Il piano di Xi per prevenire un conflitto tra superpotenze

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Xi Trump

Pechino punta a ridurre le tensioni con Washington attraverso un nuovo equilibrio tra competizione, dialogo e gestione condivisa delle crisi globali

Il presidente cinese Xi Jinping ha trascorso l’ultimo anno rispondendo con fermezza alle mosse del presidente statunitense Donald Trump. Ai dazi americani a tre cifre, Pechino ha replicato con misure equivalenti; alle restrizioni sulle esportazioni di terre rare ha reagito limitando forniture strategiche, costringendo Washington a riconsiderare parte della propria linea. Uno scontro che ha finito per colpire entrambe le economie, con ripercussioni anche sul commercio globale.

Ora, però, dopo aver ribadito la volontà della Cina di essere trattata come una potenza pari agli Stati Uniti, Xi sembra voler inaugurare una fase diversa: meno confronto diretto e più ricerca di equilibrio strategico. Secondo un’analisi del The New York Times, il vertice svoltosi questa settimana a Pechino avrebbe segnato proprio questo cambio di impostazione.

Il messaggio di Xi a Washington

Nel corso dell’incontro, definito «storico» dalla stampa cinese, Xi avrebbe inviato un messaggio chiaro a Washington: riconoscere la Cina come potenza globale con proprie «linee rosse» invalicabili oppure rischiare di trascinare il Mondo in una nuova «trappola di Tucidide», il concetto geopolitico che descrive il pericolo di un conflitto tra grandi potenze emergenti e dominanti. A questa visione il leader cinese ha dato anche una nuova definizione: «stabilità strategica costruttiva».

Xi ha ripetuto più volte questa espressione durante il summit, costruito come una dimostrazione di ciò che potrebbe essere un rapporto cooperativo tra le due superpotenze. La visita di Trump è stata scandita da grandi cerimonie nelle sale del Palazzo del Popolo, da una tappa privata al Tempio del Cielo e da incontri riservati a Zhongnanhai, il complesso ultra protetto che ospita i vertici del potere cinese.

L’atteggiamento degli Stati Uniti

Secondo diversi osservatori, anche l’atteggiamento della delegazione americana avrebbe mostrato segnali di maggiore cautela. Trump si è mantenuto conciliante nei confronti di Xi, elogiandone più volte la leadership ed evitando reazioni dure quando il presidente cinese ha richiamato gli Usa alla prudenza sulla questione di Taiwan, l’isola autonoma che Pechino considera parte integrante del proprio territorio.

Che cos’è la stabilità strategica costruttiva

La «stabilità strategica costruttiva» evocata da Xi resta un concetto volutamente ampio. Il leader cinese l’ha descritta come una combinazione di cooperazione, competizione entro limiti accettabili, gestione delle divergenze e mantenimento della pace. In sostanza, secondo Xin Chiang, esperto delle relazioni Usa-Cina presso l’Università Fudan di Shanghai, Pechino riconosce ormai apertamente che la competizione con Washington sia inevitabile, ma ritiene possibile evitare che questa degeneri in conflitto aperto.

Il vertice ha anche evidenziato alcuni possibili ambiti di collaborazione, tra cui il contrasto al traffico di fentanyl verso gli Stati Uniti, la definizione di regole comuni sull’intelligenza artificiale e la riduzione delle tensioni nello Stretto di Hormuz.

La posizione ufficiale di Washington

Secondo la versione ufficiale diffusa da Pechino, Trump avrebbe sostanzialmente accettato questa nuova impostazione dei rapporti bilaterali. La Casa Bianca non ha utilizzato la stessa terminologia, ma il segretario di Stato Marco Rubio, in un’intervista a Nbc, ha lasciato intendere che l’amministrazione americana condivida l’obiettivo di garantire «stabilità strategica» per evitare escalation e incomprensioni tra le due potenze.

La posizione cinese appare particolarmente significativa se si considera che solo pochi anni fa Pechino aveva respinto con forza la strategia dell’amministrazione Biden basata sulla cosiddetta “competizione controllata”. All’epoca la leadership cinese interpretava quell’approccio come un tentativo di contenimento. Oggi, invece, Xi sembra più disposto ad accettare una forma di competizione regolata, probabilmente perché ritiene che gli equilibri di forza tra i due Paesi siano cambiati a favore della Cina.

Le leve economiche

Pechino ritiene infatti di aver dimostrato, durante la guerra commerciale, di poter esercitare una forte pressione sugli Usa, soprattutto attraverso il controllo di materie prime strategiche indispensabili per le tecnologie avanzate. Allo stesso tempo, però, la Cina non può permettersi una crisi prolungata con Washington. L’economia cinese continua a soffrire gli effetti della crisi immobiliare e della frenata della crescita interna, mentre il commercio internazionale resta fondamentale per la stabilità del Paese.

Per Xi, quindi, consolidare i rapporti con gli Usa significherebbe soprattutto guadagnare tempo per portare avanti il suo progetto di lungo periodo: trasformare la Cina nella principale potenza tecnologica e industriale mondiale. Secondo Evan Medeiros, ex consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Barack Obama, Pechino punta a gestire quello che considera il lento declino americano, cercando al tempo stesso di accelerarlo senza provocare instabilità incontrollabili.

Il precedente

Washington, tuttavia, guarda con sospetto a questa strategia. Già nel 2013 Xi aveva Xi Trumptentato di convincere Obama ad accettare un «nuovo modello di relazioni tra grandi potenze», basato sul riconoscimento degli interessi strategici cinesi, inclusi Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. L’amministrazione Obama rifiutò allora questa impostazione, temendo che avrebbe significato concedere alla Cina un ruolo dominante in Asia a discapito degli alleati statunitensi. Secondo Medeiros, anche l’attuale proposta cinese rientrerebbe nella stessa logica: definire un quadro politico che finisca per vincolare le future mosse americane. «Sono formule geopolitiche difficili da abbandonare una volta accettate», sostiene l’ex funzionario.

Le incognite future

Diversi analisti cinesi, invece, ritengono che un nuovo equilibrio sia necessario per impedire che le tensioni tra i due Paesi tornino a precipitare, soprattutto sotto la pressione dei settori più duri del Congresso americano. A Pechino resta inoltre il timore che Trump possa cambiare nuovamente approccio verso la Cina dopo le elezioni di metà mandato del 2026. Secondo Shen Dingli, esperto di relazioni internazionali a Shanghai, la Cina punta sì a relazioni stabili con gli Usa, ma a una condizione precisa: essere lei a dettare la direzione strategica del rapporto tra le due superpotenze.

 

George Labrinopoulos

Foto © AI

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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