Dall’assenza al Festival della Costa Azzurra alle sale vuote: come l’Italia continua a sabotare il proprio cinema
Per la prima volta dal 2016, nessun film italiano è in concorso al Festival di Cannes. La notizia ha fatto il giro dei social con la velocità di un rigore sbagliato, e non è un caso che il delegato generale Thierry Frèmaux abbia scelto proprio la metafora calcistica per commentarla: «mi associo al vostro dolore di non vedere l’Italia alla Coppa del Mondo, ma vi ricordo che noi non ci siamo stati nel 1962, nel 1966, nel 1970 e nel 1974. Siamo tornati nel 1978 e siamo stati Campioni del Mondo vent’anni dopo, nel 1998». Una risposta elegante, quasi consolatoria. Che però rischia di far passare per sfortuna quello che è invece sintomo di un problema strutturale più antico. Conviene analizzare la questione con cautela, senza cedere al catastrofismo ma senza nemmeno guardare dall’altra parte.
Un rapporto complicato da sempre
Il fenomeno non nasce oggi. Già negli anni Sessanta e Settanta, mentre Fellini, Pasolini, Petri e tanti altri costruivano un cinema politico e visionario che il Mondo intero guardava con ammirazione, in Italia la critica nostrana li accoglieva spesso con freddezza, quando non con aperta ostilità.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, ma in patria il dibattito era già altrove. Fellini era più amato a Parigi che a Roma. Pasolini era un caso politico prima ancora che cinematografico. La palma d’oro all’Italia manca dal 2001, quando Nanni Moretti vinse con La stanza del figlio. Ad ogni modo il rapporto tra l’Italia e il suo cinema è sempre stato complicato: persino durante quella che oggi viene definita la sua “stagione d’oro”.
“Imparare a vedere” e noi non l’abbiamo fatto
Facciamo un salto fino ai nostri giorni. La prima radice del problema nel rapporto tra gli spettatori italiani e il loro cinema è culturale e inizia presto, anzi, non inizia affatto. In Italia l’educazione al cinema è strutturalmente assente. Non si tratta solo di andare in sala, si tratta di non aver mai imparato a guardare un film come linguaggio, a decodificarne la grammatica visiva, ad apprezzarne la lentezza narrativa come scelta estetica. Esiste un Piano nazionale cinema e immagini per la scuola, dal 2018 ha coinvolto circa 9400 plessi scolastici e 1.700.000 studenti (fonte: Ministero della Cultura). Il Piano resta comunque uno strumento frammentato, affidato alla buona volontà dei singoli istituti. Il risultato è che se il cinema non viene ereditato in famiglia, o coltivato come passione personale, rimane semplicemente inaccessibile.
Chi arriva all’età adulta senza quegli strumenti e si trova davanti a 8 e ½ o Salò e le 120 giornate di Sodoma, per citarne alcuni, non sa da dove cominciare. Chi non ha sviluppato strumenti critici propri finisce per affidarsi all’unica bussola disponibile: la pubblicità. E la pubblicità, inevitabilmente, promuove chi ha il budget per farla – ovvero i grandi franchise americani e le commedie nazionali più commerciali. Il circolo si chiude: meno cultura cinematografica, più si è esposti e permeabili al marketing, meno spazio rimane per tutto il resto.
Lo Stato paga i film. Nessuno paga per farli vedere
La seconda radice è strutturale. Tra il 2018 e il 2021 il sistema di agevolazioni per il cinema è stato pesantemente ristrutturato, bloccando molte produzioni indipendenti. E l’assenza da Cannes 2026 è il punto di arrivo di quel collo di bottiglia. Ma il problema non riguarda solo la produzione: lo stato finanzia i film, il fondo per il cinema ammontava a 696 milioni nel 2024 (fonte: decreto di riparto del Ministero della Cultura), ma nessuno si preoccupa di portare quei film davanti a qualcuno.
