Raffaello o Perugino? Il caso Maddalena riaperto

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La Maddalena

Una scoperta in Inghilterra riaccende il dibattito sull’attribuzione della Maddalena e intreccia arte, archivi e nuove analisi scientifiche

La storia dell’arte assomiglia ai cicli e ricicli storici di Gian Battista Vico. Scoperte, damnatio memoriae, ritrovamenti casuali, che portano talvolta a notizie sensazionali, legate però al recupero di una identità culturale ed estetica che non hanno tempo nella storia dell’arte.

Due esempi: il ritrovamento in Inghilterra di una tela di Raffaello Sanzio, la Maria Maddalena perduta, che sta aprendo fra gli studiosi e i critici d’arte un acceso dibattito sulla versione gemella appartenente alla Galleria Palatina di Firenze, creando un dualismo di attribuzione fra Raffaello e Perugino.

Ma veniamo per ordine alla storia della Maddalena inglese. L’opera è rimasta nell’ombra per secoli a causa di una catalogazione errata e di una parchettatura che ne nascondeva il pannello originale, assottigliato fino a soli 3 millimetri. È stata identificata da un team di studiosi e la scoperta pubblicata su Open Science. La scoperta inglese ha aperto un terremoto in campo artistico e ha messo in dubbio l’autenticità della Maddalena conservata a Firenze, attribuita al Perugino. Per secoli la Maddalena fiorentina è stata considerata l’originale.

Stefano Fortunati ha rinvenuto negli archivi del duca di Urbino tracce precise di una Maddalena attribuita a Raffaello, scomparsa dagli inventari dopo la morte di Francesco Maria II. Al contrario non esistono documenti certi sull’esistenza di una Maddalena attribuita al Perugino. Nel XIX secolo, alcuni studiosi avevano notato un’iconografia sensuale diversa dalla consueta pietas religiosa del maestro umbro. Le indagini riflettografiche all’infrarosso hanno rivelato discrepanze tra le due tele.

Nella versione della Maddalena inglese sono emersi numerosi ripensamenti dell’artista, come una ciocca di capelli abbozzata sulla spalla e poi cancellata e altri errori che sono frutto di un processo creativo originale. Nella Maddalena fiorentina non vi è alcun segno di un disegno preparatorio, né pentimenti o rifacimenti da bottega.

La Maddalena penitente di Raffaello faceva parte probabilmente di un piccolo trittico devozionale privato, che includeva anche una Santa Caterina d’Alessandria, oggi alla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.

La santa Maria Maddalena attribuita al Perugino è databile intorno al 1500. Un’opera da cavalletto vicina alle atmosfere di Leonardo e Raffaello, con uno sfondo oscuro tipico di Pietro Vannucci. Indossa un corpetto rosso e verde (simboli di amore e penitenza), che riprendono dalla raffigurazione caravaggesca del personaggio.

Versione cinematografica di Ozon

Un altro significativo esempio di identità culturale è il film di François Ozon Lo straniero, tratto dal romanzo capolavoro di Albert Camus. Un film tra estetica delle superfici e rilettura politica.

Un film complesso ma ben riuscito dal cineasta francese, già portato sul grande schermo da Luchino Visconti. In questo caso vi è una sfida tra l’intraducibilità del capolavoro di Camus, che però si fa immagine algida e metafisica. Il film si apre con una frase indimenticabile: “La fusione indissolubile fra l’Occidente e il mondo arabo dona un fascino unico alla città di Algeri”. Volutamente in bianco e nero, il film ha un incipit diverso dal romanzo.

La MaddalenaOzon predilige l’aspetto estetico della città in un messaggio dichiaratamente politico. Il romanzo segue il filone letterario di Sartre e in Italia degli Indifferenti di Moravia. Ozon segue una interpretazione orizzontale di una città ripresa con cinegiornali di propaganda del colonialismo francese. Un film che lavora molto sulle superfici. In ogni caso l’elogio di una presunta integrazione è subito smentito dalle prime parole di Meursault, che ironicamente afferma: “Ho ucciso un arabo”. Ma poi il titolo del film francese arriva in caratteri arabi.

Lo straniero di Albert Camus

Un romanzo molto noto, tradotto in 40 lingue e pubblicato la prima volta nel 1942. Meursault è un impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a sé stesso e al Mondo. “Madre deceduta – funerali domani – distinti saluti” è l’incipit di un secco telegramma che dà avvio al racconto. Un giorno il personaggio uccide sulla spiaggia un arabo. Viene arrestato ma rimane impassibile al suo delitto. In Meursault, più che l’omicidio in sé, la condanna a morte lo colpisce per punirne lo sguardo privo di emozioni di fronte alla morte della madre.

Il film di Ozon rispecchia per certi versi il tentativo fallimentare del film Lo straniero di Visconti, soprattutto per l’ispirazione al maestro del cinema dell’incomunicabilità Antonioni, che nel 1962 girò L’eclisse, sebbene le immagini conclusive sulla costa di Algeri possano ricordare L’avventura del 1960. Sceglie il bianco e nero nella sua versione dello Straniero per veicolare una malinconia post-bellica. Un realismo maggiore nella versione filmica che in quella narrativa, che nasconde e denuncia la menzogna dello sfruttamento coloniale. Un elemento fondamentale è la superficie dell’acqua, che il personaggio osserva, le curve della donna che ama e che ripercorre col dito sulla parete incisa della cella. E Meursault dichiara: “Ora che i nostri corpi si sono separati non ci lega più niente”.

 

Paolo Montanari

Foto © Edizione Straordinaria, Arte.it, Instagram

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