Il Pasqualòn delle favole

0
767
Pasqualòn

Odoardo Giansanti era un menestrello viandante pesarese che le persone ascoltavano con rispetto nelle strade e nelle piazze

Rendere omaggio a Odoardo Giansanti detto Pasqualòn, pesarese puro sangue (1852-1932), è un dovere morale per la poesia italiana. Quasi cieco, sciancato, con una tuba in testa nera e una lunga palandrana, ricco solo del proprio umorismo ma anche con venature amare e ironiche, con voce tonante declamava versi dialettali per le strade di Pesaro. Un menestrello viandante che la Città ha abituato ad avere, come fra’ Arduino dei frati minori francescani, che usciva presto dal convento di San Giovanni in via Passeri, per intrattenere il popolo e chiedere l’elemosina. Anche Pasqualòn viveva di elemosine ricambiate con la sua poesia. La gente lo ascoltava con rispetto, anche per la sua imponente figura.

La vita

Odoardo Giansanti nasce a Pesaro durante l’occupazione degli austriaci che avevano restaurato nelle Marche lo Stato Pontificio. Il terzo di cinque figli sarà il solo a sopravvivere. La prematura morte della madre Maria Berardi di Cartoceto nel 1862, quando il poeta aveva solo 10 anni, creerà intorno al giovane enormi difficoltà economiche e affettive. Il padre si risposerà ma Odoardo sarà abbandonato da entrambi i genitori.

Rimasto senza famiglia e senza lavoro, parte per Roma in cerca del padre, ma senza riuscirci. Nella grande Città vive di piccoli espedienti ma soffre la fame e per un breve periodo si fa frate per riconoscenza ai religiosi che lo salvano dalla morte. Finisce anche in carcere per vagabondaggio e nel marzo del 1878 viene rispedito a Pesaro con un foglio di via. Nel 1880 ormai cieco e in preda alla depressione, trascorre qualche tempo in manicomio, dove conosce il poeta dialettale romagnolo Villa, che lo aiuterà a entrare nel mondo della poesia dialettale. E in questo periodo Pasqualòn scrive molti versi.

Leggere ora le sue poesie dialettali, masticarne la pronuncia, la consistenza, seguirne il ritmo, significa provare una incursione storica lontana, ma anche nitida, territoriale, verace, colma di una identità che manca proprio ai pesaresi, i quali non sentono la nobilitazione della storia comune tramite la poesia. “Il Bsares” era poco capito dal popolo, ed era una poesia simile al francese.

La salvezza nei versi

Quando esce dal manicomio, luogo amato da tanti poeti come Dino Campana e Alda Merini, ormai Pasqualòn è Cegh, zop matt, a so tutt me, perché inizia una nuova vita per le strade della sua Città, dove declama i suoi componimenti nelle piazze e nelle vie del centro. Le sue poesie raccontano la vita quotidiana del tempo e i rapidi mutamenti della società di inizio secolo. Poesie da recitare per il pubblico, nelle strade, nelle fiere, nelle taverne del paese. È la voce del banditore, del narratore, delle persone umili che ridono e ascoltano attonite.

Nel marzo 1887 viene pubblicato a Pesaro il primo volume delle Pasqualoneidi e la sua fortuna culmina con il primo premio al concorso di poesia dialettale all’Esposizione Regionale di Macerata del 1905. Ma la felicità del componimento non ha una corrispondenza in quella materiale e resterà solo e povero sino alla fine dei suoi giorni.

Il Pasqualòn delle favole

In un prezioso libro dell’amico poeta Gilberto Lisotti dal titolo “Il Pasqualòn delle favole”, viene evidenziato non solo il messaggio popolare di Pasqualòn, ma anche quello di una cultura folclorica legata alle favole e alla narrazione di Perrault o dei fratelli Grimm. Il canzoniere per il critico letterario Carlo Bo investe il dominio della poesia popolare. Duard il ciabattino impazzito, trova nella sua immaginazione, personaggi, micro storie, che creano favole popolari.

 

Paolo Montanari

Foto © Anobii, Associazione Pro Urbino

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui