Tante le ricadute geopolitiche ed economiche dello scontro Israele ‑ Iran
Maniaci dell’energia mondiale ed economia globale sono stati svegliati nel cuore della notte dai bombardamenti di Israele sul cuore del programma nucleare dell’Iran. L’operazione “Rising Lion” ha preso di mira siti strategici – tra cui l’impianto di arricchimento di Natanz e infrastrutture balistiche – uccidendo alti vertici militari iraniani come il generale Hossein Salami e Mohammad Bagheri, oltre a diversi scienziati nucleari.
Israele ha definito gli attacchi una misura necessaria per impedire l’acquisizione da parte di Teheran di armi nucleari, con il premier Netanyahu che ha dichiarato: «Non consentiremo un olocausto nucleare».
Non si sono fatti attendere i risvolti nervosi delle borse con petrolio: al prezzo del Brent schizzato oltre i 75 $/barile (+7% in apertura),
spinto dalla paura che il conflitto possa compromettere le esportazioni iraniane o addirittura minacciare il passaggio nello Stretto di Hormuz. Altri report parlano di picchi superiori al +10%. Azioni e materie prime: i futures su S&P 500, Dow Jones e Nasdaq hanno perso tra l’1,5% e il 1,8%, mentre l’oro è salito a nuovi massimi (circa 3.400 $/oncia). Infine, mercati emergenti: pesano le tensioni sui Paesi importatori di greggio, come l’India, dove le azioni delle OMC come IOC e BPCL hanno perso fino al 6%.
Intanto rimangono da monitorare le risposte strategiche del Mondo, con gli Usa che pur respingendo ogni coinvolgimento diretto, hanno evacuato famiglie militari e rafforzato la propria presenza diplomatica e militare in Iraq e Kuwait. L’attacco di Israele ha acceso la miccia geopolitica nel Golfo Persico, con effetti immediati sul costo dell’energia e la fiducia dei mercati finanziari. Da qui dipende la traiettoria dell’economia globale: una recessione indotta da shock dei prezzi è uno scenario da non escludere, ma un contenimento rapido potrebbe limitare i danni.
Tra le potenze in attesa c’è l’Europa, che appare particolarmente esposta. Dopo la crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina, molti Paesi europei si sono affidati a fonti alternative di approvvigionamento, tra cui proprio il petrolio e il gas liquefatto proveniente dal Medio Oriente. Una nuova interruzione delle forniture, o anche solo un’impennata dei prezzi, rischierebbe di innescare un effetto domino su inflazione, consumi interni e crescita industriale. La Germania, già in difficoltà per il rallentamento dell’export e della produzione manifatturiera, potrebbe risentirne in modo acuto, così come l’Italia, ancora fortemente dipendente dall’importazione di energia.
L’Unione europea, che fatica a parlare con una voce sola sul piano della politica estera, si
troverebbe davanti all’ennesima prova di unità: condannare l’uso unilaterale della forza, mantenere l’equilibrio diplomatico con Israele, ma anche evitare il collasso dei propri interessi energetici e strategici nel Golfo. Il rischio, per Bruxelles, è che l’instabilità internazionale sposti nuovamente il baricentro decisionale verso le potenze nazionali più forti, rendendo più difficile ogni tentativo di integrazione politica, militare ed economica.
In sintesi, l’onda d’urto dell’operazione militare israeliana potrebbe infrangersi anche sulle coste dell’Europa: non con bombe, ma con bollette più care, crescita più lenta, e un equilibrio politico ancora più fragile.
Michel Emi Maritato
Foto © Defeensfeeds, Repubblica, Energia Oltre













