Dal Remigration Summit di Milano al Decreto Sicurezza: il dibattito sulle politiche migratorie europee si polarizza tra esigenze sicuritarie e tutela dei diritti fondamentali
Le politiche migratorie europee tornano al centro del dibattito pubblico con un’intensità che non si registrava dal 2015. Il 18 aprile 2026 Milano ha ospitato il Remigration Summit dei patrioti europei, al quale hanno risposto tre cortei di protesta. Pochi giorni dopo, il Decreto Sicurezza ha generato uno scontro istituzionale con il Quirinale sulla norma che introduceva incentivi agli avvocati per i rimpatri volontari. Sullo sfondo, la spinta verso una revisione della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, mentre Berlino, L’Aia e Londra attraversano stagioni analoghe di inasprimento. Un quadro che descrive un’Europa sospesa tra retorica securitaria e umanitaria.
Tra sicurezza e diritti: il quadro normativo europeo
Il nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo entrerà in vigore il 12 giugno 2026. Il pacchetto normativo, adottato nel maggio 2024, introduce procedure accelerate alle frontiere, un elenco comune di Paesi di origine sicuri – che comprende Bangladesh, India, Marocco e Egitto – e la cosiddetta “finzione giuridica di non ingresso”.
Nel quadro comune europeo, la politica dei rimpatri è disciplinata dalla Direttiva Rimpatri, che stabilisce norme comuni per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolarmente soggiornanti. La direttiva introduce come principio chiave la priorità del ritorno volontario rispetto all’espulsione forzata. Secondo i dati dell’International Centre for Migration Policy Development, il numero di sfollati globali è calato del 5% nel 2025, ma il dato riflette soprattutto rientri sia forzati che volontari da Afghanistan, Siria, Sud Sudan e Ucraina. Nell’Unione europea, afghani e venezuelani guidano le richieste di asilo.

Diverse organizzazioni umanitarie contestano l’assenza di canali legali di ingresso e il rischio di normalizzare la detenzione amministrativa. Alcuni Governi europei, al contrario, lo considerano uno strumento necessario per governare un fenomeno dalle ripercussioni economiche, sociali e demografiche rilevanti. Il dibattito, dunque, si colloca su un fragile equilibrio fra la dimensione securitaria e quella umanitaria.
Milano e la retorica della remigrazione
Il concetto di “remigrazione“, al centro del Summit milanese del 18 aprile, riflette una genealogia precisa. Polarizzato dall’attivista austriaco Martin Sellner, leader del Movimento identitario austriaco, e pubblicato nel 2024 l’opuscolo “Remigration: Ein Vorschlag”, “Remigrazione: una proposta”. L’ideologia si riallaccia alla teoria della “grande sostituzione etnica“, formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, il quale sostiene che la popolazione europea verrebbe sostituita progressivamente attraverso l’immigrazione.
Sul palco di piazza Duomo, il vicepremier Matteo Salvini ha proposto un “permesso a punti” legato a comportamenti verificabili, evitando però di usare direttamente il termine. Altresì a rivendicarlo apertamente è stata la vicesegretaria della Lega Silvia Sardone, equiparandolo al rimpatrio. Hanno preso parte al Summit figure internazionali come il francese Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, e l’olandese Geert Wilders – fondatore e leader del Partito per la Libertà (PVV), una formazione di destra populista ed euroscettica – mentre il premier ungherese Viktor Orbán non ha partecipato fisicamente, per via della sua recente sconfitta elettorale in Ungheria. Le stime della polizia parlano di circa duemila partecipanti al raduno leghista.

Forza Italia ha preso le distanze, mentre all’Arco della Pace si è svolta un’iniziativa dedicata agli italiani di seconda generazione, organizzata da Amir Atrous. Contemporaneamente, tre cortei hanno attraversato la Città: quello dei centri sociali, delle associazioni con lo slogan “Milano è migrante” e quello delle realtà filo–palestinesi. Si sono registrate tensioni con le forze dell’ordine lungo via Borgogna.
Remigrazione, rimpatri, ed espulsione: tre parole, tre piani
La dichiarazione circa la «traduzione corretta» di remigration come rimpatrio pone un problema di precisione lessicale. Sebbene venga utilizzato in maniera più calcata nelle dichiarazioni mediatiche e nei dibattiti politici, è necessario fare una distinzione netta fra i termini “remigrazione” e “rimpatrio“, poiché sono due concetti con una base ideologica ben distinta che non vanno utilizzati intercambiabilmente. “Rimpatrio” ed “espulsione” sono categorie giuridiche codificate nel diritto europeo e nazionale, con procedure e limiti definiti. “Remigrazione” è invece un concetto politico emerso negli ambienti di estrema destra europea, che indica il ritorno più o meno forzato nei Paesi di origine di persone con background migratorio – potenzialmente anche con status legale o cittadinanza.

