Alternativa presentata a Barcellona, voluta da Sánchez e Lula come contraltare geopolitico. Pechino osserva interessata
Il 17 e 18 aprile 2026, Barcellona si è trasformata nella Capitale informale della sinistra mondiale. Creatura politica costruita mattone per mattone da Pedro Sánchez nel corso di mesi di lavoro diplomatico per coltivare una visione coerente nello scacchiere politico internazionale.
Il Palazzo di Pedralbes ha ospitato la prima Cumbre España–Brasil, il primo summit bilaterale di questo formato che la Spagna abbia mai tenuto con un Paese latinoamericano, con Sánchez e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Ma quello del fine settimana non era un incontro diplomatico ordinario. Era, invece, a tutti gli effetti, una dichiarazione di intenti rivolta al Mondo intero.
I risultati
I due leader hanno siglato quindici accordi chiave che coprono minerali critici, tecnologia, innovazione, lotta alla violenza di genere, uguaglianza razziale ed economica, relazioni commerciali e di investimento.
Ma il vero accordo riguarda la costruzione di un fronte multilaterale capace di tenere testa alla nuova logica imperiale che avanza da Washington, e di offrire al Mondo un modello alternativo.
Sánchez ha inquadrato la scelta del Brasile come partner privilegiato. Brasilia è potenza economica, attore indispensabile nei BRICS, motore politico e sociale per l’America Latina e i Caraibi. Dal canto suo, Lula ha trovato il partner europeo più prossimo al suo pensiero. Durante l’evento, per sottolineare la necessità di dialogo e cooperazione ha scelto di riportare un paragone storico: il momento internazionale attuale alla Barcellona di novant’anni fa, immersa nell’orrore della Guerra civile spagnola, preludio della Seconda guerra mondiale.
Il giorno successivo, sabato 18, è toccato alla IV Riunione in Difesa della Democrazia. Iniziativa promossa da Sánchez e Lula nel 2024 per difendere il multilateralismo e il rispetto dell’ordine internazionale basato sulle regole.
Insieme a loro, sedevano la messicana Claudia Sheinbaum, il colombiano Gustavo Petro, l’uruguaiano Yamandú Orsi, il sudafricano Cyril Ramaphosa, il presidente del Consiglio europeo António Costa, e rappresentanti di Irlanda e Barbados. In parallelo, la Global Progressive Mobilisation ha riunito oltre cento partiti socialdemocratici da tutto il Pianeta, con una dichiarazione congiunta su quattro assi d’azione: democrazia, uguaglianza, ambiente e trasformazione digitale.
Riforma Onu
Ed è stato proprio durante la IV Riunione in Difesa della Democrazia che Sánchez ha lanciato una proposta forte: «è arrivato il momento che le Nazioni unite siano riformate e, perché no, guidate da una donna».
La proposta non è nuova in assoluto. Sánchez la porta avanti da tempo. Dalla fondazione dell’Onu nel 1945, nessuna donna ha mai occupato la Segreteria generale. Il premier spagnolo si è espresso con chiarezza a favore di una candidatura proveniente dall’America Latina e dai Caraibi: «perché è ora, e perché è giusto».
Una formula breve che contiene, però, un’ambizione geopolitica precisa. Il mandato dell’attuale segretario generale António Guterres scadrà nel 2027. Un’America latina, donna, alla guida dell’Onu significherebbe una rottura epocale con ottant’anni di monopolio maschile e occidentale.
L’agenda della riunione barcellonese ha poi fissato altre due priorità fondamentali: la governance digitale, con la necessità di impedire che gli algoritmi premino l’odio e la polarizzazione, e che il potere tecnologico resti fuori dal controllo democratico.
Ultima, ma non meno importante, la lotta alla disinformazione, presentata come uno dei principali vettori di destabilizzazione delle democrazie contemporanee.
Due assi, un Continente
Quello che si sta consumando nel Continente americano è uno scontro egemonico. Da un lato, l’asse Sheinbaum–Lula–Petro: tre leader che incarnano varianti diverse di un progressismo che non intende alzar bandiera bianca, intento a trasformare le recenti sconfitte politiche in una nuova architettura, con l’appoggio di Madrid.
