Sapere quanto costa una guerra e chi ci guadagna è la prima difesa per impedirla, cittadini vigili possono bilanciare gli interessi di privati e di istituzioni economiche
Si stima che nel Mondo attualmente siano in corso circa 56-59 conflitti armati, sempre più internazionalizzati, con ben 92 Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente (dati Acled). Un numero di ostilità senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La proliferazione di gruppi armati, l’instabilità geopolitica (che fa anche aumentare i prezzi) oltre all’utilizzo delle nuove tecnologie sono certamente una parte in causa di questo incremento di violenza, l’altra parte è la mancanza di un contrappeso adeguato in grado di fare argine a tali disequilibri distruttivi.

Si percepisce globalmente allora quella che molti analisti definiscono «recessione democratica» ovvero una crisi delle democrazie contemporanee, in qualità e numero. Un malessere che da quasi un decennio indebolisce dall’interno queste istituzioni dovuto alla combinazione di vari fattori, sociali, strutturali oltre che dalla fatica che le democrazie hanno di dare risposte rapide in un Mondo che cambia vorticosamente.
Ad oggi appena il 40% della popolazione mondiale vive in un modo considerabile democratico e oltre un terzo è soggetto a regimi autoritari. Di fronte al turbinio delle sfide globali e all’apparente efficienza dei modelli autoritari, infatti, le libertà civili e i diritti politici si “contraggono” un po’ ovunque lasciando percepire maggiormente il passo lento delle democrazie a offrire risposte di fruizione immediata anche se più solide e garanzia di libertà. Un po’ una conferma, forse, di quel proverbio che dice “se vuoi andare veloce vai solo, se vuoi andare lontano vai in compagnia”.
Cultura e democrazia, una cittadinanza vigile per un futuro di pace
L’aumento delle disuguaglianze, poi, è risaputo da tempi antichi essere un acceleratore che fa perdere fiducia nel sistema liberale indirizzando le masse, come verso un rifugio, in soluzioni populiste (a volte anche aggressive) o autoritarie, che sanno ben promettere rapide soluzioni avallate spesso da disinformazione quando, addirittura, da fake news. La fiducia dei cittadini vacilla e si radicalizzano così le opinioni riducendo di riflesso notevolmente lo spazio di manovra del compromesso, che è il cuore del metodo democratico, in grado di trovare un “terreno comune” dove le diverse parti di una società libera, con interessi e valori diversi, convivono.
La democrazia è, etimologicamente, il potere del popolo derivando dalle parole greche demos, popolo, e krátos, potere. Un potere oggi esercitato per delega, non direttamente quindi, ma in cui molti cittadini avvertono un senso di impotenza percependo come élite e/o mercati globali abbiano in realtà maggior controllo nel cambiare la realtà a loro favore. Ed effettivamente oggigiorno le priorità sono sbilanciate dalla parte delle istituzioni economiche e della forza industriale, piuttosto che al benessere comune.
È interessante vedere come il grande Aristotele, uno dei più grandi analisti e critici della democrazia, nel Libro IV della sua opera “Politica” (composta tra il 335 e il 322 a. C.) ci possa fornire gli strumenti teorici per capire perché e quando questa (democrazia) può fallire o come, invece, possa funzionare meglio. Aristotele scrive quando la democrazia ateniese è già un sistema politico da circa 180 anni, un secolo dopo il massimo splendore raggiunto con Pericle, pur con qualche ombra di corruzione istituzionale e clientelismo di Stato.
Aristotele contro i sofismi del profitto
Egli considerava la politica come l’arte del vivere bene insieme e sosteneva che la stabilità di uno Stato dipendesse dalla sua struttura sociale. Osservava, forte del
concetto, che l’equilibrio sta nel mezzo, che la pace sociale fiorisce laddove i cittadini sono simili e non divisi da abissali disuguaglianze economiche, che invece possono portare agli estremi non buoni della tirannia e del populismo.
Analizza quindi e descrive minuziosamente i sophismata (ragionamenti falsi che appaiono veri) usati dalle fazioni opposte osservando come l’estrema indigenza spinga i poveri verso l’invidia e la rivalsa con posture rancorose che li rendono facili prede di demagoghi pronti a guidarli in ribellioni per cercare di sottrarre le ricchezze dei pochi. Al contempo critica l’eccesso opposto dei ricchi che cedendo all’arroganza possono tendere a comportarsi da padroni dispotici sentendosi al di sopra delle leggi.
La diplomazia non è un marketing bellico
Individuava così nei mesoi, i mediamente abbienti o classe media quel “giusto mezzo” utile a pilastro della stabilità statale per garantire equilibrio e moderazione basato sull’accordo e il compromesso sociale tra ricchi e poveri, sì che nessuno possa sentirsi escluso. In tal senso Aristotele può essere considerato il primo a ritenere che la politica non è la vittoria di una parte sull’altra ma l’intelligente arte di comporre le differenze armonizzando i diversi interessi sociali o, come disse Otto von Bismarck in tempi più moderni, l’arte del possibile.
Se la politica è l’arte del possibile, la diplomazia è certamente l’arte della mediazione, che si può e si dovrebbe imparare fin dalla scuola perché la pace, così come la guerra, è innanzitutto un modo di vedere l’altro secondo ciò che ci abita. Infatti i pregiudizi, parzialità e distorsioni varie possono creare ostilità e in certe posizioni creare guerre perché queste, oggi come ieri, sono spesso guidate da pochi e da “interessi particolari”.
