Iran, proteste e repressione: il regime è davvero a rischio?

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Tra repressione, apparato di sicurezza e minacce esterne, l’Iran vive un equilibrio fragile che solleva interrogativi sul futuro politico del Paese

L’Iran è nuovamente attraversato da un’ondata di proteste che riporta al centro del dibattito internazionale l’ipotesi di un possibile rovesciamento del regime e, parallelamente, gli scenari di un intervento militare statunitense. Una dinamica che si ripete ciclicamente da anni, ma che finora non ha mai prodotto un reale cambio di potere a Teheran.

Il ruolo decisivo delle forze di sicurezza

Secondo numerosi analisti, perché il sistema della Repubblica islamica sia davvero messo in discussione sarebbe necessaria una frattura profonda all’interno delle stesse forze di sicurezza. Una rivolta o una defezione su larga scala da parte di esercito, polizia o Guardie della Rivoluzione rappresenterebbe il vero punto di svolta. Al momento, tuttavia, questo scenario non si è verificato: l’apparato statale continua a mostrare compattezza e le proteste, pur diffuse e persistenti, non sono riuscite a trasformarsi in una sfida strutturale al potere centrale.

Il regime iraniano può infatti contare su un sistema di sicurezza particolarmente ramificato ed efficace. Oltre alle forze armate regolari e ai Pasdaran, un ruolo chiave è svolto dalle milizie paramilitari Basij, presenti capillarmente sul territorio e spesso impiegate nel controllo dell’ordine pubblico. A ciò si aggiunge una fitta rete di informatori, che consente alle autorità di monitorare e prevenire l’organizzazione delle manifestazioni, intervenendo rapidamente per soffocare eventuali focolai di dissenso.

In questo contesto, le ipotesi di un intervento militare statunitense vengono considerate da molti osservatori come un fattore potenzialmente destabilizzante, ma non necessariamente favorevole ai manifestanti. Un’azione esterna potrebbe infatti offrire al regime l’occasione per ricompattare il fronte interno, presentando le proteste come il risultato di un complotto straniero e bollando i dimostranti come «terroristi» o agenti al servizio di potenze ostili. Una narrativa già utilizzata in passato e che ha spesso trovato una certa presa in una parte della popolazione.

Il costo umano della repressione

Sul piano umano, il bilancio delle repressioni resta uno degli aspetti più drammatici della crisi. Le stime sul numero delle vittime variano sensibilmente: secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, i morti sarebbero almeno alcune centinaia, mentre altre fonti parlano di migliaia di persone uccise nel corso delle manifestazioni e delle operazioni di sicurezza. A queste cifre si aggiungono migliaia di arresti, processi sommari e condanne severe, che contribuiscono a mantenere un clima di paura e a limitare la capacità di mobilitazione del movimento di protesta.

Nel complesso, l’Iran appare dunque intrappolato in un equilibrio instabile: da un lato una società attraversata da un profondo malcontento, dall’altro un apparato di potere che, almeno per ora, si dimostra in grado di resistere alle pressioni interne ed esterne. Un equilibrio che rende incerto qualsiasi scenario di cambiamento rapido e alimenta il timore che nuove proteste possano tradursi, ancora una volta, in un alto prezzo umano senza produrre reali trasformazioni politiche.

La questione se e come il regime teocratico di Teheran possa essere rovesciato sta tornando dinamicamente in primo piano. Allo stesso tempo scenari di intervento militare da parte degli Stati Uniti, se Donald Trump decidesse di passare all’offensiva

La lettura storica della BBC

Secondo la BBC, la storia degli ultimi 17 anni mostra che l’Iran ha affrontato ripetutamente crisi simili, ma non si è mai avvicinato al momento del crollo del regime.

Ogni volta che scoppiano mobilitazioni di massa, tornano le stesse domande critiche: cosa servirebbe per rovesciare la Repubblica Islamica e come si potrebbe determinare che si sia raggiunto un punto di svolta decisivo.

Perché il regime sia in pericolo reale e immediato, sarebbe necessario un massiccio e sostanziale spostamento delle forze di sicurezza, con ampie parti dell’apparato repressivo che abbandoneranno la leadership e si schiereranno con i manifestanti. Finora, questo non è mai successo. Questo, per estensione, significa che è troppo presto per trarre conclusioni sicure sul fatto che il tessuto dell’apparato del regime sia stato eroso da un’ondata di rabbia.

La Repubblica Islamica possiede uno dei meccanismi di sicurezza più radicati ed efficaci a livello internazionale. Il sistema include reti di whistleblower, monitoraggio esteso delle comunicazioni, controllo dei contenuti online e un numeroso meccanismo paramilitare Basij, con la missione di salvaguardare il regime e i suoi valori teocratici. Questo meccanismo si è dimostrato capace di reprimere tutte le precedenti ondate di protesta, utilizzando violenza estrema, arresti di massa e, secondo organizzazioni internazionali, torture di prigionieri, che spesso sono rilasciati in cattive condizioni psicologiche e fisiche, fungendo da deterrente per gli altri.

Questa strategia è descritta come una politica di «deterrenza attraverso la paura» e finora ha dato i suoi frutti per il regime, nonostante i costi sociali e il clamore internazionale. In questo contesto, gli scenari di intervento militare esterno aggiungono un altro fattore imprevedibile.

Le opzioni militari e i rischi di escalation

Allo stesso tempo, Donald Trump ha a disposizione una serie di opzioni militari per un possibile intervento statunitense in Iran, con Teheran che ha già dichiarato che risponderà in caso di attacco. Il precedente esiste: nel giugno dello scorso anno, Israele e Iran si sono impegnati in una breve ma intensa guerra di 12 giorni, con l’aeronautica statunitense che alla fine è intervenuta colpendo le fondamentali strutture nucleari iraniane in tre località.

Se verranno approvati nuovi attacchi statunitensi, si stima che prenderanno di mira il nucleo dell’apparato di sicurezza del Paese: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), le forze Basij e, in uno scenario estremo, persino la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei stesso. Tuttavia, gli analisti avvertono che tale strategia comporta seri rischi di invertire il risultato.

Il regime ha già descritto i manifestanti come «terroristi che cercano di compiacere Donald Trump.» Un attacco aereo statunitense con vittime civili potrebbe, in determinate condizioni, rafforzare questa narrazione e unire parte della società attorno alla leadership, invece di indebolirla.

La capacità di risposta di Teheran

Nonostante le perdite di energia degli ultimi mesi, l’Iran conserva ancora mezzi di risposta. Dispone di missili balistici, mantiene forze alleate, come gli Houthi in Yemen, e potrebbe tentare di colpire il traffico marittimo internazionale, persino minando lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più critici per il mercato energetico globale.

Allo stesso tempo, tuttavia, la posizione di Teheran è visibilmente più debole rispetto a un anno e mezzo fa. L’Iran ha perso il suo alleato chiave in Siria e ha visto Israele penetrare le sue difese aeree e colpire obiettivi ovunque ritenga necessario in Medio Oriente.

Se la pressione combinata dell’insurrezione interna e della minaccia militare esterna possa portare a un reale rovesciamento del regime rimane una questione aperta.

George Labrinopoulos

Foto © Mosaico-cem.it, Vatican News, Amnesty International Schweiz

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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