Israele e Iran, la guerra che nessuno ferma

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Israele

Tra raid, ritorsioni e rischio nucleare il problema, oggi, non è se ci sarà una nuova escalation ma quando, e quanto sarà devastante

Mentre il mondo osserva con apprensione e l’Europa resta impantanata in appelli diplomatici privi di forza, il Medio Oriente brucia. Israele ha lanciato un nuovo attacco diretto contro un sito strategico iraniano nei pressi di Isfahan, sfidando apertamente i limiti imposti dal diritto internazionale e spingendo il conflitto oltre la soglia della guerra asimmetrica. La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: missili a lungo raggio sono stati lanciati verso obiettivi israeliani nel sud del Paese, colpendo non solo infrastrutture militari, ma anche aree densamente popolate. Il bilancio, ancora provvisorio, è drammatico: almeno 37 morti e centinaia di feriti, tra cui donne e bambini. La linea rossa è stata superata. Ancora una volta.

L’escalation non è più contenibile

Dopo mesi di provocazioni, sabotaggi, omicidi mirati di scienziati nucleari e attacchi con droni, Tel Aviv ha deciso di colpire con forza il cuore del programma atomico iraniano. Secondo il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), si è trattato di unattacco chirurgico”, destinato a impedire l’arricchimento dell’uranio e la costruzione della bomba atomica. Ma per Teheran si tratta di una dichiarazione di guerra. Il portavoce del Governo iraniano ha parlato apertamente di una “risposta proporzionata ma non definitiva”, lasciando intendere che la vera vendetta è solo rimandata.

Dietro lo scontro Israele-Iran si agitano interessi incrociati, alleanze opache, retroscena geopolitici. Gli Stati Uniti, pur dichiarandosi “preoccupati” per l’iniziativa unilaterale israeliana, hanno rafforzato la presenza navale nel Golfo Persico, posizionando ulteriori unità della Sesta Flotta e intensificando il supporto tecnologico all’intelligence israeliana. Un sostegno di fatto, seppur non dichiarato. La Russia, alleata strategica dell’Iran e presente militarmente in Siria, ha condannato formalmente l’attacco israeliano ma ha evitato qualsiasi passo che possa portare a uno scontro diretto con Tel Aviv. Una mossa calcolata, che riflette la volontà del Cremlino di mantenere il controllo sull’asse sciita senza coinvolgersi in un conflitto aperto.

La Cina osserva da lontano. Pur invocando la pace e il dialogo multilaterale, Pechino continua a rafforzare i suoi assetti energetici nell’area, legandosi ancora più saldamente ai terminali iraniani di esportazione del greggio, in previsione di un lungo periodo di instabilità.

La possibilità di un conflitto su più fronti si fa sempre più reale

Sullo sfondo, il rischio nucleare diventa sempre più concreto. L’intelligence israeliana teme che l’Iran possa accelerare di nascosto il programma di armamento atomico, approfittando del caos generato dalle ostilità. Teheran, dal canto suo, minaccia di ritirarsi definitivamente dal Trattato di non proliferazione (Tnp) e di non consentire più ispezioni all’Aiea. In Siria, milizie sciite filo-iraniane hanno intensificato gli spostamenti verso le alture del Golan. In Libano, Hezbollah ha promesso “una risposta coordinata” nel caso di un attacco israeliano su larga scala, mentre, da Gaza, Hamas ha già lanciato razzi verso il sud di Israele “in solidarietà con la resistenza persiana”.

E l’Europa? Assente. Mentre Bruxelles convoca summit e produce dichiarazioni prive di effetti concreti, il Mediterraneo orientale si militarizza, gli approvvigionamenti energetici Israelesono a rischio e i mercati vivono giorni di forte instabilità. In Italia, la Farnesina ha attivato l’unità di crisi e valuta piani di evacuazione per i connazionali presenti in Israele, Libano e Iran. Il timore è che la guerra possa innescare un effetto domino: nuove ondate migratorie, minacce terroristiche in Europa e una crisi energetica globale con ricadute dirette sulle economie più vulnerabili. La guerra tra Israele e Iran non è solo uno scontro militare: è una guerra di nervi, di simboli e di tecnologia.

È una battaglia per la supremazia regionale, per il controllo dell’atomo, delle rotte energetiche, della narrativa politica del Medio Oriente. È anche un duello ideologico: tra laicismo e teocrazia, tra democrazie liberali e regimi autoritari, tra alleanze atlantiche e blocchi eurasiatici. Il problema, oggi, non è se ci sarà una nuova escalation. Il problema è quando, e quanto sarà devastante. Con il Mondo incapace di trovare una via di uscita diplomatica, con l’Onu paralizzata dai veti incrociati e le grandi potenze più interessate al proprio tornaconto strategico che alla pace, il Medio Oriente rischia di esplodere in una conflitto su scala regionale. E il prezzo, ancora una volta, lo pagheranno i civili.

 

Michel Emi Maritato

Foto © The New York Times, epc.ae, Il Quotidiano del Sud

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