Dieci giorni di stop ai combattimenti mediati da Trump tra Beirut e Tel Aviv, mentre l’Iran tratta sul nucleare e le rotte energetiche aggirano lo Stretto di Hormuz
Israele e Libano hanno accettato una tregua temporanea di dieci giorni, mediata dagli Usa, che si intreccia con il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran e con la crisi nello Stretto di Hormuz e nelle rotte energetiche globali.
Interruzione di dieci giorni
La tregua è entrata in vigore giovedì 16 Aprile 2026 alle 23, ora italiana, dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump sul suo social Truth, al termine di colloqui diretti tra le delegazioni di Israele e Libano a Washington, i primi dopo decenni di gelo diplomatico. Trump ha rivendicato il successo della mediazione, sottolineando come questa sia, a suo dire, «la decima guerra» che riuscirà a fermare, e ringraziando il segretario di Stato Marco Rubio per il ruolo di coordinamento dei negoziati.
Nel suo messaggio, il presidente americano ha spiegato che i due Paesi «si sono incontrati martedì per la prima volta in 34 anni a Washington con il grande segretario di Stato Marco Rubio», presentando la tregua come un passo verso un accordo più ampio nella Regione. Washington punta infatti a creare «spazio di manovra» per la diplomazia anche rispetto al confronto con l’Iran, che si intreccia direttamente con le dinamiche sul fronte libanese.
Trump non ha rinunciato alle consueto eccesso, affermando: «È stato un onore risolvere 9 guerre nel Mondo, questa sarà la decima», e ha aggiunto un monito diretto a Hezbollah: «Spero che si comporti bene durante questo importante periodo di tempo». La leadership americana insiste sul fatto che il rispetto della tregua da parte del movimento sciita sarà cruciale per trasformare il cessate il fuoco in qualcosa di più strutturale.
Violazioni sul terreno e timori per la popolazione civile
Poche ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’esercito libanese ha denunciato «diversi attacchi israeliani, oltre a bombardamenti intermittenti che hanno colpito una serie di villaggi» nel sud del Paese, definendoli come «violazioni dell’accordo». Di fronte a queste segnalazioni, le forze armate di Beirut hanno invitato gli sfollati «ad astenersi dal tornare immediatamente nel sud del Libano», sottolineando che la situazione sul terreno resta altamente instabile. L’Agenzia nazionale di informazione libanese (Ani) ha riferito di bombardamenti sull’area di Khiam e sul vicino villaggio di Debbine, oltre a «intensa attività di droni» nella stessa Regione, alimentando il timore che il cessate il fuoco possa trasformarsi in una sequenza di reciproche accuse e ritorsioni armate.
Parallelamente, il sistema di allerta israeliano ha registrato un possibile attacco nel Nord di Israele, vicino al confine, circa un’ora dopo l’avvio formale della tregua, anche se Hezbollah non ha rivendicato l’azione e l’esercito di Tel Aviv non ha diffuso dichiarazioni ufficiali in merito.
Dispiegamento militare e ritorno degli sfollati
Nonostante l’accordo, l’esercito israeliano ha fatto sapere che manterrà il proprio dispiegamento terrestre nel sud del Libano, chiedendo alla popolazione di non tornare a vivere a sud del fiume Litani finché la situazione di sicurezza non sarà chiarita. Tel Aviv continua a considerare essenziale la presenza militare nell’area per prevenire nuovi lanci di razzi e movimenti di combattenti di Hezbollah ai confini.
Sul terreno, però, la pressione umanitaria è enorme: lunghe code si sono formate a Nord del Litani, con automobilisti bloccati per ore per attraversare l’unico ponte ancora intatto che collega il sud al resto del Paese. Con la tregua di dieci giorni che interrompe – almeno sulla carta – sei settimane di duri combattimenti tra Israele e il gruppo armato sciita, molti sfollati hanno iniziato a mettersi in viaggio per tentare un primo ritorno nelle proprie abitazioni, soprattutto nell’area di Sidone e dei centri limitrofi.
Le immagini diffuse dai media internazionali e libanesi mostrano centinaia di persone che camminano o guidano lungo le strade dirette verso il Libano meridionale, trascinando bagagli e oggetti essenziali recuperati alla meglio. Per molte famiglie, la tregua rappresenta una finestra strettissima per verificare i danni alle case, recuperare documenti e beni di prima necessità, pur nella consapevolezza che il cessate il fuoco è fragile, ferito e sbrindellato dai primi episodi di violenza.
La dimensione regionale: Iran, Hormuz e diplomazia
La tregua in Libano si inserisce nel contesto più ampio del confronto tra Usa e Iran, dove è in vigore un cessate il fuoco altrettanto precario, che secondo il segretario generale dell’Onu António Guterres andrebbe «esteso» oltre la scadenza prevista per martedì prossimo. «Siamo pronti a ogni tipo di esito ma speriamo che ci sia almeno un’estensione del cessate il fuoco», ha dichiarato, sottolineando i rischi di un nuovo ciclo di escalation in caso di fallimento dei colloqui.
