Zvanì, il lato umano e inquieto di Giovanni Pascoli

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Zvanì

Il film Rai di Giuseppe Piccioni riscopre l’uomo dietro il poeta, tra famiglia, traumi, politica e visioni oniriche

Con l’anteprima a San Mauro Pascoli del film per la Tv, andato in onda successivamente su Rai 1, dal titolo Zvanìil romanzo familiare di Giovanni Pascoli (2026), diretto da Giuseppe Piccioni, si è voluto rendere omaggio a uno dei più grandi poeti dell’Ottocento italiano, Giovanni Pascoli.

Siamo tutti abituati a conoscere la vita di Pascoli attraverso le sue vicissitudini personali, in particolare l’uccisione del padre, evento che caratterizzò tutta la sua esistenza anche da un punto di vista psicanalitico, e che sfociò nella teoria del fanciullino, il poeta rimasto orfano.

Ma la vita di Zvanì va analizzata anche attraverso il viaggio in treno che trasporta il suo corpo a Barga, sequenza principale del film diretto da Giuseppe Piccioni, filtrata dai ricordi della sorella Mariu’, che svela un uomo tormentato, politico, povero e profondamente legato al nido familiare. Un viaggio senza ritorno che unisce la storia personale e la poetica pascoliana in modo intimo, lontano dalla classica biografia celebrativa.

Il film esplora il trauma della morte del padre, la giovinezza segnata dalla povertà e dall’impegno politico, la laurea, il difficile rapporto con le due sorelle, in particolare con Ida, e il bisogno del nido inteso come rifugio. Ne emerge una figura di Pascoli non accademica, inquieta come quella di altri artisti romagnoli del suo tempo, quali Dino Campana e Antonio Ligabue, ma anche ribelle e profondamente umana.

Il merito del regista marchigiano Giuseppe Piccioni è quello di aver utilizzato uno stile intimo e sensoriale, creando atmosfere oniriche che richiamano la poetica pascoliana, integrando vita e opera in un’unica esperienza visiva. Il film favorisce così il confronto tra testo e immagine, inteso come supporto interdisciplinare nell’insegnamento della letteratura italiana.

I luoghi di Zvanì

Il film è stato girato in gran parte negli spazi e negli ambienti di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoli, luogo dell’infanzia e della giovinezza del poeta, e nella casa toscana di Castelvecchio di Barga, dove Pascoli si rifugiò nel 1895. Nel centosettantesimo anniversario della nascita di Giovanni Pascoli, il film rappresenta il modo più immediato per avvicinare il pubblico, e soprattutto i giovani, alla sua figura poetica. Attraverso i ricordi della sorella Mariu’, Zvanì racconta la vita di Pascoli, il suo impegno politico e il rapporto complesso con Giosuè Carducci.

Nonostante le difficoltà personali, Pascoli riabbraccia le sorelle dopo vent’anni. Si riforma un trio familiare, ora però più problematico, segnato da dinamiche interne tese: Ida lascia il fratello per cercare una vita propria. Giovanni, ormai divenuto famoso, è un poeta infelice che si ritira con Mariu’ a Castelvecchio, dove il treno che lo conduce alla sepoltura attraversa uno spazio surreale, popolato da apparizioni misteriose, come nelle sue poesie.

La teoria psicanalitica del fanciullino

La poetica di Pascoli è profondamente legata al mistero della realtà. Secondo il poeta, né la filosofia né la scienza riescono a fornire una spiegazione plausibile del Mondo, né ad assicurare all’uomo la felicità promessa e il dominio sulla natura. Questi due fallimenti possono però essere superati dalla poesia, perché essa può illuminare il Mondo mediante improvvise intuizioni, tipiche del decadentismo.

Partendo da questa capacità conoscitiva della poesia, Pascoli elabora la teoria del fanciullino, che prende il nome da un suo testo in prosa in cui sviluppa il concetto prerazionale, intuitivo e privo di logica della poesia.

“La poesia nasce da uno sguardo infantile sul mondo, capace di stupirsi davanti al mistero”. Questa visione trae ispirazione dal Fedone di Platone, in cui Socrate, dopo aver parlato dell’anima, afferma che i suoi discepoli temono la morte come se in loro vi fosse un fanciullino che prova questo timore. Un tema che sarà sviluppato anche nella psicanalisi lacaniana, legata alla presenza costante del fanciullino nell’uomo, anche di fronte al mistero della morte.

Temi affini si ritrovano in un altro grande romagnolo, Federico Fellini, affascinato dal mistero, dal rapporto tra sacro e profano e dalla dimensione dell’infanzia/fanciullino. Pur muovendosi in un ambito diverso dalla poesia decadente, Fellini sviluppa un cinema oniricorealista.

In entrambi, il dialetto romagnolo rappresenta la voce emotiva, la lingua degli affetti, il luogo più autentico della memoria e dell’identità.

 

Paolo Montanari

Foto © Accademia Pascoliana, Manewspiceno

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