Fares Cachoux, la mostra Oltre a Civitanova Marche

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Fares Cachoux

Tra illustrazioni e manifesti, l’artista siriano racconta guerre, libertà, diritti femminili e ambiente con colori vivaci che invitano a riflettere

Guerra e pace, crisi ambientale, razzismo, immigrazione, identità, resilienza delle donne: l’arte diretta ma poetica di Cachoux si fa portavoce del suo attivismo e racchiude il suo sguardo personale su un mondo in subbuglio, a cominciare dalla micidiale guerra civile che per anni ha dilaniato la sua Siria natia e dalla rivolta contro il dittatore Bashar al-Assad. La retrospettiva di Civitanova Marche non è soltanto un viaggio estetico, ma un percorso verso la consapevolezza e un invito ad accogliere il cambiamento, ad accettare le sfide del presente, riconoscendo che l’evoluzione personale, culturale e collettiva nasce proprio dal coraggio di andare “Oltre”, da cui il titolo della mostra.

A un primo sguardo, le opere di Cachoux possono apparire visivamente seducenti, ma una lettura più attenta rivela come il colore vada oltre la pura dimensione estetica, trasformandosi in una strategia di avvicinamento che consente allo spettatore di confrontarsi con ciò che è difficile senza rifiuto né distanza. Osservare le sue illustrazioni significa accettare un invito ad andare appunto oltre le apparenze: oltre il colore, oltre il velo, oltre la bellezza immediata, oltre i preconcetti. Le sue immagini chiamano in causa razionalità e sensibilità, sollecitando il superamento dei confini interiori e la messa in discussione delle nostre certezze e dei nostri valori. Attraverso queste opere comprendiamo come ciò che appare lontano sia in realtà intimamente connesso a noi. Si tratta di un viaggio di incontro, un’occasione per riconoscere una parte di noi nell’altro, per raggiungere l’essenza, laddove l’arte si rivela ponte, linguaggio e rifugio universale.

Il percorso espositivo di “Oltre”

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso temi e ambienti differenti, seguendo l’evoluzione di Cachoux in una ricerca che intreccia questioni universali e altre più specificamente legate al mondo arabo. Eye to Eye è il nome di uno dei corpus più famosi, la cui ispirazione nasce dall’unico elemento visibile di una donna celata dietro il niqab: gli occhi, trasformati in un potente simbolo di individualità e identità. Giocosa e talvolta ironica, la serie solleva profonde riflessioni sulla fragile ricerca di equilibrio tra tradizione e modernità nelle società contemporanee del Medio Oriente. L’artista crea uno spazio in cui queste donne velate sfidano pregiudizi e stereotipi e le loro personalità, complesse e impavide, mostrano come la loro essenza possa emergere e brillare oltre il velo.

Poi sono esposti i suoi manifesti minimalisti sulla Rivoluzione siriana, che raccontano gli eventi che si sono svolti in Siria, dalle prime richieste di libertà a un conflitto complesso segnato dalla violenza, vere e proprie cronache illustrate che immortalano i protagonisti e i momenti chiave che, per quasi un decennio, hanno plasmato la memoria collettiva del popolo siriano.

Ruoli differenti

La sezione Polka Dots si interroga sulla percezione della guerra, delle armi, dell’oppressione e della morte attraverso immagini dissimulate, che sembrano quasi tendere una trappola al nostro inconscio, in cui teschi e bombe a mano diventano coloratissimi e si ricoprono di motivi a pois, snaturando la canonica rappresentazione e facendo sorgere domande sul rapporto tra immagine e significato.

La serie di Queens è un vibrante omaggio alle donne e a Madre Natura, in cui femminilità e bellezza si intrecciano con le forze vitali del mondo naturale, un lavoro che trascende le differenze culturali e geografiche e che celebra la resilienza delle donne e la loro capacità di affrontare e superare le avversità. La figura femminile, protagonista ricorrente della sua produzione, accompagna il visitatore lungo l’intero percorso, assumendo di volta in volta significati e ruoli differenti.