Dall’altro, il triangolo Trump–Milei–Bukele: costellazione reazionaria che si propone come modello alternativo di ordine, sicurezza e sovranità economica, inteso a deragliare le inefficienze delle stagnanti burocrazie statali e dei ritmi della politica internazionale.
Donald Trump ha riletto la dottrina Monroe. L’America latina è parte del recinto americano, fautrice degli interessi di Washington. Javier Milei, il presidente argentino, ne è diventato il discepolo più fedele nell’emisfero sud: sia ideologicamente, che sul piano della visibilità mediatica. Nayib Bukele, icona del culto della sicurezza che ha trasformato El Salvador dal Paese più pericoloso al Mondo al più sicuro, completa il quadro di un Continente che intende rivedere la sua propria immagine.
Riscoperta del Poder Blando?
Ciò che Sánchez sta sfidando è l’idea che l’America sia una sola, quella del Nord. E che il resto sia succursale. La sua scommessa è che l’Iberoamerica, concetto linguistico-culturale che unisce Spagna, Portogallo e le ex colonie americane, possa diventare uno spazio geopolitico autonomo, capace di negoziare con le superpotenze da una posizione di forza collettiva.
Fonti governative spagnole confermano che si sta già lavorando a un format analogo per il prossimo anno, con lo stesso schema di proiezione internazionale che Madrid intende estendere anche verso la Cina.
Un sistema di alleanze che bypassa Washington senza scontrarla frontalmente, che parla di regole internazionali e propone accordi commerciali aperti, come quello tra Ue e Mercosur, fortemente voluto da Sánchez. E che guadagna terreno anche grazie all’indebolimento dei suoi avversari nella Regione: la sconfitta e il successivo arresto per golpismo dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, e la recente uscita di scena di Viktor Orbán dal potere ungherese, hanno ridimensionato la forza dell’internazionale di destra.
Il precedente cubano
Rimanendo in tema “Iberoamerica”, una menzione particolare all’influenza di Madrid sul Continente va fatta al precedente di Cuba.
Il legame tra Fidel Castro e la Spagna ha rappresentato uno dei capitoli più affascinanti e contraddittori della geopolitica del Novecento. Nonostante la sua retorica rivoluzionaria, il Líder Máximo non ha mai reciso il cordone ombelicale con la terra di suo padre, la Galizia, ricercando, nel corso del tempo, una costante sinergia con Madrid.
Questa connessione si tradusse in una diplomazia ai limiti dell’acrobatica: basti
pensare al tacito accordo con il regime di Francisco Franco, che si rifiutò di piegarsi all’embargo statunitense, permettendo a Cuba di mantenere un canale economico e culturale verso il Vecchio Continente. Per Castro, la Spagna era un pilastro strategico per rompere l’isolamento internazionale. Questo ponte atlantico è sopravvissuto alla transizione democratica spagnola, trasformandosi in una collaborazione economica che ha visto Madrid diventare il principale interlocutore europeo dell’Avana.
Il piano di Madrid
«Non basta resistere, bisogna proporre. Bisogna dimostrare che la democrazia non solo si difende, ma si rafforza e si perfeziona giorno dopo giorno». Così Sánchez intende ricucire la rete che dal 2024 è stata tagliata. L’intuizione strategica del premier spagnolo è la seguente: se Trump impone la sua agenda attraverso la bilateralità muscolare e la minaccia dei dazi, l’alternativa non può che essere multilaterale, istituzionale. Basata su regole condivise.
Lula ha portato a Barcellona il peso specifico del Brasile, e la Spagna da oltre vent’anni è uno dei suoi principali investitori. Petro la Colombia, terreno di scontro storico tra modelli politici incompatibili, e la capacità di tenere aperta la partita in uno dei Paesi più strategici del continente. Sheinbaum il Messico, incarnazione del confine fisico e simbolico con gli Stati uniti. Diaframma tra due visioni del Mondo. Sánchez porta l’Europa, la legittimità istituzionale comunitaria, la memoria di un Vecchio Continente che intende guardare al futuro all’insegna di tre brevi parole: Stato di Diritto.
Alessandro Bonifazi
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