Come definito dalla giornalista italo-tunisina Leila Belhadj Mohamed, che ha dedicato un’analisi politica sull’argomento: «la precisione non è una questione formale. È una condizione per mantenere leggibile il rapporto tra linguaggio, diritto e politica. E quando questa precisione viene meno, il cambiamento non riguarda solo le parole. Riguarda il modo in cui la realtà viene raccontata, e, progressivamente, percepita». L’autrice osserva come diversi titoli giornalistici utilizzano “remigrazione” per descrivere misure che nel testo normativo riguardano i rimpatri volontari: uno «slittamento» che produce una «sovrapposizione tra piani che nel diritto restano distinti».
Importante evidenziare come rimpatrio e remigrazione si stiano avvicinando nel linguaggio pur restando separati nel diritto, in cui Belhadj Mohamed avverte che la parola rischia di essere percepita come «semplice variante del linguaggio istituzionale», anziché come un concetto politico dalla storia specifica e pericolosa.
Il Decreto sicurezza e il nodo degli avvocati
Il DL sicurezza 2026 (DL 23/2026), approvato in prima lettura dal Senato, ha prodotto un conflitto istituzionale significativo. L’articolo 30–bis, introdotto con un emendamento della maggioranza, prevede un compenso di 615 euro per gli avvocati che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio volontario assistito. Infatti, il compenso viene erogato solo «a esito della partenza dello straniero». Il Consiglio nazionale forense ha dichiarato di non esser stato informato del proprio coinvolgimento. L’Unione delle Camere penali italiane ha parlato di «apologia dell’infedele patrocinio», mentre l’Associazione nazionale magistrati ha espresso «sconcerto» per una norma che «collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva».
Il presidente Mattarella ha sollevato rilievi di costituzionalità, comunicati attraverso il sottosegretario Mantovano, segnalando che non avrebbe promulgato la legge di conversione del Decreto Sicurezza se non fosse stata eliminata o corretta la norma sul compenso condizionato per gli avvocati dei migranti. Secondo la Commissione di Bilancio della Camera, i fondi stanziati – 246mila euro per il 2026 e 429mila per il 2027 – permetterebbero al massimo 800 rimpatri annui, appena 125 in più rispetto ai 675 registrati nel 2025.

In risposta, il Governo Meloni ha annunciato un decreto correttivo che amplierà la platea ai mediatori e prevede il pagamento anche in assenza di rimpatrio. Un ping–pong politico che documenta la distanza tra ambizioni governative e risorse operative, oltre a delineare la tensione fra potere esecutivo e Quirinale sui limiti costituzionali del diritto di difesa.
Il contesto europeo
Le dinamiche italiane si inseriscono in un quadro continentale di progressiva restrizione.
- In Germania, dal maggio 2025, il cancelliere Friedrich Merz e il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt hanno introdotto respingimenti sistematici alle frontiere interne. Il Tribunale amministrativo di Berlino, nel giugno 2025, ha dichiarato illegittima la prassi rispetto al diritto europeo, ma l’esecutivo ha scelto di proseguire. A febbraio 2026 i controlli alle frontiere sono stati estesi per altri sei mesi. Anche la SPD, partner di coalizione, ha votato leggi restrittive, segno di uno slittamento trasversale del perimetro politico tedesco.
- Nei Paesi Bassi il 3 giugno 2025 Geert Wilders ha ritirato il PVV dal Governo Schoof, facendolo cadere dopo undici mesi. Il pretesto è stato un piano in dieci punti per una stretta estrema sull’asilo, giudicato inaccettabile dagli altri partiti della coalizione. Wilders ha poi partecipato al Summit di Milano del 18 aprile, chiudendo un cerchio simbolico con l’iniziativa italiana.
- In Francia, il ministro dell’Interno Bruno Retailleau spinge per un’attuazione anticipata del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
- Nel Regno Unito la tensione assume una dimensione più simbolica che normativa. La campagna «Operation Raise the Colours», partita da Birmingham nell’estate del 2025, ha diffuso la bandiera di San Giorgio nelle vie di molte Città inglesi, spesso vicino agli hotel destinati ai richiedenti asilo. Il primo ministro Keir Starmer si è detto «orgoglioso» del vessillo, aggiungendo però che quando lo si usa per «fini divisivi» perde valore.
- In Portogallo, il “Remigration Summit 2026”, in agenda a Porto il 30 maggio 2026, segna una crescente spinta nazionalista e suprematista in linea con le dinamiche europee. L’evento, promosso dalla destra radicale, evidenzia la pressione sul governo di Luís Montenegro per l’adozione di politiche di rimpatrio forzato e la revisione dei permessi di soggiorno.
Politiche migratorie europee: quale direzione?
Il dibattito sulle politiche migratorie europee si articola lungo due direttrici che raramente si incontrano. Da un lato le esigenze di sicurezza, richiamate dai Governi e sostenute da segmenti dell’opinione pubblica. Dall’altro il rispetto degli standard internazionali – Convenzione di Ginevra, la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, le direttive dell’Ue – che impongono garanzie sulle procedure di asilo e limiti alla detenzione amministrativa.
Le recenti manifestazioni in diversi Paesi europei mostrano come il tema migratorio stia assumendo una dimensione simbolica, che va al di là della gestione dei flussi. La normalizzazione di concetti radicali può spostare progressivamente il confine del dibattito pubblico, rendendo accettabili misure che in passato sarebbero state considerate eccezionali, oscurando il problema reale: la necessità di costruire un modello capace di conciliare immigrazione controllata, diritti fondamentali e sostenibilità demografica in Europa dove gli over 65 rappresentano una quota crescente della popolazione, e la crescita economica necessita di manodopera.
È qui che si pone l’importanza del diritto europeo: stabilire limiti laddove accresce la possibilità di politiche restrittive.
Ammir El Mehrat
Foto © La Stampa, Parlamento Europeo, PfEU, Agenzia Nova, Unipd