Questi interessi, prettamente economici (privati), cavalcano tensioni di natura umana (ad es. paura, desiderio di potere) e di geopolitica degli Stati (come ad esempio sicurezza nazionale, religione, ideologie) fomentando un sistema per cui eventi catastrofici, tragici e violenti per molti (come guerre e rivoluzioni) diventano motore di profitti da record per pochi.
La pace un investimento collettivo che genera ricchezza diffusa
Già nel gennaio 1961 l’allora presidente Usa, Dwight D. Eisenhower, ex generale a cinque stelle (sapeva bene quindi ciò di cui parlava), nel suo discorso d’addio alla Casa Bianca vide il pericolo all’orizzonte e criticò il complesso militare – industriale denunciando la rete di interessi politici ed economici che lega Governo e forze armate all’industria bellica.
Interessante quanto attuale la conclusione del suo discorso: «Solo una cittadinanza vigile
e consapevole può costringere il corretto intreccio dell’enorme macchinario industriale e militare della difesa con i nostri metodi e obiettivi pacifici, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme». Un invito e un monito diretto alla responsabilità democratica dei cittadini dunque, che vale anche fuori dagli Stati Uniti, a fare sì che la politica non sia una leva industriale dei privati. Antidoto a questo è dotarsi di cultura critica e di una società civilizzata perché quando il cittadino è consapevole e informato non può essere manipolabile dai colossi industriali.
Secondo gli ultimi dati Sispri, l’osservatorio indipendente più autorevole al Mondo sul commercio di armi, i numeri a riguardo sono allarmanti come lo è anche il vuoto normativo sulle nuove armi autonome e la denuncia di marginalizzazione e strumentalizzazione della diplomazia (che fallisce paralizzata a causa di veti incrociati). Crescono invece con ordini miliardari i profitti privati e le necessità di difesa nazionale stanno creando un sistema in cui la pace è meno redditizia della tensione.
La svolta del WarDept e l’America First
Per gli Stati Uniti, la vendita di armamenti è ora divenuto un pilastro della politica estera oltre che un motore economico fondamentale, una strategia formalizzata dal WarDept, il Dipartimento della guerra americano appena il 10 febbraio scorso nella nuova America First Arms Transfer Strategy dell’amministrazione Trump.
Un cambio di paradigma radicale nella politica estera statunitense in cui i vantaggi economici e industriali, prima semplici effetti collaterali delle vendite militari, diventano obiettivi primari ed espliciti. Una direttiva che unisce ogni decisione sulle esportazioni di armi alla pianificazione industriale nazionale con l’obiettivo cardine di favorire la reindustrializzazione degli Stati Uniti già rafforzata dal Buy American.
Cosa può dirci tutto questo? Innanzitutto che l’ombrello di protezione americano non esiste più, piuttosto ci sono “ombrelli” americani da comprare e pagare per usare. Certo, non si è ritenuti piccoli da soccorrere ma è pure un punto critico di svolta che dovrebbe spingere a riflettere seriamente su un’autonomia strategica europea. Il rischio qui è di rimanere bloccati come clienti obbligati del complesso militare-industriale statunitense.
Del resto, lo sapevano bene i romani, divide et impera e varie concessioni fatte a un Paese e non a un altro. La tattica è quella da millenni consolidata, mettere uno contro l’altro o far sentire uno “meglio” di un altro per indebolire i rapporti e avere il controllo e vendite. Ma dove un singolo (individuo o Nazione) non può far nulla, molto potrebbe un mercato di 450 milioni di cittadini. Così grande sarebbe infatti il blocco negoziale di un’Europa unita a tutto tondo. Oltre 100 milioni di cittadini in più rispetto agli Stati Uniti.
La sfida dell’autorità sovranazionale
Ma i benefici (della cooperazione) possono superarne i rischi (del compromesso)? Citando lo statista Alcide De Gasperi e il suo sogno di integrazione europea, ciò parrebbe possibile in un’Europa federale dove le decisioni risulterebbero più celeri perché a maggioranza e i cittadini avrebbero più voce, voterebbero infatti direttamente per scegliere un unico programma europeo.
Un’autorità sovranazionale, come un allenatore che guarda gli interessi della squadra, avrebbe modo di limitare il potere di certi “interessi particolari” e locali imponendo, ad esempio, regole comuni all’industria delle armi, come pure di spostare, su un piano di efficacia globale, competizioni che attualmente costano di più frammentando il bene pubblico.
L’Ue ha già varie strategie (ad es. Edis; Pesco) per cercare di bilanciare interessi comuni e affari privati ma manca ancora di strumenti quali un’industria della difesa forte e di “casa europea” che renderebbe davvero liberi, non certo per preparare guerre ma per competere meglio, trattenere risorse in “casa”, non mandandole oltre oceano, e per proteggere il lavoro costruttivo della cooperazione democratica all’interno dei confini europei.
Adamo De Palma
Foto © asvis.it, vaticannews.va, wikipedia, piu.uno, war.gov, fondazionedegasperi.org.












