Dopo oltre vent’anni di assenza ritorna nella Capitale la mostra di uno dei pittori più importanti del Novecento
Un viaggio alla scoperta della vita artistica, dagli esordi fino alle ultime opere, di uno dei più grandi pittori del Novecento considerato anche tra i padri fondatori dell’arte moderna: Edvuard Munch. Dopo lo straordinario successo di pubblico e di stampa registrato a Milano presso Palazzo Reale, approda a Roma a Palazzo Bonaparte.
Un evento senza precedenti grazie a oltre 100 capolavori prestati eccezionalmente dal Munch Museum di Oslo che custodisce la quasi totalità delle opere dell’artista, si possono ammirare quadri come la “Notte stellata”, “Le ragazze sul ponte”, “Malinconia”, “Danza sulla spiaggia” e una delle versioni litografiche del celebre “Urlo”. La mostra è prodotta e realizzata da Arthemisia, in collaborazione con la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che è main-partner di progetto, così come già per la mostra di Botero da poco conclusasi, anch’essa presso lo spazio di Palazzo Bonaparte a Roma.
Nel corso della sua lunga vita Edvard Munch realizzò migliaia di stampe e dipinti
essendo tanto un uomo di immagini quanto di parole, riempì fogli su fogli di annotazioni, aneddoti, lettere e persino una sceneggiatura per il teatro. L’esigenza di comunicare le proprie percezioni, il proprio “grido interiore” lo accompagnò per tutta la vita e proprio questa attitudine è stato il motore della sua pratica come artista, che ha toccato tanto temi universale – come la nascita, la morte, l’amore e il mistero della vita – quanto i disagi psichici necessariamente connessi all’esistenza umana – le instabilità dell’amore erotico, il disagio prodotto dalle malattie fisiche e mentali e il vuoto lasciato dalla morte.
L’esposizione
Questa mostra ruota attorno al “grido interiore” di Munch, al suo saper costruire, attraverso blocchi di colore uniformi e prospettive e discordanti, lo scenario per condividere le sue esperienze emotive e sensoriali: un processo creativo che sintetizza ciò che l’artista ha osservato, quello che ricorda e quanto ha caricato di emozioni.
Altre opere, invece, cercano di immortalare le forze invisibili che animano e tengono insieme l’universo. L’inizio della sua carriera coincide infatti con cambiamenti radicali nello studio della percezione: alla fine dell’Ottocento è in corso un dibattito tra scienziati, psicologi, filosofi e artisti sulla relazione tra quello che l’occhio vede direttamente e come i contenuti della mente influiscono sulla nostra vista. Il suo interesse per le forze invisibili che danno forma all’esperienza condizionerà le opere che lo rendono uno degli artisti più significativi della sua epoca. Precursore delle espressionismo e persino del futurismo del XX secolo nella sua esplorazione delle forze impercettibili, oggi continua a “parlare” alle visioni interiori e alle preoccupazioni anche di noi, uomini e donne dell’età moderna. Nelle sue creazioni Munch punta a rendere visibile l’invisibile.
«Munch è uno degli artisti più amati al Mondo ma anche uno dei più difficili da
vedere, perché la maggior parte delle opere è conservata al Munch Museum di Oslo che, per questa occasione, eccezionalmente, ha acconsentito a un prestito fuori dall’ordinario di ben 100 capolavori», ha sottolineato Iole Siena presidente di Arthemisia nel corso della conferenza stampa di presentazione della mostra tenutasi questa mattina, ponendo l’attenzione sull’importanza dell’evento suggellato dalla presenza, nel pomeriggio, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che insieme alla regina Sonia di Norvegia ufficializzeranno l’apertura della mostra.
La parentesi Italia
In sette capitoli, l’esposizione a Palazzo Bonaparte ricostruisce la carriera del maestro scandinavo, dagli esordi alle ultime opere, soffermandosi sui temi a lui più cari. A legarli tutti, indissolubilmente, è la riflessione sulla tormentata essenza dell’essere umano. “Con la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria esistenza”, scriveva l’artista.
Un focus inatteso svela il debito di Munch verso l’Italia. Il suo primo soggiorno nel Belpaese risale al 1899, insieme all’amata Tulla Larsen. “Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze”, scrisse. Ma la pittura del Rinascimento lo conquistò: “Penso alla Cappella Sistina… Trovo che sia la più bella stanza del Mondo”. Sarebbe tornato in Italia più volte, per studiare gli affreschi di Michelangelo e di Raffaello, ma anche per visitare la tomba dello zio Peter Andreas Munch, il più celebre storico norvegese, morto nell’anno della nascita di Edvard e sepolto nel cimitero acattolico di Roma. Viaggi che lasciarono il segno anche sulla tela, dagli scorci del cimitero romano al Ponte di Rialto a Venezia, tutti esposti a Palazzo Bonaparte.
Tematiche
Organizzata da Arthemisa (che compie 25 anni) in collaborazione con il Munch Museum di Oslo, con il patrocinio del ministero della Cultura, della Reale Ambasciata di Norvegia a
Roma, della Regione Lazio, del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura e curata da Patricia G. Berman, autorevole studiosa internazionale dell’artista norvegese che ha affermato che «la mostra esplora tutte le tematiche care all’artista svelando il suo complesso universo espressivo attraverso tematiche quali l’amore, la morte, l’angoscia esistenziale, la psiche umana e la sua complessità». Queste sono il perno portante di tutta la mostra «offrono un confronto con le analogie del tempo presente», ha sostenuto Tone Hansen autrice e direttrice del Munch Museum di Oslo.
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