Il punto di vista di Ben Saul e Chris Sidoti sul valore giuridico e politico del riconoscimento della Palestina
Il professor Ben Saul e Chris Sidoti sono stati ospiti al National Press Club di Canberra, in Australia. Entrambi hanno affermato che il riconoscimento della Palestina da parte del Governo australiano è importante e necessario, ma non basta da solo. Questo perché, pur essendo un atto politico e legale forte, non risolve da solo i problemi sul terreno: non ferma la guerra, non fa finire l’occupazione, non smantella gli insediamenti illegali e non garantisce automaticamente la nascita di uno Stato funzionante. Servono anche negoziati veri, il rispetto del diritto internazionale e il sostegno della comunità internazionale per trasformare il riconoscimento in una realtà concreta.
Chi sono Ben Saul e Chris Sidoti
Ben Saul è professore di Diritto internazionale all’Università di Sydney, dove ricopre la prestigiosa cattedra Challis. È relatore speciale delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nella lotta al terrorismo e membro del Senato accademico. Ha scritto 20 libri e centinaia di articoli, premiati anche dalla società americana di diritto internazionale. Ha insegnato a Oxford, Harvard e in molte altre università, ha lavorato in tribunali internazionali, collaborato con Governi, eserciti, agenzie di sicurezza, Ong e Onu, partecipando a missioni in oltre 45 Paesi. È membro dell’Accademia australiana di scienze sociali e di diritto, ed è stato Associate Fellow a Chatham House. Ha un dottorato a Oxford
e appare spesso sui media internazionali, scrivendo anche per il New York Times.
Chris Sidoti è avvocato e difensore dei diritti umani. Dal 2021 è Commissario della Commissione Onu d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati e su Israele. Fa parte anche del Consiglio consultivo speciale per il Myanmar ed è stato in passato commissario per i diritti umani in Australia (1995–2000) e commissario per la riforma delle leggi (1992–1995). Ha guidato il forum sui diritti in Irlanda del Nord (2007–2008) e ha collaborato con molte Ong internazionali. Oggi lavora da Sydney.
I criteri della Convenzione di Montevideo
Al National Press Club, Saul e Sidoti hanno spiegato la nascita dello Stato di Israele, i conflitti con palestinesi e Paesi arabi, e il riconoscimento unilaterale della Palestina da parte dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel 1988. Hanno ricordato che il diritto internazionale non vieta le dichiarazioni unilaterali di indipendenza: è successo anche con il Kosovo nel 2008.
Secondo la Convenzione di Montevideo, uno Stato deve avere un territorio, una popolazione stabile, un Governo e la capacità di avere relazioni estere. Alcuni politici australiani come John Howard e Alexander Downer dicono che la Palestina non rispetta questi criteri, ma i due esperti hanno sottolineato che il consenso internazionale va in un’altra direzione.
Oggi la Palestina è riconosciuta nei confini pre-1967 (Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza). Ha una popolazione nazionale, può avere rapporti esteri, è Stato osservatore Onu e ha relazioni diplomatiche con la maggior parte dei Paesi del Mondo. Restano dubbi sull’efficacia del Governo, che controlla solo parte della Cisgiordania e non Gaza, mentre Israele mantiene un’occupazione militare da quasi 60 anni. Ma, hanno spiegato, il diritto internazionale non applica sempre i criteri in modo rigido: deve adattarsi alla realtà.
Il diritto all’autodeterminazione e il riconoscimento internazionale
Per Saul e Sidoti contano due fattori principali:
- il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, cioè scegliere il proprio futuro, anche diventare Stato.
- Il riconoscimento internazionale, che di solito non crea uno Stato ma conferma che i criteri sono soddisfatti. Nel caso della Palestina, il riconoscimento da parte di tre quarti dei Paesi del Mondo è una prova forte che deve essere trattata come Stato anche sotto occupazione.
Hanno criticato la dipendenza dagli Accordi di Oslo, che non possono ridurre gli obblighi
di Israele né limitare il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Hanno anche respinto l’idea che riconoscere la Palestina significhi “premiare il terrorismo”: al contrario, è il mancato riconoscimento che premia l’occupazione e alimenta le cause del conflitto. Secondo i due esperti, lo status di Stato darebbe alla Palestina diritti e doveri chiari: governare, commerciare, avere relazioni diplomatiche, difendere il territorio, ma anche rispettare il diritto internazionale e i diritti umani.
Infine hanno criticato il piano di pace proposto da Donald Trump, giudicato poco rappresentativo, privo di legittimità e troppo favorevole a Israele. Hanno messo in dubbio anche il “Board of Peace” che dovrebbe supervisionarlo, non riconosciuto dall’Onu e controllato dagli Stati Uniti, che non sono un mediatore imparziale. I due ospiti hanno criticato in particolare la presenza di Tony Blair, vista la sua responsabilità come primo ministro britannico nell’occupazione dell’Iraq nel 2003, che ne indebolisce la credibilità.
Al contrario, hanno indicato la “Dichiarazione di New York” approvata dall’Onu come un percorso più vicino al diritto internazionale, basato su autodeterminazione, Governi rappresentativi e missioni Onu di stabilizzazione.
Il riconoscimento reciproco come unica via alla pace
Alla fine, quanto sostenuto da Ben Saul e Chris Sidoti corrisponde a quanto ha scritto Gabriele Segre su La Stampa: ogni compromesso ha un prezzo, significa riconoscere che anche l’altro popolo continuerà ad esistere. Israele e Palestina devono riconoscersi a vicenda, perché i Governi passano, ma i popoli restano. È un passaggio difficile e doloroso, ma necessario per costruire una pace vera e duratura.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © Focus, Facebook, Rete Pace Disarmo













