Il carteggio inedito rivela il genio inquieto e il tormento creativo di Federico Barocci tra Manierismo e Barocco
A 450 anni dalla realizzazione della Madonna del Popolo, ora agli Uffizi, Officina Libraria pubblica il carteggio di Federico Barocci che racconta di una personalità irregolare e inaffidabile, ma genio nell’arte della pittura, nel passaggio fra il Manierismo e il Barocco. Un periodo di transizione che ha visto alcune personalità della storia dell’arte come Caravaggio, Michelangelo Buonarroti a combattere costantemente nella loro esistenza, tormentata e spesso difficile, fra arte e religione.
Il Caravaggio incentra in toto la sua ricerca spirituale sul realismo nei personaggi, quotidiani e negli autoritratti presenti nelle sue opere soprattutto giovanili. In lui la spiritualità, giocata con chiari e oscuri, non colpisce con luci totalizzanti i volti dei suoi personaggi. In Michelangelo Buonarroti, la ricerca religiosa è più rigorosa. Egli, come il Caravaggio, risente della forte religiosità dettata dalla Chiesa romana, ma nello stesso tempo è figlio della riforma protestante.
Federico Barocci si pone su questa corrente artistica. Farsi fare un quadro da lui, è un’impresa.
Infatti la famosa pala d’altare La Madonna del Popolo, oggi agli Uffizi di Firenze, secondo il carteggio, pubblicato a cura di Barbara Agosti, Anna Maria Ambrosini Massari e Camilla Colzani, frutto di una “campagna di ricerca sulle fonti relative all’attività, alla fama e alla fortuna” dell’artista promossa dalle Università di Urbino e Tor Vergata di Roma, fu frutto di una lunga tenzone con i rettori della Fraternita dei Laici di Arezzo.
Dalla stipula del contratto per la Madonna del Popolo alla consegna della pala d’altare passarono quattro anni, tre in più del previsto, scanditi dal crescente nervosismo dei committenti: “Veniamo a recordargli con questa l’obbligo suo et desiderio nostro”. Lui si giustifica di essere stato avvelenato e risponde: “la mia mala disposizione mi tormenta sempre”. La Madonna del Popolo arriverà infine ad Arezzo, a dorso di un mulo, “armata come machina da guerra”.
La vita
Federico Barocci (1533 circa – 1612), trascorse la vita nella sua Urbino, salvo un soggiorno di quattro anni a Roma. La storiografia seicentesca lo definì artista solitario, ma in realtà, frequentò nobili, cardinali, sovrani. Due sovrani, Rodolfo II lo vorrebbe a Praga, mentre Filippo II all’Escorial. Ma lui stava bene alla corte dei duchi della Rovere, dei quali si dichiara, con riverenza: “sudito et servitore”. La sua pittura coniuga virtuosismo manierista e populismo cattolico, nel segno di una libera adesione alla Controriforma. I suoi quadri sono pieni di creatività, invenzione e originalità cromatica. Il suo “zelo devoto” per il critico Carlo Giulio Argan, “eccita lo spirito e la divozione”, come previsto dal Concilio di Trento.
Il carteggio
Le lettere raccolte sono una sessantina. Ottobre 1567: Barocci scrive a Giulio Veterani,
segretario di Guidubaldo II della Rovere. Il duca gli ha chiesto di realizzare una copia di un quadro di Tiziano, pittore che Barocci amava molto. L’artista urbinate accetta l’incarico, perché copiare Tiziano non è una diminutio, ma un onore e un utile esercizio. E dunque: “Questa mattina ho consegnato al fattor di Urbino li doi quadretti che li mandi in mano di Vostra Signoria, cioè l’originale di mano di Tiziano et la copia cavata da quello di mia mano”. Anche in questo caso la consegna avvenne in ritardo e Barocci si giustifica così: “Io sono tardato tanto ad ammandarli perché non erano ancora sciutti alcuni colori per la grande humidità et piogge”.
La Madonna del Popolo
Nel carteggio recentemente pubblicato, la pala d’altare La Madonna del Popolo è al centro di una controversia fra il Barocci e i rettori di Arezzo. A inizio 1575 ecco la firma del contratto. Quattrocento scudi, pagati a rate: 200 subito, 100 nel giro di otto mesi per l’avanzamento lavori, 100 a opera conclusa. Scadenza fissata a un anno. Ma la Fraternita scalpita: “Si degni di rispondere et dare qualche informazione”. Siamo nel febbraio del 1576. Barocci comunica di aver “finito tutti li disegni et condotto il cartone quasi al fine”. Aggiunge: “Harei potuto incominciare a dipingere” se avessi trovato “tavole ben stagionate”.
Dopo ulteriori ritardi, nell’aprile del 1578, Barocci con una certa esultanza rispose ai rettori: “Dio laudato” la tavola “se ritrova a bonissimo termine”. Nel giugno del 1579 l’opera giunge ad Arezzo, ma a pagamento saldato, i rettori protestano: “la tavola non è di quella bona qualità che ci si aspettava”.
La personalità
Un pittore di corte, come furono a Urbino personaggi come Tasso. Ma il carattere insicuro del Barocci lo portò ad avere poca pazienza per ulteriori incarichi. Così fu quando un padre oratoriano gli ordina un quadro per la chiesa romana di Santa Maria in Vallicella (la Visitazione); accetta ma mette le mani avanti e rinuncia all’anticipo. Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, lo aveva ormai ben conosciuto e scrive: “non è uno di quelli uomini che il padrone possa farli fare quel che vorrebbe”, niente può “altarar la sua natura e l’humor suo”.
Barocci e i Borromeo
Il rapporto fra Federico Barocci e il cardinale Federico Borromeo, vescovo di Milano,
raffinato collezionista e fondatore della Pinacoteca Ambrosiana, fu molto cordiale. Il cardinale, noto personaggio manzoniano nei Promessi Sposi, conosceva il carattere incostante del Barocci e nel commissionargli un quadro per la propria raccolta personale, gli domanda tramite un frate cappuccino, di preparare questa commissione “con tutta la comodità sua”. Barocci stavolta si sbriga in fretta e in pochi mesi consegna a Roma la Natività in mano al cardinale Borromeo, oggi all’Ambrosiana, replica di quella già dipinta per Francesco Maria della Rovere. “È bellissimo” rispose estasiato il cardinale Federico.
Paolo Montanari
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