Liste d’attesa infinite, spesa privata alle stelle e personale allo stremo: così il Servizio sanitario nazionale rischia di diventare un lusso per chi può pagare
La sanità pubblica italiana è “senza ossigeno” e non per colpa soltanto dei conti. Tra razionamento implicito delle tutele, crescita della spesa privata e personale sempre più demotivato, il Servizio sanitario nazionale (Ssn) entra nel 2026 come un sistema formalmente universale, ma sempre meno in grado di garantire quei diritti che la Costituzione gli affida.
Nuovi numeri, vecchie fragilità
Il 21° Rapporto Crea Sanità fotografa un Ssn che, per rimanere in piedi, negli ultimi anni ha fatto ricorso a “forme di razionamento implicito“, cioè a tagli silenziosi su prestazioni, tempi e accesso che scaricano sui cittadini il peso delle inefficienze. La spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 185 miliardi nel 2024, ma la quota a carico delle famiglie continua a crescere, mentre aumentano anche le polizze sanitarie volontarie.
Secondo gli economisti, la sostenibilità del sistema è stata garantita comprimendo progressivamente le tutele, con un effetto particolarmente pesante sui ceti più fragili e meno istruiti, già penalizzati dal punto di vista dell’accesso ai servizi. Il Rapporto chiede un “cambio di paradigma” che trasformi il Ssn in un vero “sistema salute”, capace di integrare sanitario e sociale sotto un’unica governance e di allocare le risorse in modo più trasparente.
Corte dei Conti: più spesa, ma cure per pochi
Anche la relazione annuale della Corte dei Conti lancia un allarme che va oltre i numeri. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica è aumentata di circa il 5%, ma l’accesso alle cure “resta un privilegio” per una parte della popolazione, soprattutto quando si parla di assistenza ambulatoriale e liste d’attesa.
Il segretario nazionale Ugl salute, Gianluca Giuliano, parla di una sanità «a due velocità»: chi può permetterselo ricorre al privato o alle assicurazioni per aggirare i tempi del pubblico, chi non ha risorse resta intrappolato nelle inefficienze del sistema. «Quando la capacità di curarsi dipende dal reddito, significa che stiamo tradendo i principi su cui è nato il nostro sistema sanitario» afferma, richiamando la necessità di un intervento strutturale su programmazione, medicina territoriale e personale.
Gimbe: “sanità pubblica senza ossigeno” e personale allo stremo
Nel cuore del dibattito si colloca la nuova audizione del presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, in Parlamento sulla riforma delle professioni sanitarie. «La sanità pubblica è senza ossigeno: dal 2012 al personale sono stati sottratti 33 miliardi di euro» denuncia, sottolineando come la delega sulla riforma rischi di restare «lettera morta» in assenza di risorse aggiuntive.
Il paradosso, spiega, è che l’Italia ha 5,4 medici per mille abitanti, seconda nell’Ocse, ma oltre 92 mila professionisti non lavorano nel Ssn né come dipendenti né come convenzionati. Le carenze, infatti, non sono quantitative ma selettive: mancano medici di famiglia (oltre 5.500 in meno all’inizio del 2024) e specialisti nelle aree meno attrattive, dall’emergenza–urgenza alle cure palliative.
Ancora più critica è la situazione degli infermieri: l’Italia è sotto la media europea, con 6,9
infermieri per mille abitanti contro i 9,5 dell’Ocse, e una professione sempre meno attrattiva, tanto che nell’anno accademico 2025-2026 le domande ai corsi di laurea sono state inferiori ai posti disponibili. «Di fronte a una crisi senza precedenti del personale sanitario, la legge delega elenca principi generici ma offre pochissime leve concrete» osserva Cartabellotta, ricordando come il blocco del turnover e i tagli lineari abbiano eroso negli anni il capitale umano del Ssn.
La riforma delle professioni: ultima chiamata o occasione mancata?
Nel mirino di Gimbe e degli esperti c’è proprio la riforma delle professioni sanitarie, indicata da molti come «ultima chiamata» per fermare la fuga dal Ssn, ma giudicata debole sul piano finanziario. Senza risorse dedicate alla valorizzazione delle carriere, agli incentivi per le aree disagiate e alla sicurezza sul lavoro, il rischio è che il pubblico continui a perdere attrattività a favore del privato e dell’estero.
«La norma è sovrabbondante nella forma, ma povera nella sostanza: molte misure sono difficilmente attuabili e, soprattutto, non è previsto alcun investimento aggiuntivo» avverte Cartabellotta, puntando il dito contro una riforma che non affronta il tema centrale della remunerazione e delle condizioni di lavoro.
Famiglie sotto pressione
Dietro la pressione sulla sanità pubblica c’è un tema di equità che il Rapporto Crea sanità e la stessa Corte dei Conti non eludono. Le famiglie italiane spendono sempre di più per visite, esami e terapie, spesso per non rinunciare alla tempestività delle cure, mentre si consolidano assicurazioni integrative e fondi sanitari che di fatto istituzionalizzano la sanità a due binari.
Il Crea parla esplicitamente di razionamento implicito delle tutele come meccanismo di sopravvivenza del sistema, che però colpisce proprio chi avrebbe più bisogno di protezione pubblica. Da qui l’appello a ripensare il modello: «per garantire il mantenimento del Ssn è necessario un cambio di paradigma per le politiche sanitarie, da servizio sanitario a sistema salute», insistono i ricercatori, richiamando i principi di universalismo, equità e umanizzazione dell’assistenza.
Il nodo politico
Sul piano politico, le analisi convergono su un punto: la spesa cresce, ma in modo disordinato. Le proiezioni indicano che la spesa sanitaria salirà nei prossimi anni in valore assoluto, ma resterà inchiodata a una quota del Pil intorno al 6,2–6,3%, sotto la media europea, mentre aumentano le esigenze legate a invecchiamento, cronicità e nuove tecnologie.
La vera domanda, allora, non è solo “quanti soldi“, ma “come” vengono spesi: quanto va al personale, quanto alla medicina territoriale, quanto alla digitalizzazione, quanto alla sanità integrata con il sociale. È su questo terreno che si misurerà la capacità del Governo di trasformare la stagione dei rapporti tecnici e delle relazioni istituzionali in scelte politiche capaci di invertire la rotta.
Perché se la sanità pubblica resta «senza ossigeno», a rischiare non è solo un settore di spesa, ma l’idea stessa di cittadinanza che il Ssn incarna da oltre quarant’anni
Ammir Stefan El-Mehrat
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