Accanto a queste serie, il percorso si completa con la sala War & Peace, dedicata ai temi della guerra e della pace, e con una seconda sala riservata a riflessioni di carattere universale, dove le opere affrontano questioni come la tolleranza, il maschilismo e la tutela dell’ambiente, confermando la capacità dell’artista di trasformare la sua esperienza in una riflessione che parla a ogni cultura e a ogni spettatore.

La carriera di Cachoux e la collaborazione con Banksy

Classe 1976, Cachoux è nato a Homs, nota in epoca romana come Emesa, terza città per numero di abitanti dopo Damasco e Aleppo. Ha studiato ingegneria informatica all’Università di Aleppo prima di conseguire la laurea magistrale. Trasferitosi a Parigi, ha ottenuto anche un dottorato di ricerca in arte digitale e comunicazione visiva all’Université Paris-Est Marne-la-Vallée. Oltre a lavorare nel campo della grafica, si è dedicato anche al cinema: nel 2013 ha diretto il cortometraggio Al Kalb (Il cane), presentato al Festival di Cannes. Nel 2015 ha tenuto la sua prima mostra personale a Parigi, dopo la sua partecipazione alla mostra Dismaland di Banksy nel Regno Unito. Ha preso parte a mostre collettive ed eventi sulla causa siriana e le sue opere vengono regolarmente pubblicate su riviste e giornali come The Huffington Post, Le Monde, La Presse e Le Temps.

La tecnica e i potenti messaggi delle sua arte

Colori pieni, luminosi e gioiosi si giustappongono a temi oscuri della contemporaneità. La ricchezza cromatica cattura subito l’attenzione del pubblico, che presto però si accorge di come non sia una mera funzionalità estetica, bensì un modo di comunicare ciò che inquieta e ferisce, imponendo un confronto diretto. Le creazioni di Cachoux non offrono risposte semplici, ma suscitano una riflessione profonda e collettiva che mira anche a donare speranza, essenziale per poter superare i momenti di difficoltà e sofferenza.

La sua arte grafica rappresenta un potente strumento di riflessione sulle questioni più urgenti del nostro tempo, descrivendo con una sintesi chiara e immediata eventi e situazioni complessi che tutti possono riconoscere. Effettivamente, i suoi lavori toccanti sono pensati per essere accessibili a un vasto pubblico. “Il manifesto deve essere chiaro e incisivo quanto gli eventi della rivolta… Qui sta il dilemma! Bisogna riassumere questi eventi complessi con il minor numero di elementi possibile, senza però perderne il significato”, ha spiegato Cachoux. «Spero sempre che la semplicità dello stile grafico aiuti lo spettatore a collegare l’immagine all’evento reale parallelo, ravvivando la curiosità di cercare, leggere e saperne di più su ciò che sta accadendo in Siria, ma non solo», ha auspicato l’eclettico artista.

Informazioni pratiche e l’occhio della curatrice

A fare da cornice alle più importanti serie dell’artista, in un percorso espositivo che ne ripercorre le tappe fondamentali della carriera, è la chiesa sconsacrata di San Francesco, situata in Via del Mercato, uno Spazio Multimediale appendice naturale del MAGMA, il Museo Archivio Grafica Manifesto, che l’ha co-organizzata con Cartacanta APS. La mostra – curata dal direttore del Magma, Enrico Lattanzi, insieme alla curatrice indipendente Cristina Falco –  è aperta ai visitatori dal giovedì alla domenica, dalle 16 alle 20 (con prevendite su ciaotickets.it), mentre per gruppi e scuole è accessibile tutti i giorni su prenotazione. Gode del patrocinio dell’Associazione italiana design della comunicazione visiva (Aiap).

