Telefonata tra i presidenti di Turchia e Stati Uniti su crisi in Siria e guerra a Gaza, tra cessate il fuoco, alleanze e nuovi scenari diplomatici
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha discusso degli ultimi sviluppi in Siria e della situazione a Gaza con l’omologo statunitense Donald Trump nel corso di una conversazione telefonica. Il colloquio si è svolto mentre il Governo siriano, sostenuto da Ankara, annunciava un cessate il fuoco con le forze curde alleate di Washington, dopo giorni di scontri nel nord-est del Paese.
Secondo quanto riferito dalla presidenza turca, Erdoğan ha sottolineato a Trump che la Turchia sta seguendo da vicino l’evoluzione della situazione in Siria, ribadendo che l’unità, l’armonia e l’integrità territoriale siriana rappresentano una priorità strategica per Ankara. In precedenza, lo stesso Trump aveva dichiarato di aver avuto una «ottima conversazione telefonica» con il leader turco, senza fornire ulteriori dettagli.
La situazione sul terreno in Siria
Il contesto del colloquio è segnato da sviluppi significativi sul terreno. Questa settimana, il
Governo siriano ha preso il controllo di alcune aree nelle Regioni nord–orientali del Paese e ha concesso alle Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, un ultimatum di quattro giorni per accettare l’integrazione delle proprie strutture all’interno dello Stato centrale. Gli Stati Uniti, principali alleati delle SDF, hanno dichiarato che il ruolo e la natura dell’organizzazione sono cambiati con l’emergere del nuovo Governo siriano.
La presidenza turca ha inoltre riferito che Erdoğan e Trump hanno discusso anche della lotta contro l’organizzazione jihadista Stato Islamico e della situazione dei detenuti nelle carceri siriane. Ankara considera le SDF un’organizzazione terroristica, ritenendola legata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), messo al bando in Turchia. Secondo Reuters, la Turchia è il principale sostenitore straniero del nuovo Governo siriano e ha elogiato le recenti mosse di Damasco contro le forze curde.
La questione di Gaza e il Consiglio per la Pace
Nel corso della telefonata, Erdoğan avrebbe anche confermato a Trump che la Turchia continuerà a coordinarsi con gli Usa sulla questione di Gaza. La presidenza turca ha riferito che il leader di Ankara ha ringraziato il presidente statunitense per l’invito a partecipare al cosiddetto “Consiglio per la Pace” degli Stati Uniti su Gaza. Già la scorsa settimana, fonti ufficiali turche avevano indicato che Erdoğan avrebbe presto deciso se aderire o meno all’iniziativa.
La posizione turca sulla guerra a Gaza resta fortemente critica nei confronti di
Israele. Ankara ha più volte definito l’offensiva israeliana come un genocidio, mentre Tel Aviv ha espresso una netta opposizione a un eventuale ruolo della Turchia nella gestione futura della Striscia. Numerosi esperti di diritti umani hanno inoltre sollevato perplessità sull’idea di un consiglio guidato dagli Stati Uniti incaricato di supervisionare gli affari di un territorio straniero, ritenendo che una simile struttura potrebbe assumere connotati di tipo coloniale.
Le reazioni internazionali al piano
Preoccupazioni espresse anche da ambienti diplomatici, secondo i quali un organismo di questo tipo rischierebbe di indebolire il ruolo delle Nazioni Unite nella gestione delle crisi internazionali. Tra le figure nominate dalla Casa Bianca per far parte del Consiglio per la Pace figurano il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’ex primo ministro britannico Tony Blair e Jared Kushner, genero di Trump.
Nel frattempo, otto Paesi del Medio Oriente e della Regione più ampia hanno annunciato la loro decisione di aderire al Consiglio per la Pace, sostenendo formalmente l’iniziativa del presidente degli Usa. In una dichiarazione congiunta, i ministeri degli Esteri di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto hanno accolto con favore l’invito rivolto ai loro leader da Donald Trump per partecipare all’organismo.
I ministri degli Esteri hanno chiarito che ciascun Paese firmerà i documenti necessari in conformità con le rispettive procedure costituzionali, legali e istituzionali. Alcuni Stati, tra cui Egitto, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti, avevano già espresso pubblicamente l’intenzione di aderire all’iniziativa.
La Risoluzione Onu e gli obiettivi del piano
Nella stessa dichiarazione, i ministri hanno riaffermato l’impegno dei loro Paesi a sostenere l’attuazione del mandato del Consiglio per la Pace come autorità transitoria, così come previsto dal Piano Globale per porre fine al conflitto nella Striscia di Gaza, adottato con la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo il documento, l’obiettivo è favorire un cessate il fuoco duraturo, sostenere la ricostruzione di Gaza e promuovere una pace giusta e stabile, basata sul diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla statualità, in conformità con il diritto internazionale.
L’attuazione del piano, sottolineano i firmatari, potrebbe aprire la strada a una maggiore sicurezza e stabilità per tutti gli Stati e i popoli della Regione. Donald Trump ha tuttavia
riconosciuto che alcuni Paesi non possono aderire immediatamente al Consiglio per la Pace, poiché necessitano dell’approvazione dei rispettivi parlamenti. «Alcuni hanno bisogno dell’approvazione parlamentare», ha dichiarato il presidente statunitense parlando con i giornalisti a margine del suo incontro con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, durante il Forum Economico Mondiale di Davos, in Svizzera. Trump ha comunque insistito sul fatto che l’interesse verso l’iniziativa è ampio e include anche Paesi che non erano inizialmente invitati.
George Labrinopoulos
Foto © Anadolu Ajansi, France ONU, AL-Monitor, Al Jazeera













