L’incredibile attualità geopolitica di Norberto Bobbio

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A 22 anni dalla sua morte, le analisi del filosofo si rivelano ancora oggi chiavi di lettura imprescindibili del presente

Il Mondo del 2026 è difficile da decifrare. Conflitti alle porte dell’Europa, democrazie in discussione, ascesa dell’intelligenza artificiale che ridisegna i confini del potere, clima che impone scadenze, lo Stato che torna prepotentemente protagonista a discapito del multilateralismo. Mare e spazio extraatmosferico che si trasformano nei nuovi teatri della competizione tra grandi potenze. Terre rare.

Eppure c’è un pensatore morto nel 2004 che sembra capire il 2026 meglio di numerosi analisti contemporanei. Si chiama Norberto Bobbio, classe 1909, e la sua attualità è la conferma che i classici del pensiero politico non invecchiano perché rispondono alle domande permanenti della convivenza umana. Rispondono alla geopolitica, ben prima che il termine divenisse mainstream.

Chi era Bobbio e perché conta ancora

Torinese, filosofo del diritto e della politica, ha attraversato il fascismo, la Resistenza, la Guerra fredda, il crollo dei muri e la nascita dell’era digitale. Stile asciutto, avanza per definizioni e contrapposizioni: libertà contro autorità, diritto contro forza, utopia contro realtà.

Il suo lascito testuale è ricco. Di seguito le opere dal retrogusto geopolitico

  • In “Giusnaturalismo e positivismo giuridico” (1965) smonta le fondamenta stesse del diritto, chiedendo da dove venga la sua forza vincolante.
  • In “Il problema della guerra e le vie della pace” (1979) ragiona sull’emergenza politica del Novecento: sopravvivere alla bomba che noi stessi abbiamo costruito, in un sistema internazionale che non ha ancora trovato il modo di vincolare chi la possiede.
  • In “Il futuro della democrazia” (1984) mostra come la democrazia reale tradisca le sue stesse promesse e come questo non sia però un motivo per abbandonarla. Al contrario, invita a difenderla con più rigore istituzionale. 
  • In “Stato, governo, società” (1985) costruisce una mappa concettuale del potere politico: chi comanda, con quale legittimità, attraverso quali strutture, con quali limiti. 
  • In “L’età dei diritti” (1990) affronta la contraddizione tra diritti universalmente proclamati e sistemi giuridici che li garantiscono solo a chi ha il passaporto giusto, anticipando con decenni di anticipo le tensioni odierne alle frontiere di ogni continente.
  • Infine, in “Destra e sinistra” (1994), scritto a ottantacinque anni con impressionante lucidità, dimostra che orientarsi nel caos delle democrazie contemporanee richiede ancora categorie solide, non solo istinto o senso del momento.

Il filo che tiene insieme questa produzione è uno: chi detiene il potere, chi lo controlla, e cosa succede quando nessuno lo fa? Nel 2026, quella domanda risuona ovunque.

I casi: Bobbio come bussola del presente

Ucraina

Per decenni la dottrina liberale dominante aveva sostenuto che l’interdipendenza economica avrebbe reso la guerra tra grandi potenze irrazionale. Russia ed Europa erano legate da ragioni anche energetiche. Eppure la guerra è arrivata lo stesso

Bobbio lo aveva previsto, diffidando dell’idea che il commercio potesse sostituire il diritto come meccanismo di regolazione dei conflitti. La sua è una lezione hobbesiana: senza un potere comune capace di imporre regole e sanzionarne la violazione, i rapporti internazionali rimangono nello stato di natura. Dove vince il più forte. Il conflitto ucraino, ormai al quarto anno, è dimostrazione di questa tesi.

Cina

Un contributo originale di Bobbio alla filosofia del diritto è la tesi sulla natura storica dei diritti umani: ribaltando le tesi giusnaturalistiche, essi non sono eterni né naturali, ma conquiste politiche nate in determinati contesti. Dunque reversibili

Il caso cinese è, nel 2026, verifica potente e scomoda di questa idea. Pechino ha costruito un modello di sviluppo economico che ha permesso a milioni di persone di uscire dalla povertà in un lasso di tempo relativamente breve. Tale modello è stato affiancato a un sistema di controllo politico e sociale che presenta al Mondo come “democrazia procedurale adatta alle proprie condizioni storiche e culturali”. 

Bobbio ci ricorda che la democrazia non è un destino inevitabile della storia.

Onu

Dato di fatto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha subito negli ultimi due anni un numero record di veti. Il risultato? Un’istituzione percepita come irrilevante nei momenti decisivi. 

Bobbio aveva un nome preciso per questo problema: il limite strutturale del pacifismo giuridico. Un diritto internazionale senza un potere coercitivo capace di applicarlo è una spada senza lama. Esiste e fa bella figura nelle dichiarazioni solenni. Ma incapace di ferire. 

Intelligenza artificiale 

Bobbio aveva elaborato la categoria del potere invisibile, inteso come esercitato nell’ombra, sfuggendo al controllo pubblico e alla responsabilità democratica. Nel suo tempo il pensiero andava però alle lobbies e ai servizi segreti, capaci di condizionare le decisioni politiche senza essere soggette al voto

Nel 2026, quella categoria somiglia più all’intelligenza artificiale. Algoritmi che decidono chi ottiene un prestito, chi viene selezionato per un colloquio di lavoro, chi viene sorvegliato nelle piazze, chi vede quale messaggio politico durante una campagna elettorale.

