L’Unione è stata criticata dalla Romania e dalle organizzazioni ambientaliste per il suo rapido e diffuso ritiro dal Green Deal europeo
Il ritorno ai combustibili sporchi solleva interrogativi sulla credibilità della transizione energetica dell’Ue, in particolare in tempi di instabilità o condizioni meteorologiche estreme. Nella prima metà del 2025, i fornitori di energia elettrica dell’Unione europea hanno nuovamente rivolto lo sguardo ai combustibili fossili, poiché le energie rinnovabili hanno registrato un calo inaspettato. Secondo un’analisi del think tank Ember, citata da Reuters, la produzione di combustibili fossili è aumentata del 13% rispetto alla prima metà del 2024, il più grande aumento annuale dal 2017.
L’uso di gas naturale è aumentato di un impressionante 19%, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre anni, mentre la produzione di carbone è aumentata del 2%, anch’essa al punto più alto dal 2023.
Inverno freddo e vento debole: le cause principali
Questo cambiamento energetico è arrivato in risposta a due gravi sfide: l’inverno più freddo degli ultimi quattro anni e il calo più drammatico della produzione di energia eolica registrato in Europa.
In particolare, la produzione eolica è diminuita del 9% su base annua, principalmente a
causa delle basse velocità del vento. Allo stesso tempo, anche la produzione idroelettrica ha registrato una notevole diminuzione, intensificando la necessità di compensazione energetica attraverso fonti più stabili (ma inquinanti). Il prezzo di questo cambiamento energetico è stato immediato: le emissioni di gas serra del settore energetico europeo sono aumentate del 9%, arrestando la tendenza al ribasso a lungo termine. Il ritorno ai combustibili sporchi solleva interrogativi sulla credibilità della transizione energetica dell’Ue, in particolare in tempi di instabilità o condizioni meteorologiche estreme.
La Germania al centro della crisi
La più grande economia europea, la Germania, è stata al centro dei problemi legati al calo della produzione eolica. La riduzione della velocità del vento dalla fine del 2024 ai primi mesi del 2025 ha causato squilibri nel mix energetico, aumento dei prezzi e maggiore dipendenza dal gas naturale e dal carbone. Sebbene nel giugno 2025 l’energia solare sia emersa per la prima volta come principale fonte di generazione di energia elettrica nell’Ue, questo record non è riuscito a compensare le perdite dei mesi precedenti.
L’esperienza europea del 2025 dimostra quanto possa essere vulnerabile il sistema quando si basa su fonti energetiche variabili come il vento e l’acqua. La necessità di investire in tecnologie di stoccaggio, reti flessibili e gestione intelligente dell’energia sta diventando imperativa. Senza di loro, anche gli obiettivi green più ambiziosi rischiano di essere spazzati via dal vento, quando non soffia.
Troppa burocrazia
Intanto il ministro dell’Energia rumeno, Sebastian Burduja, ha annunciato l’intenzione di presentare un rapporto dettagliato al Governo sull’impatto negativo della politica del Green Deal dell’Unione europea sul settore energetico della Romania. Ispirato dal presidente degli Usa Donald Trump, Burduja (NLP/PPE) ha svelato un cambiamento nella strategia energetica della Romania, passando dal Green Deal a quello che lui chiama lo “Smart Deal“.
Inoltre ha criticato le politiche ambientali dell’Ue, sostenendo che, sebbene possano avere buone intenzioni, «rischiano di rendere le nostre economie europee vittime della burocrazia e di decisioni avulse dalla realtà economica». Ha spiegato che la Romania ha il potenziale per diventare un leader regionale nella produzione di energia, ma è ostacolata da «una burocrazia soffocante e da un Green Deal che ignora la realtà sul campo».
Come hanno affermato alcuni leader del Ppe (Partito popolare europeo), è necessaria «una solida discussione» su come e se l’Ue continuerà il Green Deal nei prossimi anni, poiché l’Unione rischia di perdere la sua «ultima possibilità» di ricostruire l’economia europea «su solide basi».
Nel caso specifico della Romania, Burduja ha sostenuto che le centrali elettriche a carbone non dovrebbero essere eliminate prima che le alternative praticabili siano pienamente operative. A breve e medio termine, ha proposto le centrali elettriche a gas come ponte, con le nucleari come soluzione definitiva a lungo termine. A partire dal 2024 ha segnalato l’intenzione di chiedere alla Commissione europea una proroga della chiusura delle centrali elettriche a carbone.
Ambiente o economia?
Insomma l’Unione europea è stata pesantemente criticata dalle organizzazioni ambientaliste per il suo rapido e diffuso ritiro dal Green Deal europeo. Dalla fine del 2023, lo spostamento politico a destra e la nuova composizione della Commissione europea hanno portato a ritardi significativi e a un indebolimento delle leggi ambientali. Esempi tipici di questa tendenza sono i cosiddetti “pacchetti omnibus”, che modificano o sospendono le normative ambientali prima ancora che siano attuate. Nei primi sei mesi della nuova Commissione, le leggi sulla deforestazione sono già state ritardate, le case automobilistiche hanno ricevuto proroghe per raggiungere gli obiettivi di inquinamento e la protezione degli animali selvatici come i lupi è stata ridotta.
Allo stesso tempo, le Ong ambientaliste si trovano ad affrontare tagli ai loro finanziamenti. L’annullamento della legge contro il “greenwashing“, a seguito delle pressioni del Gruppo del popolo europeo e dei Partiti destra, è stato un punto di svolta al cambiamento del Green Deal. Sebbene la Commissione insista sul fatto che si tratta di “semplificazione” piuttosto che di deregolamentazione, molti vedono uno spostamento più profondo verso il servizio degli interessi economici.
Il primo pacchetto di semplificazione comprendeva il rinvio dei requisiti di sostenibilità delle imprese, la riduzione del numero di imprese obbligate dell’80% e l’eliminazione delle clausole che avrebbero reso più facile la responsabilità delle imprese. Tutto questo, dicono i critici, è un duro colpo per la trasparenza e la protezione dell’ambiente. Nonostante i progressi nella transizione verso l’energia pulita, il sostegno politico si sta indebolendo. Gli organismi ambientalisti avvertono che l’Ue rischia di perdere il suo vantaggio comparativo mentre fa marcia indietro sui suoi impegni per un 21° secolo sostenibile e competitivo.
Apparentemente è una soluzione
La “rivoluzione verde” che prometteva energia economica, pulita e indipendente per milioni
di britannici sta crollando sotto il peso della realtà stessa. Orsted, il gigante dell’eolico offshore, ha annunciato la chiusura del progetto Hornsea 4 – uno dei più grandi e importanti progetti della transizione energetica – citando l’aumento vertiginoso dei costi, dei tassi di interesse e dei rischi di costruzione. Nonostante i sussidi governativi, i privilegi normativi e le nobili promesse di “crescita pulita”, il progetto è stato ritenuto insostenibile. L’incidente rafforza la sensazione sempre crescente che il progetto verde, lungi dall’essere una soluzione, si stia trasformando in un costoso e fragile fiasco a spese dei contribuenti. Un fiasco di vento inaspettato.
George Labrinopoulos
Foto © Il Cambiamento, Anter, Research and Innovation, RenewableUK













