Sentenza condanna la rubrica “Mamme coraggio”

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Mamme coraggio

Il Tribunale di Roma tenta di fermare l’agenzia Dire e le inchieste sui prelevamenti forzosi dei bambini alle donne vittime di violenza

Una sentenza emessa dal Tribunale Civile di Roma – giudice dr.ssa Maria Carmela Magarò – condanna la giornalista Silvia Mari De Santis, il suo editore e il suo direttore responsabile al pagamento della somma di euro 14.000,00 a titolo di risarcimento del danno subìto da un soggetto che ritenuto leso il suo onore e la sua reputazione personale per effetto delle pubblicazioni effettuate dall’agenzia di stampa a firma della giornalista nell’ambito della rubrica “Mamme coraggio”.

Premesso che tutti gli articoli della rubrica interessata sono pubblicati sul sito dell’agenzia di stampa e quindi facilmente consultabili in qualsiasi momento da chiunque; che non è mia intenzione cadere nel tranello di trattare nel merito la vicenda oggetto degli stessi poiché: né conosco gli attori principali, né ho alcun interesse in essa; voglio invece semplicemente esporre alcune considerazioni sulla circostanza.

Una battaglia lunga più di 9 anni

La rubrica “Mamme coraggio” di Silvia Mari De Santis ha avuto inizio proprio dalla storia mia e di mia figlia, dopo qualche anno dall’aver faticosamente e definitivamente liberato mia figlia dal servizio sociale che voleva collocarla forzosamente in una casa-famiglia avviando con il tempo il percorso di affidamento a soggetti estranei, seguito probabilmente – come troppo spesso accade – dalla successiva adozione. Non era mai stata mia intenzione di rendere pubblico il nostro dolore, ma la prof.ssa Anna Costanza Baldry del Centro Astra di Differenza Donna mi spiegò l’importanza di divulgare la mia storia perché, nonostante i lunghissimi anni di lotta giudiziaria (oltre nove), avrebbe trasmesso ad altre donne nella medesima situazione un messaggio positivo pieno di ottimismo, rafforzando la loro speranza di poter uscire dalla violenza. Ero molto timorosa e ancora frastornata da tutte le vicende, ma quando conobbi Silvia Mari De Santis compresi meglio le parole di Anna Costanza.

Silvia mi trasmise fiducia perché constatavo in ogni sua parola e in ogni suo comportamento una grande sensibilità e professionalità nel trattare non soltanto il mio dolore, ma soprattutto quello di mia figlia cresciuta costantemente nel timore di essere allontanata forzosamente da me. Notai altresì una grande competenza ed obiettività nel raccontare la mia storia, probabilmente più consapevole perfino di me dell’importanza di far comprendere a tutti, il pericolo che corrono i nostri figli quando noi donne denunciamo.

L’arma più terribile

Insomma, Silvia si è fatta coraggiosamente carico di raccontare obiettivamente il terrore e il pericolo vissuto dai bambini e dalle loro madri vittime di violenza, in seguito alla minaccia Mamme coraggiorappresentata da uno Stato che sottrae forzosamente un figlio alla donna che denuncia, e il tutto senza una concreta motivazione, senza la sussistenza di un concreto pregiudizio per il bambino, perdendosi ogni diritto su di lui come fosse un oggetto. Spesso la donna vittima di violenza non sa più dove si trova suo figlio, se sta bene, se sta male, se ha paura, se mangia, se dorme, se viene curato. L’unica cosa certa che sa è che non è più circondato dall’amore della sua famiglia. Questa è sicuramente l’arma più terribile che si possa usare contro una donna che è madre. Non occorrono lauree e master particolari in psicologia o altre competenze per comprenderlo.

Per meglio spiegare la rilevanza di un’inchiesta così coraggiosa, voglio precisare – ad esempio – che io stessa riuscii a salvare mia figlia soltanto in seguito alla visione della puntata della trasmissione “Presa diretta” del giornalista Riccardo Iacona – che ringrazio ancora di cuore – andata in onda su Rai Tre il 25 gennaio 2015. Le inchieste come le sue ma soprattutto la rubrica-inchiesta “Mamme coraggio” sbattono crudelmente in faccia una realtà che molti cercano di oscurare con tutti i mezzi, ovvero i continui e sistematici abusi perpetrati da alcuni soggetti appartenenti alle Istituzioni deputate a proteggerci, con particolare riferimento alle donne vittime di violenza e dei loro figli.

Una doppia, deleteria, alleanza

Nei casi di violenza si realizza di fatto una doppia alleanza: alcuni soggetti raggiungono l’obiettivo di alimentare il volume d’affari delle case famiglia mediante il prelevamento forzoso bambini; mentre gli uomini violenti sfruttano l’alleanza offerta implicitamente dalle Istituzioni per continuare a teneresotto scaccola donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi, di denunciarli, continuando ad esercitare senza soluzione di continuità la loro azione persecutoria nei confronti della ex moglie/compagna, e non importa se poi il figlio perderà comunque tutte e due i genitori diventando oggetto di monetizzazione.  Soltanto un cieco potrebbe negare l’evidenza di tutto questo!

