L’Unione europea è riuscita a ottenere ciò che aveva proposto, ma deve fare i conti con i combustibili fossili
Un compromesso, questo è ciò che è stato raggiunto alla Cop29 a Baku in Azerbaijan. Il problema principale è che non soddisfa praticamente nessuno. Le trattative, che dovevano chiudersi venerdì 22, si sono trascinate per tutta la giornata di sabato (23 Novembre 2024) fino alle prime ore di domenica, quando la plenaria ha acceso luce verde (attorno alle 2:40 ora locale). La fatica a trovare un’intesa tra i quasi 200 Stati partecipanti, lo scambio di accuse e le polemiche mettono in luce tutti i limiti del sistema delle Cop, costretto alle corde dallo sfaldamento del multilateralismo.
Si può affermare che è stato un po’ come un’asta. Il tempo era scaduto, i Paesi ricchi avevano messo sul piatto 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per sostenere la difesa climatica. Nessuno offriva di più e questa cifra, respinta fino a un momento prima da molti dei Paesi colpiti da uragani e siccità, ma senza risorse economiche per una reazione adeguata, è passata. Il tempo ufficiale era scaduto venerdì, gli aerei per il ritorno dei delegati erano già stati spostati una volta, se in troppi avessero abbandonato Baku sarebbe mancato il numero minimo per dare valore legale all’accordo. Non si poteva fare altrimenti.
I debiti delle Nazioni più povere aumenteranno
La proroga delle trattative ha prodotto un’offerta al rialzo da parte dei Paesi avanzati, che
hanno accettato di portare gli aiuti bilaterali alle Nazioni più povere a 300 miliardi di dollari, dai 250 di venerdì, su spinta di Usa e Unione europea. Il triplo dell’attuale impegno annuale in scadenza nel 2025 e raggiunto con due anni di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Le risorse saranno raccolte attraverso un’ampia varietà di fonti, compresi finanziamenti pubblici e accordi bilaterali e multilaterali.
Insoddisfatte le piccole Isole, direttamente minacciate dall’innalzamento del livello dei mari, e i Paesi meno sviluppati. Due gruppi che rappresentano oltre 80 Paesi e che nel pomeriggio di sabato hanno respinto il testo e hanno temporaneamente abbandonato le consultazioni.
Attraverso il coinvolgimento di soggetti come le Banche multilaterali per lo sviluppo e del settore privato, i flussi di finanziamento annui a favore dei Paesi poveri dovrebbero arrivare a 1.300 miliardi di dollari, sempre entro il 2035. Somma in linea con le richieste fatte prima del vertice. Tuttavia, quanto più le risorse arrivano sotto forma di prestiti, tanto più i Paesi destinatari finiscono sotto il peso degli oneri per rimborsarli. Molti di loro hanno già elevati livelli di debito estero e scarsi margini di bilancio. Per questo hanno chiesto che almeno il 30% di quei finanziamenti fossero garantiti dalla finanza pubblica.
I Paesi avanzati hanno molto insistito per coinvolgere, negli aiuti bilaterali vincolanti, Stati ricchi come Arabia Saudita, Cina e India. Le economie emergenti sono incoraggiate a erogare aiuti, ma non hanno alcun obbligo, e i loro soldi non rientrano nel conteggio dei 300 miliardi. Pechino ha chiarito durante il vertice che non ha alcuna intenzione di accettare vincoli.
Ue
Per il commissario europeo Wopke Hoekstra, incaricato dei negoziati sul clima, che pure
ha espresso il rimpianto per «obiettivi che avrebbero potuto essere più ambiziosi sul taglio delle emissioni serra, è l’inizio di una nuova era. Abbiamo lavorato duramente per assicurarci che ci siano molti più soldi sul tavolo. Stiamo triplicando l’obiettivo di 100 miliardi di dollari e riteniamo che sia necessario, realistico e realizzabile».
Ma non si può sostenere che l’Unione europea, pur avendo portato a casa la proposta economica avanzata nel finale della partita giocata alla Cop 29, sia complessivamente soddisfatta. Per la ministra francese della Transizione ecologica Agnès Pannier–Runacher, la conferenza di Baku segnata da «una vera disorganizzazione e da una mancanza di leadership della presidenza azera. Il testo sulla finanza adottato in un clima di confusione e contestato da molti Paesi».
