Il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo fronte mediorientale, al momento, sembra caratterizzato da una posizione ambivalente
Mentre la guerra tra Israele e Iran infiamma il Medio Oriente, un altro fronte si riaccende con crescente intensità: quello tra Siria e Israele. I recenti bombardamenti di Tel Aviv su obiettivi strategici nei pressi di Damasco, tra cui presunte basi logistiche delle milizie filo-iraniane, hanno sollevato forti preoccupazioni sulla possibilità di un’escalation regionale. E in questa partita ad alta tensione, il ruolo degli Stati Uniti torna ad essere centrale, seppur ambiguo.
Secondo fonti diplomatiche e militari, l’amministrazione americana avrebbe rafforzato la propria presenza aerea e navale nel Mediterraneo orientale. Almeno due cacciatorpedinieri della Marina Usa sono stati dispiegati al largo delle coste siriane, ufficialmente per “monitorare la situazione e proteggere gli alleati nella Regione”. Un linguaggio che ricalca quello usato in altre crisi, ma che lascia intendere una chiara volontà di deterrenza. La Siria, devastata da oltre un decennio di guerra civile e ancora sotto il controllo frammentato di forze governative, ribelli, curdi e jihadisti, rischia ora di diventare terreno di scontro indiretto tra potenze globali.
L’escalation è dietro l’angolo
Tel Aviv accusa Damasco di offrire copertura logistica e militare ai Pasdaran iraniani e a Hezbollah, e continua a colpire, con operazioni aeree “preventive”, convogli di armi e centri di comando nel sud del Paese. Il Governo siriano, sostenuto militarmente dalla Russia, ha risposto con la consueta retorica di “difesa della sovranità nazionale”, ma finora ha evitato il confronto diretto. La Casa Bianca, da parte sua, mantiene una posizione ambivalente. Ufficialmente impegnata a “ridurre le tensioni” nella Regione, Washington continua a sostenere pienamente il diritto di autodifesa di Israele, pur esprimendo “preoccupazione per la stabilità della Siria”. Il Dipartimento di Stato ha confermato contatti con la Turchia e con i Paesi del Golfo per scongiurare un ulteriore allargamento del conflitto, ma non ha condannato apertamente i raid israeliani.
Sul campo, però, le dinamiche sono ben più complesse. Gli Stati Uniti mantengono ancora basi militari nel nord–est siriano, in aree sotto controllo curdo, ufficialmente per prevenire il ritorno dello Stato Islamico. Tuttavia, tali presenze rappresentano anche un elemento strategico di contenimento verso Iran e Russia, consolidando la proiezione militare americana a ridosso della mezzaluna sciita.
Un appello per i civili
Nel frattempo, la popolazione siriana paga il prezzo più alto. I recenti raid hanno colpito anche zone urbane nei pressi di Daraa e Homs, provocando morti e feriti tra i civili. Le Ong e Assotutela denunciano un deterioramento delle condizioni umanitarie, mentre la diplomazia appare incapace di trovare soluzioni durature. Il rischio è quello di una guerra per procura, dove la Siria diventa il campo di battaglia di interessi contrapposti: Israele contro Iran, Usa contro Russia, Turchia contro curdi. Il Pentagono, pur mantenendo una linea ufficialmente prudente, non nasconde la sua irritazione per la crescente influenza iraniana in Siria e teme che un eventuale collasso del fronte interno israeliano possa aprire la strada a una destabilizzazione a catena.
Fonti interne al Congresso americano parlano di consultazioni riservate sul possibile rafforzamento dell’impegno militare Usa nella Regione, anche attraverso l’uso di droni armati e pattugliamenti congiunti. Nel complesso, la postura americana riflette una strategia di contenimento, non di intervento diretto, almeno per ora. Ma la linea è sottile. Se uno degli attori coinvolti – Hezbollah, milizie sciite, o lo stesso Iran – dovesse colpire basi o interessi statunitensi in Siria o Iraq, la risposta di Washington potrebbe diventare immediata e pesante.
In un Medio Oriente che torna a essere epicentro di conflitti multipli e a rischio di implosione, gli Usa si trovano davanti a un dilemma strategico: evitare l’impegno militare diretto e limitarsi alla gestione delle crisi oppure riaffermare la propria supremazia, con il rischio di un nuovo, costoso coinvolgimento. La storia recente insegna quanto sia facile entrare in guerra e quanto sia difficile uscirne.
Michel Emi Maritato
Foto © The Time of Israel, BlogSicilia













