Lo scontro in Parlamento nasconde idee e visioni differenti sulla traiettoria da prendere. Washington o Pechino?
Il recente scambio dialettico tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein non è una battaglia politica squisitamente interna. Riflette qualcosa di più grande: due visioni opposte sulla collocazione dell’Italia nello scacchiere geopolitico.
Il presidente del Consiglio ha riaffermato il «pieno sostegno a Kiev», ma ha escluso l’invio di truppe italiane in territorio ucraino. La segretaria del Partito Democratico, al contrario, ha interpretato questa posizione come un segnale di subalternità a Washington, accusando il Governo di aver «svenduto la politica estera italiana a Trump e agli Stati uniti» .
Dietro questa contrapposizione si nasconde una domanda precisa: quanto può davvero scegliere l’Italia?
Le due visioni: sovranità o vincolo?
Il confronto Meloni-Schlein ruota intorno a questo dilemma. Per il premier, il radicamento nell’Alleanza Atlantica rappresenta condizione necessaria per contare in Europa. Scegliere Washington equivale a partecipare ai tavoli decisionali su sicurezza energetica, tecnologie militari, scambi strategici e tutto ciò che “ha un peso”. In questa visione, l’Italia non è sottomessa. Bensì agisce a tutela della propria voce dentro un sistema multilaterale realmente operativo.

Elly Schlein, invece, insiste su una prospettiva più autonoma. Nella sua lettura, l’Italia rischia di trasformarsi in una base logistica della politica americana, perdendo il margine di mediazione mediterranea costruito nei decenni precedenti. Il suo discorso richiama, in parte, la tradizione di una sinistra che ha spesso guardato alla neutralità o al dialogo con Oriente e Sud globale come alternativa alla subordinazione occidentale. Tuttavia, uscendo dal ruolo di rappresentante dell’opposizione, questa linea trova oggi spazi ridotti, dati i quadranti in cui è coinvolto il nostro Paese.

Per farlo, occorre inquadrare Roma nella sua posizione estera, sbucciando la retorica del dibattito parlamentare. L’Italia vive all’interno di un sistema internazionale dove le sue decisioni dipendono dai limiti strutturali che definiscono le potenze medie.
L’Italia come media potenza
Il nostro Paese è una potenza di “taglia media”. Questi attori sono pivotali, ma non dominanti. Incapaci quindi di influenzare le dinamiche globali, salvo che ciò non sia possibile entro certi margini, concessi dalle grandi potenze. Il loro comportamento oscilla tra diverse strategie: bilanciamento, allineamento, neutralità o “hedging”, vale a dire l’adattamento flessibile a contesti mutevoli.
La forza diplomatica dell’Italia nasce dalla capacità di mediare, di trasformare il proprio posizionamento geografico in capitale politico. Nel sistema euroatlantico, Roma agisce come “buffer” tra il Nord e il Sud del Mediterraneo, tra l’Europa continentale e l’asse anglosassone.
I vantaggi strategici dell’ala trumpiana
In un Mondo “a blocchi”, i vantaggi di un allineamento con Washington emergono con chiarezza dalla posizione strutturale dell’Italia come media potenza. La presidenza Trump 2.0 promette di accentuare la logica della rivalità tra potenze, dove la lealtà è la valuta primaria:
- la scelta di Meloni è strategia di “realismo difensivo”. Mira a garantire a Roma un posto al tavolo di un’amministrazione che, storicamente, premia gli amici e isola i critici. Un calcolo per non essere esclusi dalle decisioni su sicurezza, commercio e tecnologia che Washington prenderà, con o senza il consenso europeo;
- la creazione di un “ombrello” politico in Europa. Un’Italia percepita come interlocutore privilegiato di Trump a Bruxelles e in Nato acquisisce un peso negoziale importante. Questo ruolo di mediatore, è rischioso, ma potenzialmente fruttuoso per una media potenza;
- la sicurezza negoziale su commercio e difesa. L’agenda trumpiana minaccia tariffe commerciali e mette in discussione gli impegni della Nato. Per un Paese esportatore come l’Italia, un allineamento preventivo è ammortizzatore dei rischi. Nonché leva negoziale per ottenere esenzioni da eventuali dazi. In un Mondo dove Trump potrebbe negoziare bilateralmente con la Russia, essere un alleato fidato è anche la protezione per i vitali interessi italiani nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa.
L’alternativa cinese
Tornando al dibattito fra le due: esiste dunque un’alternativa? La risposta ha un nome: Cina. Che nel linguaggio della geopolitica è l’ “lo sfidante dell’egemone (gli Usa)”. Colui che ambisce a diventarlo. 
L’idea di un’apertura verso la Cina non nasce dal vuoto. Un maggiore allineamento con Pechino o una partecipazione più attiva alle reti economiche asiatiche offrirebbe alcuni vantaggi strategici:
- L’Asia rappresenta oggi il principale motore della crescita mondiale: vi si concentrano le filiere industriali più dinamiche, l’innovazione tecnologica e una parte consistente dei flussi di investimento globali. Un’Italia capace di inserirsi in questi circuiti, anche solo come partner logistico e industriale, potrebbe diversificare i propri mercati di esportazione e ridurre la dipendenza dall’economia europea, soggetta a cicli di stagnazione e rigidità normative.
- Un dialogo più stretto con Pechino consentirebbe di accedere a capitali infrastrutturali di cui l’Italia ha bisogno. Il modello cinese della BRI, filtrato attraverso accordi trasparenti e sotto controllo europeo, potrebbe offrire opportunità di ammodernamento portuale, ferroviario e digitale. Le aziende italiane nei settori ingegneristici, energetici, logistici, potrebbero trovare in Asia un mercato in espansione.
- Sul piano diplomatico, un rapporto più equilibrato tra Est e Ovest rafforzerebbe la posizione negoziale dell’Italia, che potrebbe agire da ponte tra blocchi rivali e consolidare il proprio ruolo di interlocutore credibile e mediatore mediterraneo, anziché di semplice attore subordinato.
- Sul piano culturale e scientifico, una cooperazione più stretta con la Cina, in prima fila nel settore dell’intelligenza artificiale e della transizione verde, potrebbe favorire innovazione e sviluppo di competenze in Italia, ampliando gli orizzonti di scambio senza rinnegare l’appartenenza occidentale.
L’alternativa che Elly Schlein evoca in filigrana è un’Italia meno vincolata agli Stati uniti e più aperta a un multilateralismo esteso verso l’Asia, coincide, di fatto, con l’ipotesi di una proiezione cinese soft, che nel linguaggio diplomatico si traduce in “neutralità attiva”. Non viene mai dichiarata apertamente, ma rappresenta la visione di chi immagina un riequilibrio tra Est e Ovest capace di restituire all’Italia un ruolo autonomo.
Il caso del MoU 2019
Eppure, ciò che rende complicato il mondo degli esteri è la gestione delle conseguenze delle azioni intraprese.
Quando nel marzo 2019 l’allora Governo guidato da Giuseppe Conte firmò a Roma il Memorandum of understanding con la Repubblica popolare cinese, l’Italia divenne il primo e unico Paese del G7 ad aderire ufficialmente alla Belt and Road Initiative (BRI). Quadro della strategia globale lanciata da Pechino nel 2013 per collegare Asia, Africa ed Europa attraverso infrastrutture, investimenti e interdipendenze logistiche.