Usa
Per Biden è un risultato storico. «Alla Cop 29, grazie in parte agli instancabili sforzi di una forte delegazione statunitense, il Mondo ha raggiunto un accordo. A Baku, gli Stati Uniti hanno sfidato i Paesi a fare una scelta urgente: consegnare le comunità vulnerabili a disastri climatici sempre più catastrofici o farsi avanti e mettere tutti noi su un percorso più sicuro verso un futuro migliore». Ma come finirà se il presidente eletto Donald Trump porterà gli Usa fuori dall’accordo di Parigi (come ha promesso di fare)?
Insoddisfazione
Ma le vittime dei disastri climatici, che colpiscono più duramente i Paesi poveri perché sono meno attrezzati a reggere l’impatto della crisi, non la pensano così. «L’accordo è troppo debole, troppo tardivo e troppo ambiguo», si è rammaricato il keniano Ali Mohamed, parlando a nome del gruppo africano.
Evans Njewa, il delegato del Malawi che rappresenta i 45 Paesi più poveri del Pianeta, ha denunciato l’intesa come «poco ambiziosa».
Per il delegato indiano Chandni Raina «l’importo proposto è pietosamente basso, è ridicolo».
Per la Nigeria, i 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 sono una «barzelletta».
«Nessun Paese ha ottenuto tutto ciò che voleva e lasciamo Baku con una montagna di lavoro da fare, quindi non è il momento di dichiarare vittoria. Dobbiamo puntare e
raddoppiare i nostri sforzi sulla strada per Belém (in Brasile, dove si svolgerà la Cop 30, ndr). Anche così, abbiamo dimostrato che l’Accordo di Parigi delle Nazioni Unite sta dando risultati, ma i Governi devono ancora accelerare. Non dimentichiamo che, senza questa cooperazione globale convocata dall’Onu, saremmo diretti verso 5 gradi di riscaldamento globale. Ma siamo ancora molto lontani dalla fine del nostro percorso», ha affermato realisticamente il capo delle Nazioni Unite per il clima, Simon Stiell.
Combustibili fossili
Europa e Stati Uniti hanno legato il dossier degli aiuti alla riconferma dell’impegno, preso con la Cop28 dello scorso anno a Dubai, ad allontanarsi (“transition away”) gradualmente dall’utilizzo di petrolio e gas, oltre che del carbone, scontrandosi fino all’ultimo con le resistenze dei petro-Stati, Arabia Saudita in testa, e dei grandi consumatori di combustibili fossili tra le economie emergenti. Lo scontro si è aperto fin da prima dell’inizio dei lavori del vertice e si è concluso con un testo separato che invita le parti a “contribuire agli sforzi globali” verso quell’obiettivo, senza nominare esplicitamente i combustibili fossili.
Il 12 novembre, il giorno dopo l’apertura della Cop29, Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaijan e padrone di casa, ha definito il petrolio e il gas «doni di Dio».
L’economia azera è fortemente dipendente dai proventi dei combustibili fossili, che rappresentano il 60% delle entrate statali e il 90% delle entrate delle esportazioni, sempre più dirette proprio verso l’Ue, alla ricerca di fonti di approvvigionamento dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’Arabia Saudita da sempre ostacola l’azione per ridurre l’uso dei combustibili fossili e perfino accusata di aver manomesso la bozza di testo fatta circolare dalla presidenza della Cop29.
Da quella di Glasgow (Scozia) del 2021, l’azione multilaterale per il clima si è sfilacciata, esaurita, in un contesto di tensioni geopolitiche sempre più profonde, con la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente che minacciano di allargarsi. I vertici successivi, quello in Egitto del 2023 e a Dubai del 2023, hanno già prodotto risultati insufficienti rispetto alla sfida del riscaldamento globale, che sale insieme alla conta delle vittime e dei danni causati dagli eventi climatici estremi.
Ginevra Larosa
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