Cosa c’è dietro la spinta separatista, il ruolo degli Stati Uniti di Trump e perché Ottawa guarda sempre più verso l’Unione europea
Ottobre 2026: si prospetta un autunno caldo per l’Alberta. La dinamica provincia occidentale del Canada potrebbe vedere i suoi abitanti esprimersi su una domanda. Indipendenza, sì o no?
La premier Danielle Smith aveva annunciato la consultazione lo scorso 22 maggio, precisando che il quesito non comporta una secessione imminente. Piuttosto, invece, verificare se il Governo provinciale debba aprire formalmente l’iter costituzionale. «Un referendum sul referendum», come l’ha definito quasi ironicamente il portavoce del gruppo separatista Stay Free Alberta, Jeff Rath.
Petrolio e risentimento
Ubicata nell’ovest canadese la provincia dell’Alberta conta 661.848 km² e 4,8 milioni di abitanti. Geograficamente abbraccia:
- le Montagne rocciose nel suo versante occidentale, ospitando i parchi nazionali di Banff e Jasper;
- le Grandi pianure, cuore agricolo e petrolifero che occupa la parte centrale e orientale del territorio.
- la Foresta boreale, vasta zona selvaggia che copre gran parte del nord, ricca di risorse naturali e custode di una delle più grandi riserve di sabbie bituminose al Mondo.
Ed è proprio quella ricchezza petrolifera la spina dorsale dell’economia locale e anche la principale fonte di attrito con il Governo federale.
Wexit: guerra ad Ottawa
Il separatismo canadese muta forma. Si allontana dalla francofonia del Québec per abbracciare le cause di Edmonton, Capitale della Provincia dell’Alberta. Per comprendere la “Wexit” occorre analizzarne la ferita alla base.

Le radici del risentimento affondano nel 1980, anno in cui il Governo federale guidato da Pierre Elliott Trudeau varò il National Energy Program (NEP). Il piano imponeva rigidi controlli federali sui prezzi del petrolio e introduceva nuove tasse mirate sulle risorse naturali estratte nella provincia.
Per Edmonton, il NEP ha rappresentato un trauma politico. Percezione diffusa di un “saccheggio” legalizzato: una tassazione senza rappresentanza dove la ricchezza locale veniva drenata per finanziare il welfare del Canada centrale, in particolare di Ontario e Québec. Quanto accaduto dimostrò che Ottawa poteva disporre delle risorse albertane senza concedere alla provincia peso reale nelle decisioni nazionali. Così, il programma energetico degli anni Ottanta è diventato il mito fondativo della sfiducia.
Una storia, ironia della sorte, destinata a ripetersi con gli stessi cognomi. E geni. Con l’ascesa dei Governi guidati da Justin Trudeau, la faglia geopolitica tra Edmonton e Ottawa si è trasformata in una voragine. Al centro della contesa le politiche climatiche federali: i paletti all’espansione di gasdotti e oleodotti sopra ogni cosa.
Il fattore Trump
Il separatismo albertano è parte di una complessa rete di geopolitica nordamericana che ha subito una forte accelerazione dall’avvio del Governo Trump II. Funzionari della sua amministrazione hanno incontrato sovente i rappresentanti dell’Alberta prosperity project, gruppo radicale e indipendentista.
Tavoli tecnici incentrati su scenari che spaziano dall’adozione unilaterale del dollaro americano come valuta nazionale alla gestione dei futuri confini doganali in un’Alberta sovrana. A dare la misura di quanto riportato, la richiesta avanzata dal gruppo indipendentista direttamente al Tesoro statunitense: una linea di credito monstre da 500 miliardi di dollari, per blindare l’economia locale e sostenere i costi vivi della transizione verso uno Stato libero. Oppure il 51°, in linea con le passate dichiarazioni sull’acquisizione della Groenlandia o sulle affermazioni circa l’annessione del Canada.
Davanti all’eco dall’inchiesta giornalistica, la Casa Bianca ha attivato i canali diplomatici per minimizzare la portata degli incontri, sminuendone la formalità. Ciononostante, il danno politico nei rapporti bilaterali è stato avvertito. Il premier della Columbia britannica ha paragonato i colloqui a un vero e proprio «tradimento confederale», mentre il primo ministro Mark Carney è intervenuto pubblicamente per chiedere a the Donald il rispetto della sovranità territoriale canadese.
Per gli Usa, la spinta secessionista dell’ovest rappresenta una formidabile leva strategica da spendere sul tavolo dei negoziati commerciali con Ottawa. Dossier già storicamente surriscaldato da dazi incrociati e tensioni protezionistiche ricorrenti. De facto, un’Alberta instabile funziona come una minaccia implicita per ridefinire i rapporti di forza commerciali a esclusivo vantaggio di Washington.
Corto circuito
Eppure, secondo i dati demoscopici raccolti da Radio-Canada, l’effetto di questa spinta esogena si sta rivelando opposto a quello sperato dai leader del movimento indipendentista. Sotto la potenziale ombra del garante americano, il separatismo perde terreno e appeal nell’opinione pubblica locale. Il nazionalismo canadese, storicamente tiepido in Alberta, si sta paradossalmente risvegliando come reazione immunitaria di fronte alla percezione di un vicino percepito minaccioso. Erodendo proprio il consenso alla secessione tra quelle fasce di elettorato conservatore e rurale che, pur esasperate dal Governo federale, non sono disposte a barattare l’autonomia da Ottawa con una sottomissione economico-politica ai desiderata di Washington.
