Tra diritti umani, giustizia e scontro politico: il voto finale dell’Europarlamento sarà il vero banco di prova per l’Unione e per Orbán
Per un punto (13 a 12) la Commissione giuridica permanente del Parlamento europeo JURI, dall’abbreviazione del francese Juridiques, ha respinto la richiesta, avanzata dal Governo ungherese, di revoca all’immunità parlamentare per Ilaria Salis, eurodeputata eletta nelle liste di Avs dal giugno 2024. Voto che sappiamo essere una tendenza sì di peso ma non vincolante per l’Aula cui spetta l’ultima parola.
Il noto caso, salito alla ribalta per la visibilità delle catene usate nella lenta detenzione ungherese della Salis, nonché per le pessime condizioni delle carceri ungheresi con topi e scarafaggi, già precedentemente documentate e criticate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, è divenuto ben presto un caso politico per una battaglia a favore dello “stato di diritto” e la tutela dei diritti fondamentali dell’Europa oltre che per “cercare di risolvere la sua situazione personale”. Il tutto non senza accesi dibattiti e questioni sia per l’uso della candidatura e delle cariche parlamentari che per l’immagine dell’Italia all’estero.
Una gestione interna particolare
Il processo infatti è stato sospeso proprio in virtù dello status conferito dall’immunità parlamentare acquisito dalla Salis fin dal giorno dell’avvenuta elezione al Parlamento
europeo nel giugno 2024 e che le ha da subito consentito di lasciare gli arresti domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico e di rientrare in Italia. C’è da dire che la richiesta di revoca dell’immunità parlamentare da parte delle autorità ungheresi competenti arrivò appena quattro mesi dopo la suddetta elezione all’Eurocamera e appena il giorno dopo il rovente speech dell’allora neoeletta eurodeputata Salis in una sessione dell’emiciclo contro il degrado dello stato di diritto in Ungheria, sperimentato da lei in prima persona nelle carceri, e poi per la dilagante corruzione e l’inadempienza degli obblighi derivanti dai trattati.
Il caso si inserisce così in un più ampio scontro politico tra le forze europeiste del Parlamento europeo e il primo ministro ungherese e leader del partito Fidesz, Viktor Orbán, da tempo criticato per la gestione interna del proprio Paese e per le riforme legislative avviate dal suo Governo. I temi contestati vanno dalla repressione graduale a ogni forma di opposizione alla corruzione, dal rispetto della democrazia e dei diritti umani alla perdita di autonomia della giustizia. Dal 2018 infatti l’Ungheria è a tal riguardo sotto la lente del Consiglio affari generali (Cag) dell’Ue per “un evidente rischio di una grave violazione dei valori su cui si fonda l’Unione” e sono diversi (almeno venti) i Paesi membri dell’Ue che da tempo sollecitano un’azione forte nei confronti dell’Ungheria.
I fatti
Arrestata nel febbraio 2023 in Ungheria insieme ad altri due attivisti tedeschi per la presunta aggressione ai danni di alcuni cittadini ungheresi riuniti per celebrare, nel Giorno dell’Onore, il Battaglione che nel 1945 si oppose all’assedio di Budapest da parte dell’Armata Rossa sovietica, la Salis, militante antifascista, era presente lì quel giorno per una contromanifestazione alla celebrazione filonazista. Da subito dichiaratasi innocente e rifiutando la proposta di patteggiamento, accolta invece dagli altri fermati con lei che hanno deciso invece di farlo sottoponendosi al processo, viene trattenuta per quindici mesi in detenzione cautelare in carcere a Budapest prima di ottenere i domiciliari.
La Salis, in attesa della decisione finale all’Aula plenaria di Strasburgo prevista nella prima settimana di ottobre, dichiara vivamente di non volersi sottrarre alla giustizia ma è critica di ottenere un giusto processo in un Paese dove il sistema giudiziario è fortemente condizionato dal Governo. Per questo chiede di essere nuovamente sottoposta a processo ma in Italia, convinta che, con un intervento politico delle autorità di Roma, possa ottenerlo anche se, come noto, la competenza territoriale è legata al luogo in cui si presume sia stato commesso il reato.
Gli avvocati della Salis, che richiamano l’art.9 del codice penale italiano, l’immunità parlamentare di cui lei gode le consentirebbe anche questo.
Per ora la parola spetta all’Aula e l’immunità parlamentare è una garanzia che protegge il Parlamento e i suoi membri da “procedimenti penali relativi ad attività svolte nell’esercizio del mandato parlamentare e che non possono essere disgiunte da tale mandato”. Non esattamente, dunque, il caso di Ilaria Salis, anche se poi le norme che ne regolano la revoca dell’immunità possono ammettere un’eccezione, proprio di quelle che, talvolta, confermano la regola.