Quella curata da Silvia è insomma una rubrica coraggiosa nella quale vengono ricostruiti obiettivamente e scrupolosamente i fatti oggettivi e nient’altro, volta a raccontare i fatti attentamente documentati dagli atti giudiziari acquisiti e attentamente studiati prima di accettare di trattare ogni singolo caso. Un lavoro così valente da essere utile – nei molti dei casi da lei trattati – perfino alle indagini esperite dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio.

Quel che invece ho notato negli anni soprattutto nei social – a mio avviso – è che la società non si preoccupa più della sicurezza dei bambini, del loro presente e del loro futuro, trasformando queste vicende in faide tra genitori del tipo mamme contro i papà e/o viceversa, perdendo completamente la bussola che dovrebbe orientare il cammino dei figli verso prospettive evolutive presenti e future di serenità e prosperità soprattutto emotiva. Sembra sempre più necessario ricordare che il diritto tutelato dal nostro ordinamento è quello del minore nel crescere in una famiglia sana con entrambi i genitori, laddove non violenti; e non dell’adulto genitore che deve invece mostrare un autentico senso di protezione nei confronti del figlio da qualsiasi tipo di pericolo.

Medesima situazione, risultato diverso

Tornando invece all’odierna sentenza – alla luce dei miei trentatré anni di professione in ambito giudiziario al fianco di magistrati e conoscendo gli atti processuali – sono rimasta sorpresa come lo stesso giudice, a distanza di quasi tre mesi, possa emettere due sentenze – citate testualmente nelle motivazioni – completamente opposte in situazioni giuridiche uguali.

Difatti nella prima non è stato ritenuto provato il danno all’onore e alla reputazione come testualmente di seguito riportato: “Infine, la domanda deve essere respinta in mancanza di alcuna specifica allegazione e prova in ordine al danno sofferto. In tema di responsabilità civile per diffamazione il pregiudizio all’onore ed alla reputazione, di cui si invoca il risarcimento, non è in re ipsa, identificandosi nel danno risarcibile non con la lesione dell’interesse tutelato dall’ordinamento ma con le conseguenze di tale lesione, sicché la sussistenza di siffatto danno non patrimoniale deve essere oggetto di allegazione e prova, anche attraverso presunzioni, assumendo a tal fine rilevanza, quali parametri, la diffusione dello scritto, la rilevanza dell’offesa e la posizione sociale della vittima”.

Nella seconda oggi trattata, il danno è riconosciuto nonostante non sia stato provato come testualmente riportato: “Invero, non sono state allegate circostanze particolari da cui emergano gli effetti degli articoli e delle notizie de quo. Omissis …accerta la lesione dell’onore e della reputazione personale dell’attore per effetto delle pubblicazioni effettuate dai convenuti e li condanna al pagamento a favore dell’attore, a titolo di risarcimento del danno subito, la somma di 28.000,00 di cui 14.000,00 imputabili in solido fra tutti i convenuti ed …”.

Tutela o strumentalizzazione?

Altro elemento non trascurabile è il fatto che a dicembre 2023 l’agenzia di stampa Dire ha richiesto e ottenuto dal tribunale di Bari le misure protettive previste dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, e pertanto la parte attrice beneficiaria del risarcimento richiesto avrebbe potuto effettuare le solite verifiche patrimoniali preventive consultando semplicemente il Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio, un controllo di routine per chi vuole intraprendere un’azione legale. A questo punto viene spontaneo chiedersi, che fine farebbe il risarcimento richiesto se dette misure dovessero rivelarsi insufficienti? In quel caso la legge non attribuirebbe alcun privilegio che possa garantire la soddisfazione del credito prima degli altri creditori. E allora, non sembra legittimo domandarsi a cosa sarebbe valso tutto questo?!

Appare quindi lecito e comprensibile domandarsi altresì se questa azione è promossa per l’effettiva tutela di un interesse, oppure potrebbe rivelarsi invece soltanto un tentativo di strumentalizzare una dolorosa vicenda con la finalità di far cessare ogni tipo di inchiesta volta a far emergere la verità sull’effettiva situazione degli affidamenti e delle adozioni nel nostro Paese?!

Lealtà e professionalità

Voglio informare chiunque ipotizzi un accanimento strumentale nei confronti della figura paterna, di aver scoperto che io e la giornalista Silvia Mari De Santis condividiamo lo stesso doloroso destino ovvero ambedue abbiamo perso prematuramente nostra madre a causa dello stesso male – mia madre aveva trentatré anni e la sua trentasei – e per tale ragione cresciute da nostro padre. Probabilmente nessuno più di noi due riconosce la rilevanza e il valore del ruolo paterno, avendo avuto nel corso della nostra esistenza il privilegio di conoscere un grande esempio di figura paterna presente, accudente e tutelante.

Concludo auspicando che l’agenzia di stampa nazionale Dire si assuma tutto il peso economico derivante dalla sentenza di condanna, in segno di rispetto dell’importante e coraggioso lavoro svolto da una professionista capace, professionale e soprattutto – caratteristica ancor più preziosa e rara – leale verso l’azienda nonostante il periodo di crisi. Invito quindi tutti a sostenere Silvia con ogni mezzo anche mediante la condivisione sui social, e, chi può, anche contribuendo con un gesto concreto scrivendo a silviamaridesantis@gmail.com.

 

Cristiana Rossi

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