Non esistono incentivi culturali reali per andare al cinema: nessuna politica di prezzo accessibile sistematica, nessuna campagna di promozione del cinema d’autore paragonabile a quelle francesi o tedesche. Andare a vedere un film difficile resta un lusso – di tempo, di denaro, di disponibilità mentale – che la maggior parte delle persone non si può o non si vuole permettere. Il mercato riempie il vuoto con quello che funziona, il resto sopravvive in poche sale, per poche settimane se non giorni.
Il talento c’è. Il sistema meno
Eppure il cinema italiano è vivo. Basta guardare cosa è uscito negli ultimi anni: quella che segue è solo una selezione, perché i casi potrebbero essere molti altri. La Chimera di Alice Rohrwacher è forse il più emblematico. Presentato a Cannes, acclamato dalla critica internazionale, nel weekend d’apertura era in 105 sale italiane. Già la settimana dopo la metà le aveva abbandonate. La regista e il protagonista Josh O’Connor hanno dovuto girare un video sui social per chiedere letteralmente agli spettatori di pretendere la proiezione del film al cinema dietro casa.
Vermiglio di Maura Delpero, parlato in dialetto trentino e ambientato nel 1944 in un borgo di montagna, senza volti noti nel cast. Ha vinto il Leone d’argento a Venezia, è stato candidato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2025 (poi scartato nella selezione dei cinque film stranieri in gara) e ha conquistato sette David di Donatello. In sala ha avuto una crescita costante, ma è rimasto confinato a un pubblico di nicchia: chi lo ha trovato lo ha amato. La maggioranza non l’ha cercato.
Le città di pianura di Francesco Sossai, road movie nella pianura veneta presentato a
Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, è stato inserito da più critici tra i migliori film dell’anno, e nelle sale è durato lo spazio di un mattino. Il caso di Matteo Garrone dimostra però che le cose possono andare diversamente: Io capitano, film d’autore su un tema scomodo come la migrazione, ha incassato quasi 5 milioni di euro in Italia con oltre 880.000 presenze. Esempio di cinema di qualità che funziona sul grande pubblico, quando il sistema lo sostiene.
Ce lo meritiamo, Alberto Sordi. O forse no
Nanni Moretti lo aveva già intuito nel 1978, quando in Ecce bombo lanciava al pubblico un «ve lo meritate Alberto Sordi» una battuta che non era una condanna né al pubblico né a Sordi, ma l’ironica fotografia di un Paese che ha sempre saputo benissimo quale cinema preferisce, e ha scelto. Ma forse vale la pena rovesciare la domanda: in un sistema che non forma gli spettatori, che non distribuisce adeguatamente i film, che non investe nella cultura cinematografica, è davvero colpa del pubblico se si fa guidare da ciò che trova? Possiamo allora parlare di scelta? Forse il vero problema non è il gusto degli italiani, ma l’assenza delle condizioni perché quel gusto si formi e si esprima.
L’assenza da Cannes, vista con più calma
A questo punto, la notizia con cui siamo partiti ci appare paradossalmente meno drammatica.
La nostra esclusione da Cannes non è il problema: è la punta di un iceberg. Non è Cannes il punto. È un cinema di qualità intrappolato in un sistema che non riesce a sostenerlo, promuoverlo, farlo arrivare a chi dovrebbe vederlo. L’Italia, inoltre, potrebbe ancora entrare in corsa. Ma anche se così non fosse, e nessun film italiano dovesse andare al Festival, questa sarebbe comunque una questione marginale.
Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Cinecittà si farà in mille pezzi. Hollywood continuerà a fagocitare tutto, le piattaforme continueranno a dettare i gusti, le sale continueranno a svuotarsi. I festival stranieri premieranno i nostri film, e a volte li scarteranno. I critici di mezzo Mondo li inseriranno nelle loro classifiche. Quelli che vanno al cinema una volta all’anno un po’ si commuoveranno un po’ si annoieranno, quelli che non ci vanno mai continueranno a non andarci. In quanto al cinema italiano, che racconta chi siamo meglio di quanto siamo disposti ad ammettere, speriamo che se la cavi.
Alfio Faro
Foto ©️ Torino Cronaca, Storia Glocale, Cinema delle Provincie, Lucky Red, les yeux carres













