Myanmar, lo sciopero del silenzio

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Myanmar

Un Paese in cui la repressione si fa ogni giorno più dura e non risparmia neppure i bambini

In Myanmar la situazione diventa ogni giorno più tragica e la violenza un orrore dilagante che coinvolge tutti, bambini compresi.

L’escalation della violenza in Myanmar

Comunicare dal Myanmar è difficile. Le informazioni arrivano rade e frammentarie e spesso non arrivano proprio. La rete Internet viene spesso oscurata. Chi riesce a inviare qualche messaggio lo fa, appena possibile, soprattutto dalle grandi città, tramite la linea fissa e il Wifi. Oppure appoggiandosi a un accesso Vpn. Questa tecnologia, grazie all’utilizzo di un server straniero, consente di proteggere la propria identità online, criptando il proprio traffico internet.

Così il mio contatto residente a Mandalay, l’antica capitale dell’allora Birmania, mi ha scritto dopo giorni e giorni di preoccupante silenzio. Anzi, prima di tutto, mi ha mandato immagini durissime che raccontano un Myanmar esasperato dalla ferocia dei militari e che urla dal dolore. 

Ieri la foto di un ragazzino di 13 anni, ammazzato dai militari proprio a Mandalay. Poi quella di una donna in gravidanza presa a manganellate dai soldati. 

Oggi, sempre da lì e, più precisamente dal Distretto di Chan Mya Thar, le foto di una bambina di 7 anni uccisa a colpi di arma da fuoco in casa sua, mentre il padre la teneva in braccio. Un raid dei militari governativi che non guardano in faccia a nessuno e ogni giorno perpetuano delitti. Una delle tante vittime innocenti di un Paese in cui vivere diventa sempre più difficile. 

Lo sciopero silenzioso di oggi, 24 marzo

In Myanmar le proteste pacifiche dei giorni precedenti, hanno lasciato così il posto al silenzio. I birmani si sentono sempre più a rischio e hanno sempre più paura a manifestare perché la repressione diventa via – via più prepotente.

Oggi, dunque, tutti i negozi e gli uffici sono rimasti chiusi e le strade deserte, ovunque nel Paese, da Yangon a Mandalay, dai piccoli centri sparsi nella campagna al sito Unesco di Bagan

Lo sciopero silenzioso ha occupato, dunque, il posto delle proteste precedenti, iniziate subito dopo il colpo di Stato dell’1 febbraio, quando l’esercito ha rovesciato il governo eletto, arrestando Suu Kyi

L’esercito aveva allora dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, consegnando il potere al capo delle forze armate, Min Aung Hlaing

I soldati, schierati nelle strade della capitale, Naypyidaw, e della città principale, Yangon, avevano allora creato posti di blocco un decennio dopo aver ceduto volontariamente il controllo del Paese. Ma era solo l’inizio di una escalation di violenza e terrore che non accenna a diminuire.

Le pacifiche rivolte e il conto salato di una situazione che sta sempre più degenerando

MyanmarNei giorni passati e nelle precedenti settimane in Myanmar si assisteva alla notturna rivoluzione delle pentole, una protesta pacifica fatta di suoni domestici nel buio della notte. C’era anche stata la “manifestazione della candele” accese ogni sera in memoria delle vittime delle aggressioni militari che si sono fatte sempre più intense e aggressive. 

Poi la lunga sfilata pacifica delle barche di Monwyar, la più grande città della regione di Sagaing a 136 chilometri a nord ovest di Mandalay. 

Tantissime dunque le iniziative messe in atto da una popolazione che sta ancora lottando, anche attraverso uno sciopero silenzioso.

Intanto l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici ha già contato più di 250 morti a livello nazionale, ma, come sempre accade in situazioni analoghe a questa, si stima che il numero effettivo dei morti sia probabilmente molto, molto più alto di quello riscontrato. 

2.665 sarebbero invece le persone che sono state, finora, arrestate o incriminate dopo il colpo di Stato. Molte di queste sono in gran parte ancora detenute o ricercate.

 

Paola Scaccabarozzi

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