungere una pace duratura tra Israele e la Palestina, e quale ruolo vede per la nascita di uno Stato palestinese?
«Bisogna procedere per passi. È evidente che, in questo contesto bellicoso, la necessità primaria è giungere a un congelamento delle ostilità. Ma questo, attenzione, non deve generare strabismi di sorta: occorre che Israele cessi le operazioni militari ma anche e soprattutto che i fiancheggiatori iraniani, a partire da Hamas e Hezbollah, cessino i loro continui attacchi che troppo spesso passano sotto silenzio. Dopodiché, serve aprire quel tavolo di confronto e discussione che è mancato in questi anni e riavviare quel dialogo israelo-palestinese interrotto da troppo tempo».
«Una volta, una personalità di spicco del mondo arabo dotata di grande acume e sarcasmo mi disse: “se non giochiamo alla pace, allora giocheremo alla guerra”. Ma battute a parte, è ovvio che se non facciamo riecheggiare le armi della diplomazia sarà il frastuono dei missili il sound dei prossimi decenni. Se immaginiamo una soluzione possibile, serve affrontare e non eludere i tanti temi che rendono oggi più complicato che in passato la formula dei “due Stati”, che se continuiamo a ripetere come un mantra, senza una contestualizzazione e senza calarla nella realtà, rischia di essere vuota, stantia e finanche controproducente».
Quali sono le sue opinioni riguardo la possibilità di concedere la cittadinanza italiana agli immigrati nati in Italia, e quali potrebbero essere i benefici o le sfide di una simile riforma?
«Le migrazioni sono parte della storia dell’uomo e dei popoli. Siamo in presenza di un fenomeno strutturale che va governato, senza ideologismi, e che non può essere affrontato guardando alle sole emergenze senza per giunta tenere conto dei mutamenti reali e dei
bisogni delle nostre società. Come Forza Italia abbiamo assunto una iniziativa che si connota innanzitutto per grande pragmatismo, immaginando un disegno di legge, lo “Ius Italiae”, che metta mano alla materia con grande responsabilità, eliminando storture ma anche ingiustizie. Crediamo sia giunta l’ora di aprire un grande dibattito di merito, nel Parlamento e nel Paese, mettendo al bando retoriche e settarismi che si sono impossessati della materia».
In che modo la crisi di Sigonella ha rappresentato una rivendicazione della sovranità italiana nei confronti degli Stati Uniti e quale impatto ha avuto sui rapporti tra i due Paesi negli anni successivi?
«Semplice. È stata una crisi affrontata con gli strumenti della diplomazia. La rivendicazione della nostra sovranità non muoveva da basi nazionalistiche, retoriche, ma giuridiche. Il rispetto del diritto internazionale è una bussola da seguire, che valeva ieri e, facendo un parallelismo, vale ancor più oggi, nel caos internazionale che viviamo. Quanto all’impatto sui rapporti tra Italia e Usa, non credo, come del resto faceva mio padre, che la vicenda abbia avuto ripercussioni dirette sul rapporto bilaterale – basti pensare alla famosa lettera di Reagan, “Dear Bettino” – né, giusto per smentire la vulgata, sui destini della prima Repubblica e segnatamente dello stesso Craxi. Certo, Bettino in quella come in tante altre occasioni dimostrò di non essere agli ordini… e questo non credo facesse molto piacere a un certo establishment economico-finanziario che con il crollo del Muro di Berlino ha preso il sopravvento sulla politica».
Qual è stato il ruolo del presidente del Consiglio Bettino Craxi nella gestione della crisi di Sigonella, e come ha influenzato la politica italiana rispetto alle pressioni internazionali, in particolare quelle degli Stati Uniti?
«È stato colui che, di concerto con gli altri attori istituzionali coinvolti, ha preso decisioni che, ripeto, sono state inappuntabili sul piano del diritto e, aggiungo, della morale.
Infatti, l’Italia ha provveduto a trattenere e poi giudicare i dirottatori (tutti condannati, ndr) e rispettare gli impegni assunti con gli interlocutori mediorientali per quanto concerne i cosiddetti mediatori che su richiesta italiana erano saliti sull’Achille Lauro per convincere il commando a non compiere ulteriori episodi di sangue. L’assassinio di Leon Klinghoffer resta una pagina drammatica di quella vicenda».
Dopo 38 anni dalla crisi di Sigonella, in che modo questo evento viene percepito oggi, e quali insegnamenti può offrire in termini di difesa della sovranità nazionale e delle relazioni diplomatiche?
«Spesso viene tirato in causa a sproposito, vengono interpretate e piegate alla bisogna financo le stesse parole che Craxi usò nell’aula della Camera. Ma credo che l’insegnamento più alto che si può trarre dalla notte di Sigonella è che per governare un Paese come il nostro servono tenuta e convinzioni profonde, la forza di non indietreggiare neanche davanti alle richieste del più forte, anche degli alleati, quando si è nel giusto e si rispettano le leggi sovrane. E serve amare l’Italia e gli italiani…».
Nel mio libro “L’Italia dei giganti”, che ha l’onore di includere una splendida prefazione scritta da lei, senatrice Stefania Craxi, vorrei chiudere questa intervista con una domanda cruciale: oggi l’Italia ha ancora bisogno di “giganti” in politica? E secondo lei, perché, dopo figure come Bettino Craxi, sembra esserci un vuoto di leadership e di visione nel panorama politico italiano?
«La crisi della politica, e quindi del personale politico, è un male del nostro tempo che interessa l’intero Occidente e che in alcune realtà, penso a casa nostra, si è manifestata in forma più acuta. Questo è avvenuto a causa della liquidazione selettiva, con un golpe mediatico-giudiziario, di un’intera classe dirigente e, ancor più, con la distruzione di quelle centrali del pensiero quali sono stati i partiti che, seppur andavano riformati, ritratti da dove erano di troppo, rimangono necessari nel processo di formazione e selezione della classe dirigente».
«Ma in un Mondo in cui le ragioni della geopolitica sono ritornate preminenti su quelle del mercato e dell’economia, smentendo così il teorema portante su cui si è basata la prima fase della globalizzazione, abbiamo un disperato bisogno di giganti. Servono più che mai in un frangente storico in cui sono in gioco i destini del Mondo e urge la ricerca di un nuovo Ordine globale».
George Labrinopoulos
Foto © RTL 102.5 Edizioni Piemme, The Vision, Idf, George Labrinopoulos, Eurocomunicazione
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