Narges Mohammadi sconterà un altro anno di carcere

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Narges Mohammadi

L’annuncio del verdetto di condanna per “propaganda contro lo Stato” è stato pubblicato via social dal suo avvocato

 

L’attivista iraniana Narges Mohammadi, che si batte per i diritti delle donne nel suo Paese da più di 30 anni, da quando era una studentessa, ha ricevuto una nuova condanna da parte del tribunale rivoluzionario di Teheran “per attività di propaganda contro il Governo iraniano.” L’accusa ha riguardato la diffusione dal carcere di lettere e messaggi a parlamentari svedesi e norvegesi e diversi appelli per boicottare le elezioni dello scorso marzo.

Teheran non cambia

Il rinnovo del parlamento comunque non ha avuto l’esito sperato visto che si trattava delle prime elezioni dopo la morte di Mahsa Amini, la ragazza di 22 arrestata e uccisa per non aver indossato l’hijab in modo corretto. Per mesi, da settembre 2022, le piazze si erano riempite di decine di migliaia di persone. Erano soprattutto donne che al grido “vita e libertà” avevano sfidato il regime mostrandosi a capo scoperto. Agli scontri con la polizia erano seguiti 18mila arresti, quasi 600 vittime e migliaia di feriti.

 I guardiani della Rivoluzione hanno stroncato la sotterranea domanda di cambiamento della Repubblica islamica, guidata da più di 30 anni dall’ayatollah Ali Khamenei, escludendo dalle liste elettorali i leader del Fronte riformista.

Narges Mohammadi prigioniera politica

La cinquantaduenne è detenuta nel carcere di Evin, spesso luogo di reclusione dei detenuti politici, dal novembre del 2012 ed è la sua sesta condanna. Ha già ricevuto 154 frustrate, le è vietata l’adesione a gruppi politici, sono previsti per lei due anni di esilio e vari altri divieti. Dal carcere ha sostenuto le proteste in seguito alla morte di Mahsa Amini e nel dicembre 2023 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per la lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e la libertà per tutti. Il Comitato per il Nobel aveva voluto in tal modo dare un riconoscimento a un intero movimento in Iran attraverso la sua leader indiscussa. Nell’occasione aveva dichiarato come fosse un incoraggiamento per continuare il lavoro in qualunque forma il movimento lo ritenesse opportuno.

Ma l’auspicio che il Governo iraniano la rilasciasse è stato vano, come era vuota la sedia a Oslo in occasione della cerimonia di conferimento del Nobel. L’Iran dal canto suo aveva definito “faziosa e politica” la scelta dell’assegnazione del premio alla Mohammadi.

Il suo impegno con il Defenders of Human Rights Center 

La donna è stata vice presidente e portavoce del Defenders of Human Rights Center, una organizzazione non governativa fondata dalla giurista iraniana Shrin Ebadi, in esilio tra Londra e gli Stati Uniti e tutt’oggi sotto scorta. Lei ricevette il Nobel per la pace nel 2003, quando era ancora vivo l’effetto degli attentati alle Torri Gemelle. All’età di 57 anni fu la prima iraniana, donna, musulmana a ricevere il prestigioso riconoscimento.

L’associazione da lei fondata fu chiusa ufficialmente dal Governo nel 2009. Ma l’ex magistrato continua il suo lavoro per la promozione dei diritti umani dentro e fuori l’Iran. Sul territorio opera clandestinamente perché la vigilanza delle autorità è costante, ma all’estero i suoi progetti sono molteplici come la formazione on line sul diritto umanitario in alcune delle cinque lingue parlate dalle minoranze arabe. Narges all’epoca combatteva a nome del Center per la difesa dei carcerati e dei prigionieri politici e per abolire la pena di morte. Continua a farlo nonostante la reclusione, unitamente alla lotta per l’abolizione della tortura e le violenze sessuali contro le carcerate.

Il New York Times le dà voce

Nel primo anniversario della morte di Mahsa Amini, il 16 settembre 2023 è riuscita a far pubblicare sul New York Times un articolo dal titolo “Più ci rinchiudono, più diventiamo forti”. Vi ha raccontato quello che è successo nel carcere di Evin immediatamente dopo la morte della ventiduenne, come se il Paese non aspettasse che un’occasione. L’evento infatti originò una rivolta immediata e diffusa che si protrasse a lungo. La donna nella lettera ha ricordato gli arresti dei mesi successivi: in carcere dal 2012 non aveva mai visto così tante reclusioni nel reparto femminile ma anche in altre prigioni iraniane di cui era riuscita ad avere notizia.

Scriveva che il morale era alto e che il Governo non capiva che più venivano rinchiuse e più diventavano forti. L’unico obiettivo era rovesciare il regime della Repubblica islamica. Ha riferito di detenute picchiate, ferite, aggredite sessualmente e come abbia fatto il suo meglio per documentare e condividere tutte queste informazioni. Ha riportato delle intimidazioni delle Istituzioni di sicurezza e giudiziarie, dei nuovi procedimenti penali aperti nei confronti di queste donne.

La sua convinzione più forte che mai è che la tirannia religiosa insieme alla tradizione e ai costumi sociali, ha portato alla profonda repressione delle donne nel Paese. Queste però sono emerse come avanguardia della rivolta dimostrando coraggio immenso e resistenza di fronte all’aggressione del regime autoritario religioso. Non si arrenderanno nonostante le intimidazioni e la diffusione intenzionale della cultura della violenza da parte del regime perché sono alimentate dalla volontà di sopravvivere. La repressione violenta e brutale del Governo può tenere le persone lontane dalla strada ma la lotta continuerà.

 

Veronica Tulli

Foto © Giornale di Brescia, Domani, Focus Junior

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