Un po’ di calcoli
Ci sono 235 europarlamentari di sinistra (che diventano 312 se si considerano anche i liberali di Renew Europe) e 187 di estrema destra. Il Partito popolare, da solo, esprime
188 voti. La sinistra si schiererà dunque a favore di Ilaria Salis, mentre l’estrema destra voterà contrario. Decisiva sarà quindi la posizione del Ppe, Partito popolare europeo, che sul caso risulta attualmente spaccato. Dunque appare evidente che se il Ppe si schiererà compattamente con la destra per chiedere la revoca dell’immunità parlamentare, si otterrà senza problemi la maggioranza e l’eurodeputata sarebbe nuovamente presto sottoposta al processo. Se invece, magari per contrastare il Governo ungherese di Orbán, almeno qualche decina di Popolari decida di schierarsi a sostegno dell’eurodeputata Salis, seguendo il trend dello JURI, il risultato sarebbe diverso.
Il quadro che si prospetta
A veder bene gli elementi che compongono questa vicenda sono numerosi e spesso slegati da quella che sembrerebbe essere una procedura che dovrebbe essere semplicemente giudiziaria. Dal momento che la Salis è stata eletta al Parlamento europeo entrano in campo molte sfumature che a volte prendono lo spessore di vere e proprie pennellate in un quadro di quasi indecifrabile natura.
C’è la vicenda giudiziaria, c’è quella politica, quella istituzionale, quella ideologica, quella umanitaria, quella umana. In ognuna di queste pennellate il colore e il pittore cambiano perché gli interessi si moltiplicano con progressione potenziale e ogni elemento impatta e complica tutti gli altri come fosse un gigantesco puzzle. L’unico moto per tentare di capire cosa succederà all’Assemblea plenaria del Parlamento europeo, dove sarà presa la decisione finale, è cercare di comprendere il peso e l’importanza di ogni strato di colore nel quadro. Sarà la parte umanitaria della vicenda a pesare più di quella giudiziaria? E se così fosse, quella giudiziaria lascerà quindi spazio all’interesse politico che proverà a riempire il resto della tela?
Un nuovo “casus belli”?
Di una cosa possiamo essere certi, ovvero che alla fine qualunque sentenza sarà decisa metà dei pittori sarà scontenta e l’altra metà moderatamente felice. Moderatamente perché il quadro non sarà certo finito lì, bisognerà aspettare che asciughi e questo, sarà il tempo che potrebbe servire a cambiare qualche colore o per tentare un nuovo colpo di mano e rimettere in piedi una nuova tavolozza allargando la superficie del quadro.
E così un singolo evento oggi chiamato Salis potrebbe facilmente diventare un caso molto più ampio sotto l’ombrello di concetti più ampi come ad esempio il rispetto delle istituzioni e delle leggi oppure sotto la bandiera del rispetto dei diritti umani. Salis potrebbe essere un “casus belli“ oppure una semplice merce di scambio dove dietro al cavalletto si decidono i veri giochi con scambi di favori politici e alleanze su temi molto distanti ma che stanno magari più a cuore a chi è coinvolto nella vita politica europea.
A noi comuni mortali, al grande pubblico resterà comunque un quadro tra il Naive e il Futurista di impossibile reale interpretazione proprio perché nessuno potrà vedere cosa c’è dietro il cavalletto. Resta comunque il vantaggio che l’arte fa sempre discutere e la discussione è la madre del progresso anche quando l’arte è quella della politica.
Adamo De Palma
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Si tratta di una tutela giuridica riconosciuta ai membri del Parlamento, pensata per garantire l’indipendenza del loro mandato e preservare la piena libertà di espressione e di azione nei confronti del potere esecutivo e giudiziario. La sua origine risale alle esperienze parlamentari inglesi e francesi tra XVII e XVIII secolo, quando era necessario proteggere i rappresentanti del popolo da pressioni, arresti arbitrari e intimidazioni.
In Italia, l’immunità parlamentare si articola in due forme principali: l’insindacabilità e l’inviolabilità. La prima, prevista dall’articolo 68 della Costituzione, stabilisce che i parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse o dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. È una garanzia assoluta, pensata per consentire un dibattito libero, senza timore di conseguenze giudiziarie. La seconda, invece, riguarda i procedimenti penali: fino al 1993 i parlamentari non potevano essere sottoposti a intercettazioni, perquisizioni, arresti o processi senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Dopo il referendum abrogativo di quell’anno, l’inviolabilità è stata ridotta: oggi rimane il divieto di sottoporre i parlamentari a intercettazioni o a misure restrittive della libertà personale senza autorizzazione parlamentare, salvo i casi di flagranza di reato o esecuzione di sentenze definitive.
A livello europeo, l’immunità è disciplinata dal Protocollo sui privilegi e le immunità dell’Unione europea. Gli eurodeputati godono di protezioni simili, che variano a seconda che si trovino nel loro Stato membro o in altri Paesi dell’Unione. Anche qui, l’obiettivo non è creare un privilegio personale, bensì salvaguardare l’autonomia dell’assemblea e la possibilità di esercitare il mandato senza pressioni indebite.
Il dibattito pubblico, tuttavia, continua a oscillare tra la percezione dell’immunità come necessaria salvaguardia democratica e la critica a un presunto scudo che potrebbe trasformarsi in impunità. È proprio in questo equilibrio delicato che si gioca gran parte della credibilità delle istituzioni rappresentative.













