L’opinione: il Dragone Giallo entra indisturbato nella nostra economia, mentre l’Europa pensa all’ambiente
Per San Valentino, l’Unione europea ha approvato l’idea, a dir poco folle, che entro il 2035 non ci dovranno essere più in circolazione auto a benzina o diesel, ma tutte dovranno essere elettriche. E Pechino gode.
Parafrasando il Metastasio potremo dire che questa è: “Una proposta dal sen fuggita“, pensiamo alle fabbriche, e non solo italiane, per le quali lavorano alla produzione di questi motori centinaia di migliaia di operai, per non parlare dell’indotto, che grazie all’Europa saranno i futuri disoccupati di domani, ma i danni non si fermano qui, pensiamo a chi non può permettersi di cambiare auto o più banalmente anche a chi dovrà fare rifornimento senza le infrastruttura per le torrette elettriche, per le quali si conta non basterebbero venti anni per realizzarle, per non parlare poi dell’inquinamento indiretto che queste auto produrranno a causa delle batterie e potremo continuare in un lungo rosario di deficit di questo nuovo diktat europeo.
L’opposizione dell’ex Ad Fiat
Il primo allarme, tanti anni fa, fu lanciato dal manager dell’allora Fiat, Sergio Marchionne che alla domanda di un giornalista del perché a differenza di altre industrie automobilistiche, l’azienda torinese non aveva progetti né sull’ibrido e né tanto meno sull’elettrico, la risposta di Marchionne fu assai concisa: la macchina elettrica non poteva funzionare, almeno come veniva concepita allora, perché: «se ci lamentiamo delle scorie nucleari» – era la sua analisi – «dobbiamo pensare che le pile delle nuove auto sono 1000 volte più numerose e in costante crescita con l’aggravante che sono prodotti altamente inquinanti e anche di difficile smaltimento, altro che soluzione per l’ambiente». Un concetto che non faceva una piega, né ieri e neanche oggi, perché il pericolo prodotto dalle auto elettriche per le economie nazionali, come abbiamo accennato, oltre alle gravi ricadute per l’occupazione, ne ha anche per la tanto decantata salvaguardia dell’ambiente.
L’Italia perennemente indietro
Altro nostro punto debole, affermava il capo della Fiat, è che siamo obbligati per il nostro fabbisogno ad acquistare energia da altri Paesi di, come dimostrano soprattutto i fatti recenti, essendo una Nazione energicamente fragile, cosa accadrà allora quando ne dovremmo importare ancora di più per un parco auto elettriche non di alcune migliaia come oggi, ma di milioni di esemplari (solo il nostro parco auto è stimato intorno ai 35 milioni, ndr) dovremmo spendere cifre fuori controllo alcuni parlano addirittura di tre finanziarie e non solo, l’altro grave problema è trovare chi ci possa vendere una tale quantità di megawattora richiesti che, di fatto, ci pone in un conflitto commerciale con altri Paesi industriali che, come noi, hanno i loro problemi di energia.
Fatte queste considerazioni, forse avremo l’aria più pulita, però con una economia, è il caso di dire, con le ruote sgonfie.
I problemi non finiscono qui
Un altro elemento di preoccupazione, non meno grave, è certamente la solita invadenza cinese, dove c’è un business ci sono sempre loro e non certo nella veste del “buon samaritano“.
Secondo alcune stime internazionali, fra appena tre anni, nel 2025, le auto elettriche prodotte in Cina e circolanti sulle strade europee copriranno una quota pari al 18%, una su cinque.
Una cifra pazzesca che apre scenari pericolosi nella macro economia dei Paesi soggetti a questa colonizzazione.
Un esempio sono le quota di mercato in Norvegia di vetture elettriche a marchio cinese che hanno raggiunto già oggi il 12,5% e posiamo proseguire con la Svezia all’11,1% e nel Regno Unito arriva al 7,6% a questo bisogna aggiungere che il colosso cinese, Byd, è deciso ad entrare anche in Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Austria.
Intanto per non farsi mancare niente la suddetta società ha già una fabbrica di autobus in Ungheria e anche una fetta considerevole della catena di fornitura di tutto il gruppo che risiede è proprio in Europa.
C’è chi ha già programmato l’invasione
«La Cina ha obiettivi precisi di crescita del suo mercato elettrico domestico: 20% di market share nel 2025» – sottolinea Veronica Aneris, direttrice italiana di T&E, la Federazione europea per i trasporti e l’ambiente – «con questi ritmi, e con le economie di scala che ne conseguono, i cinesi avranno gioco facile. Se vogliamo che la decarbonizzazione non comporti perdite di posti di lavoro, l’Ue deve darsi target ambiziosi per sostenere le sue industrie verso la mobilità green».
Una vera corsa d’anticipo già prima del prossimo 2035, attuata dai cinesi per arrivare prima del famoso diktat che ci siamo imposti volendo passare dalle auto a motore tradizionale a quello elettrico.
Mentre l’Occidente si trova ancora in una transizione normativa lenta e farraginosa, Pechino dimostra di avere le idee chiare con anni di anticipo. Insomma se questo è ciò che ci aspetta per il prossimo futuro non c’è da stare tranquilli per le nostre economie così, per dirla alla cinese: nulla di buono è sotto il cielo.
Poniamoci una domanda
Ma siamo poi sicuri che un mondo green attuato in questo modo sia risolutivo per l’ambiente e non una vera catastrofe?
Forse è il caso che la tanto osannata Europa facesse un passo indietro e aprirsi finalmente ad un politica seria e realistica su un tema così delicato per tutti i cittadini del Vecchio Continente e non inseguendo le inutili mode e i sogni delle varie Greta sparse nel Mondo.
Andrea Weber
Foto © China Daily, Clean Technica, Newsweek













