Contatti riservati, pressioni regionali e portaerei in movimento: Washington e Teheran prendono tempo per evitare una nuova crisi in Medio Oriente
Secondo fonti regionali ben informate, l’intensa attività diplomatica condotta negli ultimi giorni avrebbe contribuito a ridurre le tensioni tra Iran e Usa, dopo una fase segnata da allarmi su un possibile e imminente intervento militare americano. Il lavoro di mediazione, riferiscono le fonti, avrebbe consentito di allontanare temporaneamente lo spettro di uno scontro diretto, in un momento in cui il Medio Oriente appariva vicino a una nuova escalation.
Cinque interlocutori con legami diretti con diversi Governi della Regione hanno riferito al Financial Times che una serie di contatti, in alcuni casi anche diretti tra Washington e Teheran, ha svolto un ruolo decisivo nel raffreddare il clima. Secondo queste ricostruzioni, i canali di comunicazione sono stati attivati in modo rapido per evitare che le tensioni degenerassero in una crisi aperta.
Pressioni regionali e rischio petrolio
Le stesse fonti spiegano che più Paesi mediorientali avrebbero invitato l’amministrazione Trump a mantenere un approccio prudente, mettendo in guardia contro le possibili conseguenze di un attacco all’Iran. Un’azione militare statunitense, hanno avvertito, rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Stati vicini e di provocare un’impennata dei prezzi del petrolio sui mercati globali.
Un alto funzionario arabo ha confermato che «la fase di escalation è, almeno per ora, contenuta», aggiungendo che Washington sarebbe orientata a concedere spazio ai colloqui con Teheran per valutare se possano produrre risultati concreti. L’obiettivo immediato, secondo questa fonte, sarebbe quello di guadagnare tempo e verificare la reale disponibilità iraniana a ridurre le tensioni.
Canali informali e ruolo dei mediatori
Nel frattempo, alcuni canali di comunicazione avrebbero permesso ai funzionari iraniani di trasmettere messaggi rassicuranti all’amministrazione statunitense. In particolare, Teheran avrebbe negato l’esistenza di piani per procedere con esecuzioni di manifestanti e sostenuto che il numero delle vittime delle proteste sarebbe inferiore a quello riportato da diversi media internazionali. Questi scambi, spiegano le fonti, potrebbero essere stati facilitati da Paesi terzi, tra cui la Russia o l’Oman, tradizionalmente attivi nel ruolo di mediatori.
Secondo le stesse ricostruzioni, tali contatti informali potrebbero evolversi nei prossimi giorni in colloqui più strutturati. Tuttavia, la Casa Bianca ha chiarito di continuare a seguire la situazione con estrema attenzione, ribadendo che «tutte le opzioni restano sul tavolo» qualora la crisi dovesse nuovamente aggravarsi.
Dichiarazioni ufficiali e pressione diplomatica
La portavoce della Casa Bianca, Caroline Leavitt, ha dichiarato giovedì che «erano previste 800 esecuzioni, ma sono state fermate», facendo riferimento anche a contatti intercorsi tra il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Le dichiarazioni mirano a sottolineare l’impatto che la pressione diplomatica avrebbe avuto sulle autorità iraniane.
Parallelamente agli sforzi sul piano politico, emergono segnali di un rafforzamento militare statunitense nella Regione. Fonti diplomatiche e analisi basate su immagini satellitari indicano che il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln si starebbe dirigendo verso il Medio Oriente. Funzionari americani hanno inoltre confermato che diverse unità di scorta della portaerei, attualmente nel Mar Cinese Meridionale, sono in fase di trasferimento e dovrebbero raggiungere l’area entro circa una settimana, come riportato dal New York Times.
Secondo i diplomatici regionali, questo dispiegamento potrebbe essere interpretato in due modi: come un segnale preparatorio a un eventuale attacco, oppure come una mossa di pressione volta a rafforzare la posizione negoziale di Washington nei confronti di Teheran. In entrambi i casi, la presenza militare resta un elemento centrale nel calcolo strategico statunitense.
Limiti dell’azione militare
Al momento, la presenza militare americana nella Regione è inferiore rispetto a quella dello scorso giugno, quando Trump ordinò un attacco contro obiettivi nucleari iraniani, salvo poi annullare all’ultimo momento. Alcuni ex funzionari del Dipartimento della Difesa osservano tuttavia che gli Usa non avrebbero necessariamente bisogno di un dispiegamento massiccio per condurre operazioni militari di ampia portata.
Gli stessi esperti sottolineano però che l’amministrazione potrebbe preferire rafforzare ulteriormente le proprie posizioni prima di avviare qualsiasi azione, soprattutto alla luce delle ripetute dichiarazioni iraniane che promettono una risposta dura a eventuali attacchi. Inoltre, analisti della Difesa ed ex funzionari americani avvertono che i soli raid aerei difficilmente sarebbero sufficienti a destabilizzare o rovesciare il regime iraniano, mentre aumenterebbero il rischio di un incendio regionale dalle conseguenze imprevedibili.
Proteste, sanzioni e contesto economico
Dall’inizio delle proteste in Iran, scoppiate il 28 dicembre, Donald Trump ha più volte minacciato un intervento a sostegno dei manifestanti. Nelle ultime ore, il presidente ha
affermato di aver ricevuto informazioni secondo cui «le esecuzioni dei manifestanti sono cessate». Parallelamente, l’amministrazione statunitense ha annunciato nuove sanzioni contro circa 17 funzionari iraniani, accusati di aver avuto un ruolo diretto nella repressione delle proteste.
Le manifestazioni in Iran, infine, sono esplose sullo sfondo di una profonda crisi economica, caratterizzata da inflazione elevata, difficoltà diffuse e da un crescente malcontento di una parte della popolazione nei confronti della leadership politica del Paese.
Posizioni internazionali
«Servono sanzioni più dure contro l’Iran» – ha annunciato la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola – «e chiediamo di inserire il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica all’interno della lista delle organizzazioni terroristiche».
Tende invece la mano alla diplomazia il Cremlino, con il presidente Vladimir Putin che durante una conversazione telefonica con il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato «la disponibilità della parte russa a continuare a intraprendere sforzi di mediazione appropriati, contribuendo a promuovere un dialogo costruttivo». Putin ha sentito anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e ha fatto sapere che: «Mosca e Teheran sostengono una rapida de–escalation delle tensioni attorno all’Iran e una risoluzione diplomatica dei problemi».
George Labrinopoulos
Foto © Ynetnews, Stimson Center, Africa Express













