Nuove regole su accesso e controlli per contenere la spesa e contrastare frodi nel sistema di assistenza alla disabilità
In Australia si torna a parlare del Ndis (National Disability Insurance Scheme), uno dei programmi più importanti per il supporto alle persone con disabilità. Il Governo guidato da Anthony Albanese ha annunciato una riforma che punta a ridurre i costi e rendere il sistema più sostenibile nel tempo.
Il dato che colpisce subito: entro il 2030 almeno 160.000 persone potrebbero uscire dal programma. Questo perché cambieranno le regole di accesso.
Con i cambiamenti proposti, l’accesso al Ndis non dipenderà più solo dalla diagnosi, ma da una valutazione standardizzata delle capacità della persona nella vita quotidiana. L’idea è passare dalla diagnosi a una valutazione concreta di quanto supporto serve davvero.
Non ci saranno differenze tra tipi di disabilità. Però, in pratica, alcune persone con bisogni più bassi o con maggiore autonomia potrebbero uscire dal programma.
Il ministro della Salute, Mark Butler, ha spiegato che l’obiettivo è riportare il Ndis su un percorso sostenibile. Oggi il programma vale circa 50 miliardi di dollari, ma senza interventi potrebbe superare i 70 miliardi entro la fine del decennio. Con le nuove misure, invece, il costo dovrebbe fermarsi intorno ai 55 miliardi.
Crescita della spesa e controlli
Un altro punto centrale riguarda la crescita della spesa. Il Governo vuole ridurla al 2% annuo fino al 2030, dopo anni in cui i costi sono aumentati molto rapidamente. Solo nell’ultimo anno, infatti, la crescita è stata superiore al 10%.
Le modifiche riguarderanno anche i fornitori di servizi. Sempre più operatori dovranno essere registrati ufficialmente, soprattutto in ambiti considerati più delicati come l’assistenza personale, il supporto nella vita quotidiana e i servizi in contesti chiusi. L’idea è aumentare i controlli, migliorare la qualità e garantire maggiore sicurezza.
Allo stesso tempo, il Governo vuole intervenire sui costi delle attività sociali e comunitarie, che hanno raggiunto cifre molto alte. L’obiettivo è riportare la spesa a livelli più controllati e fermare quella che è stata definita una crescita “troppo veloce”. Secondo le stime, i partecipanti al Ndsi potrebbero scendere a circa 600.000 entro il 2030, rispetto agli oltre 760.000 attuali e ai 900.000 previsti con le regole attuali. Un cambiamento significativo che avrà un impatto concreto sui piani individuali.
Il ministro Mark Butler è stato diretto: si tratta di decisioni difficili ma necessarie. Senza interventi, ha detto, il rischio è che il sistema non riesca più a sostenere chi ne ha davvero bisogno.
Critiche e dibattito politico
Non mancano però le critiche. Alcuni esperti, come Martin Laverty, vedono nelle riforme un’opportunità per migliorare il sistema, soprattutto grazie a un maggiore controllo sui fornitori e a una gestione più efficiente delle risorse.
Altri, invece, esprimono forte preoccupazione. George Taleporos ha ricordato che il Ndis nasce con una promessa precisa: garantire supporto, scelta e autonomia alle persone con disabilità. Una promessa che, secondo lui, non deve essere messa in discussione.
Anche sul piano politico il confronto è acceso. Gli Australian Greens hanno criticato duramente le misure, con la leader Larissa Waters che ha parlato di un rischio per la dignità delle persone con disabilità. Dai territori arrivano ulteriori timori: la ministra del Queensland, Amanda Camm, ha sottolineato che le riforme potrebbero spostare parte dei costi sugli Stati e colpire soprattutto le comunità più vulnerabili.
Rischi di frodi e infiltrazioni criminali
Nel frattempo emergono anche problemi legati alla sicurezza del sistema. La Australian Criminal Intelligence Commission ha segnalato che gruppi criminali stanno sfruttando il Ndis per attività illegali, come il riciclaggio di denaro.
In modo semplice, questi gruppi riescono a entrare nel sistema come normali fornitori di servizi. Aprono società che sembrano regolari e si presentano come operatori che offrono assistenza alle persone con disabilità. Una volta dentro, entrano in contatto con i clienti: a volte costruiscono un rapporto di fiducia, altre approfittano della vulnerabilità o della scarsa conoscenza del sistema.
Il meccanismo principale riguarda le fatture. Vengono dichiarati servizi che in realtà non sono mai stati fatti, oppure vengono gonfiati i costi e le ore di assistenza. Il sistema paga perché si basa su quello che viene dichiarato, e quindi i soldi arrivano come se tutto fosse corretto. In alcuni casi, questi fornitori riescono anche a gestire direttamente il budget della persona o a influenzarne le scelte, facendo in modo che continui a usare solo i loro servizi.
C’è poi un aspetto ancora più delicato. Alcuni clienti diventano molto dipendenti da quel provider, soprattutto per l’assistenza quotidiana. In queste situazioni possono nascere pressioni: viene fatto capire che cambiare fornitore potrebbe significare perdere supporto o avere difficoltà. A volte si tratta di manipolazione psicologica, altre volte di vere e proprie intimidazioni. Questo rende difficile fare domande, segnalare problemi o scegliere alternative.
Il denaro ottenuto viene poi spostato tra diverse aziende o usato per altre attività, rendendo più difficile seguire il percorso dei soldi. Tutto questo è possibile perché il sistema è molto grande, con tanti operatori e controlli non sempre uniformi. In questo contesto, chi vuole aggirare le regole riesce a inserirsi e a sfruttare le falle, trasformando un sistema pensato per aiutare le persone in un’opportunità di guadagno illecito.
Il Governo, dal canto suo, ribadisce la linea: il Ndis deve continuare a esistere, ma in modo sostenibile. La sfida ora sarà trovare un equilibrio tra risparmio economico e tutela delle persone più fragili, senza perdere lo spirito originario del programma.
Giovanni Maria Pontieri
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