Trump, dal canto suo, ha definito la guerra con l’Iran «quasi finita» e ha giudicato «possibile» un accordo entro la fine del mese, pur annunciando contemporaneamente l’invio di altri 10.000 soldati nell’area per aumentare la pressione su Teheran. Secondo fonti iraniane citate da Reuters, la Repubblica islamica avrebbe proposto, nel quadro dei negoziati in corso, di consentire il passaggio sicuro delle navi sul lato omanita dello Stretto di Hormuz, riducendo il rischio di attacchi in quel tratto cruciale per i flussi energetici globali.
La Casa Bianca ha però smentito che si stia lavorando a una proroga formale del cessate il fuoco di due settimane, volto a garantire ulteriore spazio ai negoziatori. In pubblico, Trump si dice sicuro che «conseguiremo la vittoria, molto presto» e sostiene che Teheran sarebbe disposta a concessioni «impensabili due mesi fa», tra cui un accordo per non dotarsi di armi nucleari e la consegna della propria «polvere nucleare», formula con cui l’amministrazione americana sembra alludere alle scorte di uranio arricchito. Il presidente ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe accettato di consegnare il suo uranio arricchito, pur mantenendo «migliaia di missili» e droni in grado di minacciare le forze statunitensi nella Regione.
Macron e la posizione europea sulla tregua
In Europa, il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso pieno sostegno al cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, annunciato da Trump, ma ha al tempo stesso manifestato forte preoccupazione per le violazioni registrate nelle prime ore di tregua. In un messaggio pubblicato su X, ha scritto: «Offro tutto il mio sostegno al cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, annunciato dal presidente Trump. Esprimo inoltre la mia preoccupazione per il fatto che possa essere già indebolito dalla prosecuzione delle operazioni militari. Chiedo che venga garantita la sicurezza della popolazione civile su entrambi i lati del confine tra Libano e Israele».
Il presidente francese è stato netto anche sui nodi politici di fondo: «Hezbollah deve deporre le armi. Israele deve rispettare la sovranità libanese e porre fine alla guerra». Parigi invita «tutte le parti a rispettare pienamente» il cessate il fuoco e «ad astenersi da qualsiasi azione che possa comprometterne l’attuazione», chiedendo la prosecuzione del dialogo tra Israele e Libano per arrivare a «una soluzione politica che preveda il ritiro di Israele e il disarmo di Hezbollah e che, oltre a ciò, apra la strada alla pace e alla sicurezza per entrambi i Paesi».
Parigi, che oggi ospita un vertice dei Paesi volenterosi sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, sottolinea il proprio impegno a favore della «piena sovranità e integrità territoriale del Libano» in linea con la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza Onu. L’obiettivo dichiarato è contribuire, insieme ai partner europei, regionali e internazionali, al sostegno del processo diplomatico in corso, tenendo unito il dossier libanese a quello iraniano e alla sicurezza energetica.
Navi e blocchi
Sul fronte marittimo, la tensione nello Stretto di Hormuz continua a spingere gli attori regionali e globali a mettere alla prova limiti e portata del blocco americano alle navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. Una petroliera battente bandiera di Hong Kong, la Ava 6, ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo di Oman in quello che appare come un secondo “test” nei confronti delle misure statunitensi.
Secondo i dati della società cinese Mingkun Technology, la nave, di proprietà della Standwill Shipping Ltd di Hong Kong, è partita mercoledì da un porto degli Emirati Arabi Uniti e ha attraversato Hormuz in un intervallo compreso tra le 4 e le 14 di giovedì, prima di entrare nel Golfo di Oman. Il suo transito è stato rilevato anche da piattaforme di tracciamento navale come MarineTraffic, ma gli analisti cinesi precisano che resta incerto se l’Ava 6 abbia davvero «violato» il blocco americano, poiché «l’area del blocco si trova approssimativamente nel golfo di Oman, quindi non si può dire che la nave abbia attraversato il blocco».
Diversificare le rotte
In parallelo, una petroliera sudcoreana che trasportava greggio dal porto saudita di Yanbu ha lasciato in sicurezza il Mar Rosso, segnando la prima spedizione di questo tipo decisa da Seul da quando il Paese ha iniziato a cercare rotte energetiche alternative al passaggio per lo Stretto di Hormuz. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha definito il transito un «risultato prezioso» negli sforzi del Governo per superare le sfide poste dalla guerra e dal blocco sul corridoio iraniano.
Le autorità sudcoreane non hanno chiarito quante petroliere seguiranno la stessa rotta né quando la nave arriverà effettivamente in Corea del Sud, ma hanno confermato che 26 navi sudcoreane restano bloccate nello Stretto di Hormuz in attesa di una soluzione diplomatica o di corridoi di sicurezza stabili. Il ricorso al percorso via Mar Rosso e Yanbu si inserisce in un piano più ampio di diversificazione delle tratte, volto a ridurre la dipendenza da un singolo choke point strategico e a mitigare l’impatto immediato delle tensioni tra Stati Uniti e Iran sui mercati energetici asiatici.
Ginevra Larosa
Foto © AI, United Nations in Timor-Leste