Qui emerge una delle “promesse non mantenutedella democrazia analizzate da Bobbio: l’ascesa del tecnocrate. Per Bobbio, la democrazia presuppone che tutti possano decidere su tutto; la tecnica, invece, presuppone che solo chi ha competenze specialistiche possa governare processi complessi

L’intelligenza artificiale esaspera questo conflitto, trasformando scelte politiche in calcoli tecnici apparentemente oggettivi. La democrazia rischia così di scivolare verso una “tecnocrazia invisibile”, dove il cittadino è escluso per incompetenza tecnica di fronte alla complessità della macchina.

E la democrazia muore lentamente quando i cittadini smettono di poterla vedere e capire.

Migrazioni e la contraddizione dei diritti

In “L’età dei diritti” Bobbio identificava un’importante contraddizione giuridica: i diritti dell’uomo sono universali per definizione, ma i sistemi giuridici che li garantiscono sono nazionali e quindi strutturalmente escludenti. Un cittadino europeo ha diritti che un migrante subsahariano in Europa non ha, non per il suo valore umano, ma per quello del suo passaporto. 

Nel 2026, la geopolitica dei muri conferma che questa tensione drammatica persiste. La sfida bobbiana al presente è: ammettere onestamente che universale significhi “per chi è già dentro”, oppure costruire un’architettura giuridica internazionale all’altezza delle promesse ecumeniche.

Outer space

Le agenzie spaziali nazionali si contendono, assieme ai privati, come SpaceX e Blue origin, orbite basse, risorse lunari, diritti di trasmissione satellitare e i nuovichoke points” (i colli di bottiglia) in un quadro giuridico internazionale fermo al Trattato dello Spazio Esterno del 1967.

In assenza di un diritto aggiornato, ma soprattutto vincolante, accade ciò che Bobbio prevedeva per ogni vacuum non regolato: occupazione de facto da parte dei più forti e accordi bilaterali a discapito dei più deboli.

La corsa agli armamenti, poi, replica nello spazio extraatmosferico le stesse logiche conflittuali terrestri. Le nuove frontiere diventano automaticamente campi di battaglia se il diritto non le precede e struttura.

Social

La definizione più impegnativa che Bobbio abbia mai dato della democrazia è quella di Governo del potere pubblico in pubblico. Non è sufficiente che chi decida sia stato eletto con regolare procedura. Deve farlo in modo trasparente, così che i cittadini possano essere testimoni dell’operato.

I social media del 2026, progettati per massimizzare il coinvolgimento emotivo degli utenti indipendentemente dalla verità o dalla qualità dell’informazione veicolata, sono l’opposto esatto di questo modello. La democrazia digitale rischia oggi di essere un guscio formalmente integro svuotato dall’interno.

Perché studiare i classici

Bobbio non aveva previsto ChatGPT, Claude, né Starlink o le valute digitali, figurarsi i droni da combattimento autonomi. Eppure le sue categorie funzionano e il motivo non è un mistero. Un classico del pensiero politico non è un libro che ha risposto bene alle domande del proprio tempo. Bensì un libro che ha identificato le domande che ogni tempo sarà costretto a porsi

Bobbio non costruiva teorie sul presente osservato: costruiva strutture analitiche sui meccanismi permanenti del potere. Ed è questo che lo rende squisitamente attraente agli occhi di chi si studia le relazioni internazionali, le scienze diplomatiche, la geografia politica e la geopolitica. 

In un mondo complesso e difficile da interpretare come quello odierno, studiare i classici è una forma di igiene intellettuale: un esercizio che agisce come filtro contro il rumore di fondo dell’attualità. Mentre l’innovazione tecnologica ci bombarda con dati effimeri che invecchiano nello spazio di un mattino, il classico offre una stabilità metodologica rara. Non ci dice cosa pensare di un algoritmo o di un’arma autonoma. Ci insegna invece a chiederci chi detenga la responsabilità ultima del loro utilizzo

Questa attitudine all’astrazione, seppur screditata da parte della popolazione che si allontana dallo studio delle materie umanistiche, è la nostra miglior difesa contro la velocità del presente, che tende a schiacciarci sul Hic et nunc, il “qui e ora”. 

I classici ci sollevano a una quota superiore, fornendoci gli strumenti per vedere oltre la nebbia. Se il mondo moderno è un software sofisticato, i classici ne rappresentano il codice sorgente: studiarli significa smettere di essere utenti passivi della realtà per diventarne analisti consapevoli.

L’utilità di questo studio risiede infine nella sua capacità di demistificare l’idea che la modernità sia un’eccezione assoluta. I classici ci ricordano che la natura umana è dotata di un’inerzia storica che la tecnologia non potrà mai cancellare. Consapevolezza, questa, che immunizza dal panico davanti al nuovo, permettendoci di affrontare il domani con lucidità.

Studiare i classici permette di non smarrirsi in un presente che, senza memoria, diventerebbe presto illeggibile. O peggio, scrollabile.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Trentino Cultura, Época, LinkedIn, WAMU, The Economist

 

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