Tempi duri e strutturali per l’economia tedesca

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l'economia tedesca

«Per anni hanno avuto la convinzione che “siamo i migliori” e all’improvviso è finita», dichiara un funzionario dell’Unione europea

Il gigante finanziario della Germania sta vivendo la più grande crisi economica e politica degli ultimi anni, secondo il quadro illustrato dall’Economist. Ironia della sorte, il più grande deterrente per assumere la guida della terza economia più grande del Mondo oggi è la sua situazione stagnante. L’economia tedesca, un tempo potente gigante finanziario, è nella sua fase peggiore da anni dato che deve affrontare un esercito di problemi.

In vista delle elezioni anticipate tedesche del febbraio 2025, il Paese è attanagliato dai timori di deindustrializzazione, dalle pressioni energetiche, dalla crescente concorrenza della Cina e dalla prospettiva che gli Stati Uniti di Donald Trump impongono dazi del 10-20% sulle importazioni.

In un’ampia analisi, l’Economist documenta i timori di Berlino e degli esperti sul declino del modello di crescita della Germania. L’industria tedesca, in particolare le piccole e medie imprese di Mittelstand, si è concentrata sull’innovazione incrementale, l'economia tedescalasciandola impreparata agli shock tecnologici come l’emergere dei veicoli elettrici. I legami amichevoli tra imprese, banche e politici hanno creato compiacimento e resistenza alle riforme. L’adesione dogmatica alle regole fiscali ha portato ad arrugginire i ponti, le scuole in disgregazione e i ritardi dei treni. La crescita nei mercati esteri ha infittito i profitti della Deutschland AG (e le entrate del tesoro) per un po’, ma questo modello guidato dalle esportazioni ha lasciato la Germania esposta quando i venti della globalizzazione sono diventati freddi.

Secondo un diplomatico tedesco, l’industria tedesca è divisa sulla Cina

I segni dei tempi sono molto evidenti. Volkswagen, la più grande casa automobilistica d’Europa, sta preparando la chiusura della sua prima fabbrica nei suoi 87 anni di storia, minacciando 30.000 posti di lavoro. La disoccupazione è in aumento, anche se partendo da una base bassa. Le previsioni per ora non includono la guerra commerciale di Trump. Le aziende non possono nascondere le loro lamentele per gli alti prezzi dell’energia, soprattutto dopo che la Germania è stata costretta a disinvestire dal gas russo in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin nel 2022. Tutto questo dato che la manifattura rappresenta ancora il 20% del valore aggiunto lordo. Si tratta di una cifra quasi doppia rispetto alla Francia, anche se la produzione industriale ha raggiunto il picco nel 2018 e da allora è diminuita più rapidamente che altrove nell’Ue, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica come la siderurgia.

Gli ordini sono stati ridotti e gli investimenti programmati posticipati o spostati all’estero. L’amministratore delegato del produttore di acciaio in perdita Thyssenkrupp ha dichiarato che il gigante finanziario tedesco ènel bel mezzo della deindustrializzazione“. Anche i rivenditori sono stati colpiti.

Guerra civile per la Cina

L’Economist sottolinea anche la posizione della Germania sulla Cina, che è centrale per l’economia tedesca. Negli anni 2000 e 2010, Berlino era in una posizione ideale per soddisfare il fabbisogno cinese di automobili e prodotti chimici: le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 34% tra il 2015 e il 2020, anche se le esportazioni verso altri Paesi sono diminuite. Fino al 2020 Pechino era l’importatore esclusivo di auto, ma nel 2023 è diventata il più grande esportatore mondiale. Le aziende cinesi si stanno trasformando da clienti a concorrenti, arrivando a mangiarsi la quota non solo dell’industria automobilistica tedesca, ma anche di altre aziende. “La storia dell’auto è iconica, ma riguarda anche le macchine e i prodotti chimici”, afferma Sander Tordoir del Centre for European Reform (CER).

