Perché l’Alta Velocità continua a dividere l’Italia

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Alta Velocità Italia

Le ragioni del movimento No Tav, le posizioni dei sostenitori e il ruolo della politica in una vicenda che divide da oltre trent’anni.

Sabato 25 luglio la Val di Susa è tornata teatro di scontri. Durante la marcia No Tav partita da Venaus nell’ambito del festival “Alta Felicità”, gruppi di manifestanti hanno assaltato i cantieri della TorinoLione a Chiomonte, San Didero, Salbertrand e Traduerivi di Susa. Il bilancio è pesante: oltre 120 agenti feriti, quattro mezzi delle forze dell’ordine dati alle fiamme, circa un milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte e più di 1200 persone identificate. All’azione hanno partecipato anche alcuni gruppi provenienti da Francia, Germania e Belgio. Telt, la società che realizza l’opera, ha stimato fino a due mesi di ritardo dovuti ai danni prodotti dall’accaduto.

Lunedì la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si sono recati sul luogo degli scontri, hanno definito l’assalto più un attacco allo Stato che la difesa di un’idea. Anche il presidente Sergio Mattarella ha espresso la propria vicinanza alle forze dell’ordine. Dietro le immagini di camionette in fiamme resta, però, una domanda che accompagna la Val di Susa da oltre trent’anni: perché un’opera voluta da due Stati e dall’Unione europea non riesce, a distanza di tre decenni, a farsi accettare da chi vive quel territorio?

Da dove nasce il movimento No Tav

L’opposizione alla linea Torino-Lione affonda le proprie radici nei primi anni Novanta, quando si fece strada l’ipotesi di dotare la città sabauda e il capoluogo francese di un collegamento ad alta velocità attraverso la Val di Susa. In principio, il movimento era frutto dell’unione tra comitati locali, amministratori comunali della valle, ambientalisti e centri sociali. L’obiettivo comune era chiaro: fermare la costruzione di un’opera dannosa per il territorio, dall’utilità opinabile, e soprattutto imposta dall’alto senza un reale confronto con chi la valle la abita. Negli anni il conflitto ha attraversato diverse fasi. Tra i momenti più intensi vanno annoverati gli scontri del 2005, in occasione dei sondaggi geognostici a Venaus, e quelli del 2011-2012, legati all’avvio dei lavori nel cantiere blindato di Chiomonte, diventato da allora il simbolo della contestazione.

Negli anni la protesta ha saputo attrarre anche solidarietà d’oltralpe, questa ha dato vita a movimenti attivi sul versante della Maurienne. Il movimento No Tav rivendica tra i propri risultati quello di aver imposto per anni un freno politico all’opera, contribuendo ai ripensamenti di alcuni Governi; col duplice effetto di rallentamento del cronoprogramma dei lavori e l’apertura della vicenda al dibattito pubblico. Inoltre, gli autori della protesta hanno saputo darsi anche un impianto culturale e comunicativo composto da presidi permanenti, momenti di formazione e reti di sostegno legale per chi finisce coinvolto in procedimenti giudiziari. Il festival “Alta Felicità”, giunto alla sua decima edizione, è oggi il momento centrale della mobilitazione annuale. Secondo gli organizzatori, infatti, il 25 luglio scorso circa ventimila persone da tutta Italia si sono recate in Val di Susa per manifestare. 

Le ragioni di chi sostiene l’opera

La controparte, ovvero i sostenitori dell’opera, è composta principalmente dai Governi succedutisi negli anni, da gran parte delle istituzioni europee, dalla Regione Piemonte e da attori del settore imprenditoriale e tecnico. Nella loro visione il collegamento rappresenterebbe un’infrastruttura strategica per il sistema di trasporti continentale. Difatti, la nuova linea è pensata come anello del corridoio Mediterraneo, uno dei principali assi della rete europea TEN-T che collega la Penisola iberica all’Europa centro-orientale. L’argomento centrale riguarda lo spostamento dei flussi di trasporto merci da strada a rotaia, gli effetti stimati, infatti, porterebbero oltre un milione di camion in meno sui valichi alpini e di conseguenza a una significativa riduzione delle emissioni di CO2, oltre che a un dimezzamento dei tempi di percorrenza per i passeggeri.

All’interno dell’ambiente politico, sostengono l’opera, pur con sfumature diverse, gran parte del centrodestra e il Partito Democratico, che vedono nel progetto una leva di sviluppo economico e occupazionale per il territorio. Nella cornice europea, inoltre, l’opera si configura anche come tassello necessario per non perdere i finanziamenti già stanziati dall’Unione, che coprono una quota rilevante dei costi. Sottolineano inoltre come rinunciare oggi all’opera, dopo trent’anni di investimenti e cantieri già avviati, comporterebbe costi di dismissione e penali contrattuali superiori a quelli necessari per completarla. Resta tuttavia aperta la questione inerente le reali proiezioni del traffico merci sull’asse alpino, che secondo alcuni osservatori non giustificherebbero pienamente l’entità dell’investimento. 

Come si è mossa la politica negli anni

La storia politica della Torino-Lione è fatta di continuità istituzionale e fratture interne agli schieramenti. I Governi di centrosinistra, dall’esecutivo Renzi in poi, hanno sostenuto il prosieguo del progetto insieme a gran parte del centrodestra. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha fatto della protesta No Tav una bandiera identitaria.

Il momento di massima tensione istituzionale si è consumato nel 2019, durante il Governo “gialloverde” Conte I, spaccato tra una Lega favorevole e un M5S contrario. Infatti, i risultati dell’analisi costi-benefici condotta dal Ministero dei Trasporti e in particolare dall’economista Marco Ponti, decretarono un valore economico negativo per l’opera. Ciò però, non impedì a seguito di un’ampia contestazione da parte del mondo tecnico, il via libera definitivo del Governo ai finanziamenti europei. Da allora gli esecutivi successivi, compresi quello Draghi e l’attuale Meloni, hanno confermato la linea di prosecuzione dei lavori. Inoltre, la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico in valle è rimasta una costante di ogni ministero dell’Interno, a prescindere dal colore politico.

Una soluzione ancora lontana

Trovare un punto di equilibrio tra le ragioni di sicurezza territoriale, economiche e soprattutto di chi in valle vive da decenni accanto ai cantieri resta un’impresa complessa, forse impossibile nel breve periodo.Alta Velocità Italia La domanda posta in apertura trova risposta proprio nella distanza tra questi piani. Da un lato è presente un consenso costruito nelle sedi istituzionali, diplomatiche e parlamentari, col sostegno degli ambienti tecnici e industriali. Dall’altro una comunità che non si è mai sentita davvero partecipe da un punto di vista decisionale, e che ha trasformato il dissenso in un’identità collettiva intergenerazionale. Finché questa distanza non verrà colmata da un confronto reale, col fine di raggiungere una comunione d’intenti, gli scontri del 25 luglio resteranno l’ennesimo capitolo di una storia lontana dall’essere lasciata alle spalle. 

 

Alfio Faro

Foto ©️ Dayitalianews, Osservatorio Repressione, AGI, Visit Tuscany

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