Pro e contro dell’indipendenza
Il dibattito sulla sovranità dell’Alberta divide. Dal punto di vista dei sostenitori dell’indipendenza, la secessione rappresenta la chiave per spezzare quello che viene percepito come un giogo fiscale. Una Edmonton sovrana assumerebbe il controllo totale e daziario sui proventi del proprio sottosuolo, potendo legiferare in materia energetica senza dover sottostare ai vincoli sui tetti alle emissioni o alle carbon tax imposte da Ottawa.
Questo permetterebbe alla provincia di interfacciarsi direttamente con i mercati globali, ricevendo in cambio una rappresentanza politica marginale e un ostracismo ideologico verso la propria industria trainante.
Tuttavia, il passaggio alla nascita di uno Stato sovrano si scontra con ostacoli strutturali:
- Il primo è di natura geografica: l’Alberta indipendente si ritroverebbe a essere un paese landlocked, ossia privo di qualsiasi sbocco sul mare. Per esportare il proprio petrolio e le proprie merci, Edmonton sarebbe dipendente dalla buona volontà e dagli accordi commerciali che riuscirebbe a negoziare con i vicini, a partire da una Columbia britannica storicamente ostile al transito di nuovi oleodotti sul proprio territorio, fino agli stessi Stati uniti;
- Il secondo, economico: scommettere l’intero futuro di una Nazione sul greggio, privi di una strategia di diversificazione rischia di trasformare l’indipendenza in un passo potenzialmente falso. A ciò si aggiunge la totale assenza delle strutture portanti di uno Stato moderno, come una nuova valuta, esposta alle oscillazioni del mercato e un esercito per la difesa dei confini. Senza menzionare poi un corpo diplomatico in grado di ottenere il riconoscimento internazionale;
- Il vero nodo gordiano della secessione è però di natura giuridica e umanitaria, e riguarda i diritti dei popoli indigeni. Le First Nations occupano e custodiscono terre che coprono la quasi totalità della mappa provinciale. I loro trattati storici (come il Treaty 6, 7 e 8) non sono stati firmati con il Governo locale. Lo sono con la Corona canadese. Ciò implica che non si sciolgono né si trasferiscono automaticamente a un nuovo soggetto statale con una dichiarazione unilaterale di indipendenza. La ferma opposizione delle comunità indigene costituisce un blocco costituzionale e politico insuperabile per il movimento;
- Infine, la retorica dell’indipendenza deve fare i conti coni numeri della legittimità democratica interna. Sebbene il 30% registrato negli ultimi sondaggi rappresenti un picco storico e il sintomo di un malessere profondo e diffuso, resta una base elettorale ampiamente minoritaria. La stessa Danielle Smith ha tracciato una linea netta dichiarando pubblicamente che, in caso di un ipotetico referendum, «voterei per la permanenza nel Canada».
Il ruolo dell’Ue
E mentre le tensioni interne logorano la federazione, Ottawa risponde attuando una svolta atlantica verso Bruxelles per diversificare la propria economia e ridurre la dipendenza commerciale dagli Usa. Nel marzo 2026, Canada e Ue hanno potenziato i termini del Ceta, ossia il trattato di libero scambio i cui bilaterali sono già cresciuti del 63% dal 2017, avviando contestualmente accordi sul commercio digitale e sulla difesa comune, ambito in cui Ottawa partecipa già alla mobilità militare europea. Oltre che nella partnership Nato.
Questa forte convergenza ha fornito l’assist al Governo canadese per alimentare la suggestione geopolitica di un’adesione formale all’Unione. Sebbene l’ipotesi si scontri con il vincolo geografico dei trattati europei e non sia sul tavolo formale dei governi, i sondaggi a riguardo mostrano che oltre la metà dei cittadini su entrambe le sponde dell’Atlantico vedrebbe con favore questo passo.
Per il Canada, i vantaggi di un ingresso unionale sarebbero enormi. L’accesso permanente al mercato unico offrirebbe uno scudo definitivo contro la volatilità doganale di Washington, azzerando i rischi di guerre tariffarie e dazi punitivi legati all’imprevedibilità delle politiche commerciali statunitensi. Al contempo, l’estensione della libera circolazione dei talenti aprirebbe nuove frontiere per studenti e professionisti. L’inclusione nei programmi Erasmus e il mutuo riconoscimento delle qualifiche favorirebbero l’interscambio di competenze.
Dal canto suo, l’Europa accoglierebbe un gigante minerario in grado di blindare l’approvvigionamento sicuro ed etico di terre rare, idrogeno e metalli critici. La recente firma della lettera d’intenti con la Banca europea per gli investimenti a marzo 2026 dimostra quanto Bruxelles consideri strategico il sottosuolo canadese per finanziare e velocizzare la propria transizione ecologica e digitale, azzerando le dipendenze da partner rischiosi come Russia e Cina.
Geopoliticamente, il referendum consultivo dell’Alberta a ottobre incarna l’essenza di un Paese costretto a ridefinire i propri equilibri interni sotto le spinte e le scosse di un nuovo ordine globale che viaggia a velocità imprevedibile. La foglia d’acero ha di fronte un’occasione. Il suo leader non deve calciare il pallone fuori dallo specchio della porta. Aldilà della imminente coppa del Mondo di calcio a 11.
Alessandro Bonifazi
Foto
The Guardian, World Atlas, Alberta Reformer, Truth, Innovation News Network