Come osserva Clemens Fuest, della Institute for Economic Research (Ifo), la Cina rappresenta ora solo il 6% delle esportazioni tedesche totali, circa la stessa quota dei vicini Paesi Bassi. Ma la storia non riguarda solo la dipendenza dalle esportazioni. Un rapporto del l'economia tedescaCouncil on Foreign Relations degli Stati Uniti ha descritto come il “secondo shock per la Cina” potrebbe esacerbare i problemi industriali della Germania. Il mercato interno cinese non è in grado di assorbire l’eccesso di produzione dei suoi produttori sovvenzionati dallo Stato e, mentre cercano clienti all’estero, il surplus commerciale del Paese è esploso. Ciò presenta difficoltà per le aziende tedesche in patria e all’estero. “I mercati statali cinesi potrebbero fornire livelli irragionevoli di finanziamento per gli investimenti cinesi in nuova capacità più a lungo di quanto parti della produzione tedesca possano rimanere solvibili”, hanno scritto i due.

Spaccatura nel Governo

Secondo un diplomatico tedesco, l’industria è divisa quando si tratta della Cina: sebbene molte aziende che hanno dimostrato resilienza (Mittelstand per esempio) sostengono la politica di “minimizzazione del rischio”, le case automobilistiche e i conglomerati di altre attività, come BASF, stanno raddoppiando. Volkswagen e BMW stanno pianificando nuovi importanti investimenti nella produzione cinese, così come le aziende di componenti auto come Continental. L’attività di lobbying del settore automobilistico ha contribuito a garantire che la Germania fosse uno dei soli cinque Paesi a votare contro le tariffe dell’Ue sulle importazioni di auto elettriche cinesi a ottobre.

All’interno del Governo tedesco ci sono tensioni tra diplomatici e allarmisti, che vogliono punire la Cina per aver sostenuto la Russia in Ucraina, anche con restrizioni commerciali e di tipo industriale.

Porre fine al feticcio del debito

Nel settore manifatturiero gli industriali tedeschi si rivolgono alla qualità piuttosto che alla quantità, producendo prodotti migliori, ma per pochi. Questa “qualità piuttosto che quantità”, come dice Deutsche Bank, suggerisce un futuro per le aziende tedesche nella tecnologia hightech, comprese le auto di lusso. Tuttavia, l’Economist ritiene che la situazione non sia questa.

La Germania ha bisogno di superare il suo «feticcio industriale», ha affermato Moritz Schularick del Kiel Institute for the World Economy. Mentre le industrie ad alta intensità energetica non sono cresciute in due decenni, il settore automobilistico ha perso posti di lavoro per sei anni e un’inversione di tendenza sembra improbabile. «Per anni hanno avuto la convinzione che “siamo i migliori” e all’improvviso è finita», dichiara un funzionario dell’Unione europea. Convincere i tedeschi che esiste un’alternativa all’essere un esportatore (Export Weltmeister) è questione di anni, non di mesi. Ad esempio, i negoziati di libero scambio dell’Ue con il Mercosur durano da 25 anni.

Non funziona più l’economia tedesca

Un ulteriore problema è il freno all’indebitamento, una peculiarità della costituzione che limita il deficit strutturale annuale del bilancio del Governo federale allo 0,35%. Tuttavia, il freno all’indebitamento è una creazione di epoche passate, sostiene Max Krahé di Dezernat Zukunft, quando la Germania si affida ad altri Paesi in deficit per stimolare la sua economia. In un Mondo in cui la globalizzazione si è fermata, questo modello non funziona più.

Nel frattempo, il fabbisogno di investimenti pubblici della Germania – una stima ampiamente citata li colloca a 600 miliardi di euro in dieci anni – è diventato troppo grande per essere ignorato. Inoltre, bisognerà trovare nuovi fondi per la difesa: quest’anno la Germania ha finalmente raggiunto l’obiettivo della Nato del 2% del Pil, ma solo grazie a un fondo speciale che scadrà a breve ed è probabile che ne serviranno ancora di più per placare l’amministrazione Trump entrante.

 

George Labrinopoulos

Foto © Business Punk, DW, BizziNet

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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