L’accordo si collocava in un momento in cui Pechino cercava di consolidare la propria influenza in Europa attraverso infrastrutture portuali e logistiche. Il documento non prevedeva vincoli militari o politici. Apriva la strada a un’espansione commerciale cinese in settori sensibili come energia, telecomunicazioni e portualità, potenzialmente in grado di ridefinire gli equilibri strategici del Mediterraneo.
La firma avvenne in un contesto di crisi economica interna e di crescente disillusione verso Bruxelles. Per l’Italia, la BRI apparve come una via alternativa di crescita, capace di attrarre investimenti diretti e diversificare le relazioni internazionali. Tuttavia, le aspettative rimasero in gran parte disattese: i flussi promessi non si materializzarono, mentre i partner europei e atlantici iniziarono a percepire la scelta come una deviazione dal quadro di sicurezza comune.
Con il Governo Meloni, l’Italia ha deciso di non rinnovare l’accordo allo scadere naturale nel 2024, formalizzando l’uscita dalla BRI l’anno precedente. Roma fece una scelta: rafforzare la cooperazione con gli Usa e con il G7.
Chi ha ragione?
Il confronto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein è riflesso di due letture opposte, ma entrambe rispondono, in verità, alla stessa esigenza: ridefinire il posto di una potenza media in un sistema internazionale che non ammette immobilismo.
Nel dibattito tra vincolo e sovranità, pragmatismo e aspirazione, si manifesta la continuità storica della nostra politica estera: una costante ricerca di equilibrio tra sicurezza e indipendenza, tra identità nazionale e integrazione occidentale. Chi governa ha il dovere di garantire la coerenza degli impegni internazionali; chi si oppone, quello di interrogare il senso e i limiti di tali impegni. È in questa dialettica che si misura la salute democratica di un Paese e la maturità della sua classe dirigente.
E perché, in ultima analisi, entrambe le protagoniste dello scontro fanno il loro lavoro: Giorgia Meloni quello del Presidente del Consiglio, Elly Schlein quello della leader dell’opposizione parlamentare.
Alessandro Bonifazi
Foto
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