Scuderie del Quirinale, monografica sul Pontormo fuori da Firenze

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Pontormo

La prima mostra monografica fuori da Firenze dedicata a Jacopo Carucci detto il Pontormo alle Scuderie del Quirinale

Uomo “astratto” e tormentato, “fantastico” e impossibile, così viene descritto Jacopo Carucci detto il Pontormo dai contemporanei, dedito alla maniera tedesca, oltre che al culto michelangiolesco, di cervello instabile e capriccioso secondo il Vasari. A questo artista straordinario le Scuderie del Quirinale dedicano la prima monografica fuori dalla Città di Firenze (che nel 2014 allestì una pregevole esposizione accostandolo al Rosso, altro stravagante interprete della cosiddetta “maniera”).

L’arte per Pontormo è cognizione del dolore, inquietudine riguardo il fragore del Giudizio, scansione del tempo terreno e oltremondano. Occupano i suoi pensieri le cure del corpo, la malattia e la paura della morte. Il libro mio, sorta di ossessivo diario tenuto negli ultimi anni di vita, è un documento febbrile della sua ansia, un sussurrare di mera quotidianità al limitare dell’ignoto.

Le prime opere

Magnifica e teatrale l’aperura del percorso espositivo, con tre affreschi staccati dal Chiostrino dei Voti della basilica della Santissima Annunziata. La sua Visitazione, piena di suggestioni derivate dal viaggio romano, in particolare raffaellesche, racchiusa fra l’Assunzione visionaria del Rosso Fiorentino, e la Natività della Vergine di Andrea del Sarto, che di entrambi fu maestro.

Nel rinnovato panorama politico, che vede il ritorno dei Medici nel 1512, Jacopo afferma l’autonomia della propria personalità grazie a incarichi di rilievo. Il modello leonardesco viene riletto attraverso una sensibilità peculiare, incline al visionario. La Pala Pucci adotta modi linguistici d’oltralpe che, coloristicamente, si incarnano in toni acidi e squillanti non immemori della Volta Sistina michelangiolesca. Dal punto di vista compositivo, tutto si gioca su equilibri e contrappunti audaci che stravolgono la declinazione tradizionale della Sacra Famiglia. Il colorito vivo dei volti già impressionò Vasari, mentre il gioco di torsioni e sguardi compone un racconto di raro vigore narrativo.

Medesima attitudine al racconto emerge dalle Storie di Giuseppe Ebreo, tavole dipinte destinate alla camera nuziale di Pierfrancesco Borgherini e Margherita Acciaioli. Un insieme affidato a diversi pittori e qui in parte riunito. Altra tavola importante quella con Il sacrificio di Marco Curzio, da una serie di episodi morali tratti dall’antica Roma. Echi leonardeschi appaiono nel cavallo rampante, mentre la voragine aperta quasi echeggia gli abissi dell’animo suo.

I Capolavori

Il San Giovanni Evangelista e il San Michele Arcangelo da Empoli ricercano nuove forme d’espressione e pose inconsuete. Il demonietto schiacciato dall’Arcangelo assume le fattezze di un putto dalle ali diaboliche, a testimoniare di un linguaggio eclettico e imprevedibile. Nel dialogare sottinteso alla mostra fra contemporanei ecco il medesimo tema declinato dall’allievo Bronzino, con le figure allungate e i colori irreali a richiamare le derive del maestro.

Fra gli oggetti più inconsueti troviamo un desco da parto, vassoio ligneo sul quale venivano portati i pasti e i doni alla madre, splendidamente dipinto dal Carucci. Un’opera commissionata per la nascita di Aldighieri Della Casa, venuto alla luce nel 1526.

