L’algoritmo, uno sconosciuto che ci conosce molto bene

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Algoritmo

La nostra visione del Mondo attraverso i consigli di una funzione addestrata dai nostri dati personali

Esiste uno “sconosciuto” che non capiamo, e a volte nemmeno percepiamo, ma che al contrario ci guarda, ci osserva e sembra anche che ci capisca. Di lui conosciamo il nome ma non sappiamo chi è e cosa pensa veramente, l’algoritmo. Termine ormai entrato nel linguaggio quotidiano, riguarda una procedura composta da una sequenza finita di istruzioni, passaggi chiari (non ambigui) e ripetibili in un ordine definito di sequenze pensato per risolvere un problema o svolgere un compito ben definito. A ben vedere, anche alcune nostre operazioni e attività quotidiane lo sono, come ad esempio cucinare la ricetta di un piatto della tradizione, programmare la lavastoviglie, allacciarsi le scarpe, muoversi con i mezzi pubblici e persino la routine skincare, oggi tanto in voga, può esserne un esempio.

Il debutto dell’algoritmo

Già nell’antichità, si utilizzavano metodi precisi per eseguire calcoli, un esempio tra i più noti è l’Algoritmo di Euclide, (algoritmo come vocabolo ante litteram) come oggi noi lo chiamiamo, che compare nel libro VII del suo celebre lavoro “Elementi” risalente circa al 300 a.C. in cui descrive un procedimento matematico per trovare il massimo comune divisore (MCD) tra due numeri interi. Con il passare dei secoli, gli algoritmi restarono principalmente come elementi matematici o aritmetici utilizzati per calcoli manuali, su strumenti come l’abaco.

Il primo algoritmo informatico (creato per generare i Numeri di Bernulli) fu ideato nella prima metà del 1800, dalla matematica britannica Augusta Ada Byroncontessa di Lovelace, meglio nota come Ada Lovelace, gettando le basi della moderna informatica.

Con l’era moderna e con lo sviluppo dell’informatica e dei calcolatori elettronici gli algoritmi divennero sempre più importanti se non addirittura fondamentali. Ogni programma per computer, infatti, è in fondo essenzialmente l’implementazione di uno o più di questi algoritmi. Grazie a essi può eseguire calcoli, ordinare dati, cercare informazioni e produrre risultati.

Dal XX sec a oggi, la ricerca sugli algoritmi è divenuta sempre più sofisticata. Oggi gli algoritmi sono ovunque, utilizzati non più solo per fare solo calcoli, ma per ottimizzare procedure, gestire grandi quantità di dati, elaborare processi automatizzati, risolvere problemi complessi con efficienza, stabilità e flessibilità, dagli algoritmi di ordinamento a quelli per le ricerche su Internet, per lo sviluppo di intelligenza artificiale, fino a quelli usati in ricerca, analisi e simulazioni. 

È ormai l’algoritmo che sceglie per noi

Ma come spesso capita c’è un però: di fronte all’accelerazione delle innovazioni tecnologiche, la nostra società si sta orientando verso un Mondo in cui l’ottimizzazione tecnica tende a sostituire l’umano pure nella sua autonomia decisionale. Questo sconvolgimento quindi non riguarda solo l’economia o il lavoro, ma ridefinisce anche il nostro rapporto con la responsabilità, la libertà, la fiducia. C’è chi lo ha definito uno “tsunami silenzioso”, e in effetti i rischi di una tecnologia pensata non per servire l’umano ma per catturare, manipolare e rivendere la sua attenzione sono alti.

Un esempio sotto gli occhi di tutti, o almeno di molti, riguarda l’universo dei social media dove è in atto una trasformazione profonda; ciò che ci viene proposto, dai post ai video, dalle storie e alle notizie non è più determinato dal semplice ordine cronologico, ma da meccanismi invisibili e sofisticati: gli algoritmi di nuova generazione.

Non sono più solo “matematica” ma anche un mix di psicologia e scienze comportamentali riscritte in digitale. Non solo strumenti neutrali di selezione di contenuti ma per la loro struttura, feed personalizzati, notifiche, scorrimento infinito (infinite scroll), i ranking, i live, ricompensa intermittente e angoscia di perdere qualcosa, possono essere attivatori di dinamiche inconsce di dipendenza, specialmente negli adolescenti. Infatti oggi interfacce intuitive stimolano comportamenti mirati tramite leve psicologiche.

Questi sistemi digitali oggi, dal dietro le quinte delle piattaforme che frequentiamo quotidianamente, analizzano i nostri comportamenti e le nostre scelte: cosa clicchiamo, per quanto tempo restiamo su un contenuto, con chi interagiamo. L’obiettivo è di personalizzare sempre più e meglio il nostro feed, offrendo contenuti che “sanno di noi” e che ci conoscono così bene da saper attrarre la nostra attenzione e dunque, molto spesso, (in)trattenerci più a lungo di quanto avremmo pensato, previsto o voluto.

C’è un’industria che ha imparato a manipolare la nostra attenzione

In teoria, questo dovrebbe tradursi in una fruizione più rilevante e piacevole, in fondo lo scopo delle aziende che “catturano” i dati degli individui è quello di servirli meglio, ma sappiamo che tra questo “servizio” e la sorveglianza dell’uomo da parte della macchina, il passo può essere breve.

Inoltre nella pratica questo “sistema” può sovente finire per costruire una realtà filtrata con effetti sul modo in cui costruiamo la nostra visione del mondo o il nostro spazio identitario. E si sa che una parte importante della nostra immagine passa anche per come crediamo che gli altri ci vedano. Le piattaforme che usiamo cercano di prevedere e influenzare certi nostri comportamenti attraverso i nostri dati come ad esempio i like o un’esitazione in più su di un video, e diventano allora non più semplici canali di comunicazione, ma forme che modellano oltre ai contenuti anche, inconsciamente, le nostre percezioni, le nostre opinioni, le nostre priorità.

Colpire interesse e curiosità per monetizzare

Vediamo soprattutto ciò che ci incuriosisce, conforta o diverte, la capacità critica ne risente e passiamo oltre tutto ciò che è diverso, arrivando a limitare anche la nostra capacità creativa in mancanza di stimoli sufficientemente variegati. È un po’ come fare lezione con un professore che sa solo darci ragione. Captare attenzione e consensi per monetizzare meglio, e infatti più scorri più le aziende digitali incassano.

Ma c’è anche chi usa uno schema comportamentale etico incoraggiando gli utenti a sviluppare routine sane per obiettivi positivi e proficui come ad esempio dormire meglio, muoversi di più.

Come in tutte le cose bisogna stare attenti a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. E parafrasando una frase inglese, un coltello non ha colpe, dipende da come si usa.

 

Adamo De Palma

Foto © Titonet, Wikipedia, Facebook, it.trandingview.com

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