«Più mi immergevo nel mondo artistico di Fares, più avevo la sensazione di entrare in un universo che rifletteva l’uomo stesso», – ha raccontato ai media locali e specializzati la co-curatrice Cristina Falco. «È uno spirito libero e un artista profondamente impegnato. Ciò che mi colpisce del suo lavoro è la sua apertura mentale e l’approccio critico con cui affronta grandi questioni che riguardano tutti noi: l’ambiente, il razzismo, l’immigrazione, il conflitto e la rivoluzione. Lo fa senza offrire risposte o strumentalizzare il messaggio; piuttosto, presenta una realtà che invita alla riflessione. La sua pratica artistica si fonda su un forte senso di responsabilità, affrontando temi essenziali e urgenti: un bisogno condiviso, un modo di cercare e trovare risposte ai problemi che ci coinvolgono. È questo che rende il suo lavoro potente, contemporaneo, mai invadente e soprattutto stimolante».

Azadi, un incontro sulla libertà oltre le parole

Nell’ambito della retrospettiva di Cachoux, il 19 settembre lo Spazio Multimediale San Francesco di Civitanova Marche ha ospitato un incontro sul tema dei diritti umani, la funzione sociale dell’arte e le donne afghane, dal titolo “Azadi, la libertà oltre le parole”. L’arte come strumento di conoscenza e informazione, capace di attraversare lingue e culture senza bisogno di traduzione: è stato questo uno dei fili conduttori di Azadi, che in lingua dari significa proprio libertà. L’incontro, ideato e organizzato da Falco e Lattanzi, ha messo in relazione arte, diritto, testimonianza e impegno umanitario, riportando al centro la condizione delle donne afghane e la fragilità dei diritti femminili.

In effetti, la mostra di Cachoux affronta attraverso un linguaggio visivo diretto temi come conflitto, esilio, diritti umani e condizione femminile. In questo senso, l’arte assume Fares Cachouxanche una forte funzione sociale e divulgativa: rende immediatamente percepibili realtà complesse, crea consapevolezza e può raggiungere pubblici diversi senza la mediazione della lingua. La centralità delle donne nel lavoro dell’artista è sintetizzata dalle sue parole: «Dalle mie osservazioni, soprattutto nei momenti di conflitto, guerra o esilio, ho spesso notato che le donne mostrano una forza, un coraggio e una resilienza maggiori della maggior parte degli uomini», ha dichiarato l’artista. Con l’intervento dell’avvocato Martina Montanari, il confronto si è allargato al percorso dei diritti delle donne in Italia, alla fatica con cui conquiste oggi considerate fondamentali sono state riconosciute e alle fragilità che ancora permangono.

Voci afghane

A dare alla riflessione la forza dell’esperienza personale è stata Nahid Nasiri, artista afghana rifugiata a Roma, che ha condiviso la propria odissea e il prezzo pagato per una ricerca artistica di denuncia. La sua testimonianza ha mostrato in modo diretto quanto, in determinati contesti, esprimersi attraverso l’arte possa diventare essa stessa una scelta di libertà, con conseguenze profonde sulla vita di chi la compie.

Nove Caring Humans ha portato invece l’esperienza dei propri programmi in Afghanistan, dove lavora soprattutto a fianco di donne, minori e persone con disabilità attraverso interventi di emergenza e sviluppo, formazione professionale, opportunità di lavoro e micro-imprenditoria.  In un contesto in cui gli spazi economici e sociali per le donne sono fortemente limitati, realizzare questi progetti richiede anche un continuo lavoro di interlocuzione e negoziazione per rendere possibili attività di formazione, lavoro e impresa femminile, creando opportunità di reddito e autonomia. «Negoziare significa proprio questo: non rinunciare, continuare ad aprire strade alla formazione, al lavoro e all’imprenditoria femminile, anche quando il contesto sembra chiuderle», ha testimoniato Flavia Mariani di Nove Caring Humans.

 

Véronique Viriglio

Foto © Gianmaria Pennesi

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