La Certosa del Galluzzo

Straordinaria la presenza degli affreschi staccati dalla Certosa del Galluzzo, dove Pontormo lavorò fra il 1523 e il 1525. Opere purtroppo degradate nella stesura cromatica, ma ancora perfettamente leggibili nelle linee del racconto. L’occasione è data dall’infuriare della peste, che convinse Jacopo e il giovane Bronzino a rifugiarsi sul colle nei pressi di Firenze. Qui il pittore si impegnò in un ciclo dedicato alla Passione di Cristo. Fragile come il cenacolo leonardesco, per l’impiego di una tecnica detta “a mezzo fresco”, resta comunque testimonianza imprescindibile. Vasari ne stigmatizzò la maniera tedesca, ispirata in particolare dalle incisioni di Dürer. All’impresa della Certosa appartiene pure la Cena in Emmaus, di grande forza comunicativa. Esposte in mostra, tali opere appaiono maggiormente visibili nei loro dettagli rispetto alla loro collocazione originaria.

Medesimo discorso per la stupefacente Deposizione dalla chiesa di Santa Felicita, in realtà una Pietà parte della decorazione della cappella Capponi insieme ai tondi con i quattro Evangelisti, anch’essi esposti. La composizione orchestrata attorno al corpo di Gesù è intrisa di un lirismo ultraterreno. I colori, di fantastico nitore, abbagliano per la loro purezza. I due garzoni ai quali è affidato il corpo mostrano un candore angelico, e sono i soli a guardare verso lo spettatore, assieme al Pontormo stesso che si è voluto ritrarre in un cantuccio. Lo sguardo malinconico riprende quelli degli altri attori. L’uomo osserva la scena, e medita sul mistero della morte.

Segue la camera Bettini, frutto del sodalizio con Michelangelo, ricostruita nella sua completezza con le lunette di Bronzino, raffiguranti Dante e Petrarca. In Venere e Cupido, Pontormo traduce un cartone michelangiolesco nel quale le figure sono stagliate con scultorea monumentalità.

I ritratti e la Visitazione

Al piano superiore troviamo la ritrattistica, della quale non si può dare ampia sintesi in questa sede. Basti citare l’Alabardiere, riguardo la cui identificazione ancora ci si interroga, o ancora il Ritratto di Cosimo il Vecchio, dal fine encomiastico esaltato dai tratti solidi del volto e dalla  veste rossa, o infine il Doppio ritratto di amici, dal carattere sommamente misterioso. Medesima inquietudine attraversa il Ritratto di giovanetto, un adolescente elegante nel suo abito roseo molto ampio rispetto alle dimensioni ridotte del capo. Vi è un qualcosa di ignoto in quello sguardo, forse già proiettato verso il futuro potere, comunque intriso di una insana malinconia.

A conclusione del percorso, del quale abbiamo potuto fornire solo sommaria descrizione data la ricchezza delle pitture e dei disegni, la Visitazione. Grande colpo di teatro. Le architetture quasi metafisiche nelle quali si svolge la scena giustificano forse la sua fortuna tutta novecentesca. L’atmosfera è quella di una sospensione del tempo che sfocia in un effetto straniante, di grande modernità. Le figure gonfie negli squisiti panneggi sembrano fluttuare nell’aria, come accade del resto nella Deposizione appena descritta. La scena vive in una dimensione surreale, di astratto nitore. I cangiantismi delle vesti esaltano la forza della composizione.

Si esce storditi da tanta bellezza, ma anche inquieti per aver scrutato nell’anima di un artista sommamente astratto e solitario, refrattario alle convenzioni, geniale come solo in pochi sanno essere.

 

Riccardo Cenci

Foto © Arcidiocesi di Firenze, Ottaviano Caruso, Antonio Quattron

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Riccardo Cenci
Riccardo Cenci. Laureato in Lingue e letterature straniere moderne ed in Lettere presso l’Università La Sapienza. Giornalista pubblicista, ha iniziato come critico nel campo della musica classica, per estendere in seguito la propria attività all’intero ambito culturale. Ha collaborato con numerosi quotidiani, periodici, radio e siti web. All’intensa attività giornalistica ha affiancato quella di docente e di scrittore. Ha pubblicato vari libri (raccolte di racconti e romanzi). Attualmente lavora come Dirigente presso l’Enpam.

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