Chiacchierata sul filo rosso della prevenzione e della salute con Laura Berti, conduttrice e curatrice della rubrica tg2 “Medicina 33”
Laura Berti ha una profonda conoscenza in ambito di comunicazione della salute, e ha dedicato gran parte della sua carriera a questo. Il suo approccio coniuga rigore scientifico e capacità di divulgazione, elementi fondamentali per la prevenzione.
Giornalista professionista dal 1993, ha una intensa consapevolezza del mestiere. Autrice di numerosi dossier a sfondo scientifico e medico, è docente sulla Comunicazione della Salute presso master universitari a Milano e Roma e presso corsi di formazione professionali. Dal 2014 Laura Berti è conduttrice e curatrice della rubrica del Tg2 “Medicina 33”.
È laureata in lingua e letteratura angloamericana a La Sapienza di Roma, con un master in Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss, e un master in Criminologia presso la facoltà di Psichiatria sempre all’università La Sapienza. Attualmente, è iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia presso l’Università Guglielmo Marconi. Incontriamo
brevemente Laura Berti in Rai per una interessante chiacchierata in occasione della consegna di un riconoscimento professionale che le è stato assegnato quest’anno in collaborazione con Associazioni Benemerite Coni: Storie di Donne – Special Fair Play Edition. Quale è l’intersezione tra scienza e comunicazione? E l’impatto sociale del giornalismo scientifico? Quali gli obiettivi per le donne nel giornalismo? Per concludere, un accenno al futuro della comunicazione della salute e alla trasmissione del sapere alle nuove generazioni.
Laura, potrebbe illustrarci come la formazione scientifica e umanistica si intreccia nel suo lavoro giornalistico, contribuendo a rendere i temi della salute più comprensibili al grande pubblico?
«Non è una impresa in effetti molto semplice, bisogna studiare sempre tanto. Alcuni rami della prevenzione e della salute sono sicuramente più vicini a me, sto seguendo la magistrale in Psicologia: tutto ciò che riguarda il cervello e la psichiatria appartiene sicuramente al mio campo specifico di afferenza. E ritengo in generale che sia fondamentale impegnarsi e studiare il più possibile, onde evitare di essere superficiali da una parte, ma dall’altra anche di essere eccessivamente specialistici, e di non comunicare niente allo stesso modo. Se lo scopo è infatti arrivare al grande pubblico, bisogna essere preparati ed esporre i concetti in maniera chiara e accessibile a tutti».
La rubrica “Medicina33” ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica su numerosi temi legati alla salute. Qual è, secondo lei, l’impatto più significativo che il suo lavoro ha avuto sulla percezione delle tematiche sanitarie?
«Questa domanda mi permette di affrontare in generale l’importante ruolo del giornalismo scientifico. Dobbiamo esserne consapevoli: non ci sono abbastanza giornalisti specialisti che si occupano di salute, e ce ne siamo resi conto durante la pandemia. Era il tema del giorno, e molti colleghi che non si erano mai occupati di temi in ambito salute hanno cominciato a farlo. Questo non è stato troppo positivo. Sono state talvolta intervistate persone che non avevano caratteristiche adeguate per parlare di certi argomenti. Non c’era una preparazione mirata alle spalle in chi aveva sempre fatto cronaca o esteri. Anche io, se dovessi occuparmi ad esempio di giudiziaria, non saprei da dove cominciare. Il tema pandemico era però delicato ma anche molto urgente da affrontare».
Lei come giornalista promuove stili di vita sani e una maggiore consapevolezza verso i rischi per la salute. Ha appena ricevuto un premio che celebra il talento, la resilienza e la creatività delle donne. In che modo questo riconoscimento valorizza il suo percorso professionale, e quali sono le sfide che, secondo lei, le donne nel giornalismo scientifico devono ancora affrontare?
«Sono molto felice che questo riconoscimento, Storie di Donne – Special Fair Play Edition, sia dedicato appunto all’universo femminile. Mi sono sempre tanto impegnata alla valorizzazione delle risorse del mondo in rosa. Faccio parte, tra l’altro, di Giulia giornaliste, un’associazione di rilievo nazionale fra giornaliste professioniste e pubbliciste che si pone due obiettivi principali, sui media e nei media: modificare lo squilibrio informativo sulle donne anche utilizzando un linguaggio privo di stereotipi e declinato al femminile; battersi perché le giornaliste abbiano pari opportunità nei luoghi di lavoro, senza tetti di cristallo e discriminazioni (ndr: GiULiA come acronimo di GIornaliste Unite LIbere Autonome). Per quel che riguarda le sfide, una di quelle più grandi che ritengo si dovrebbero affrontare riguarda la medicina di genere, di cui adesso si parla un po’ di più rispetto ad una volta, ma sempre troppo poco. Non siamo uguali. Io rimasi basita quando venni a conoscenza che, per le sperimentazioni dei farmaci, l’ultima fase della sperimentazione era sull’essere umano e veniva considerato come target un uomo del peso di 70 kg. È chiaro che un farmaco tarato su un uomo di questo peso non può essere adatto ad una donna, soprattutto anche per complicatissime ragioni ormonali. Nel campo della ricerca e della sperimentazione, le barriere sono insomma anche di indagine. Solo negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, e a mio avviso chi fa giornalismo scientifico dovrebbe occuparsi di più sotto questo profilo».
Il mondo della comunicazione è in continua evoluzione. Quali pensa che siano le competizioni future per la comunicazione della salute?
«Credo che il pubblico sia affamato di informazione sulla salute. Invece, si parla troppo poco di questo ambito e troppo del resto. Non voglio passare per qualunquista, ma la politica è esageratamente presente nei nostri telegiornali e nei nostri giornali. I temi della salute dovrebbero essere indagati in misura maggiore, perché di fatto rappresentano l’esistenza quotidiana delle persone. La sfida principale è cercare di far capire quanto sia importante parlare di salute, molto più di altri argomenti».
Un consiglio pratico per le giovani generazioni: rivolgendosi a giovani giornalisti e studenti interessati alla comunicazione della salute, quali consigli darebbe per intraprendere questo percorso professionale?
«Intanto non scoraggiatevi. Molti miei colleghi tendono a frenare chi vuole intraprendere questo mestiere. È fondamentale, invece, fare questo lavoro, e se ci sono alla base passione e volontà lo si può fare. Poi, impegnarsi sulla salute significa studiare, studiare, studiare. Il più possibile. Esistono anche tanti corsi sul giornalismo scientifico che aiutano a non improvvisare nulla. Un po’ è vero che si impara sul campo, ma tante cose le devi sapere prima, avendole studiate, perché è così che si alimenta la comprensione dei meccanismi che si devono comunicare al pubblico. A me del resto piace studiare, da sempre. Ne sono affascinata. Uno degli errori più grandi di chi comincia a fare questo lavoro è utilizzare termini complicati per dimostrare la propria preparazione. Ebbene, sappiate che bisogna fare esattamente il contrario: le parole chiave sono semplicità e chiarezza».
Lisa Bernardini
Foto © Official Instagram Laura Berti













