Edgardo Mannucci, la mostra tra Fabriano e Arcevia

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Dagli esordi figurativi alle sculture in metallo, un percorso espositivo ripercorre l’evoluzione artistica dello scultore marchigiano

A quarant’anni dalla scomparsa di Edgardo Mannucci, una mostra in due sedi tra Fabriano e Arcevia ricostruisce il suo percorso, dagli esordi figurativi alle sperimentazioni informali con i metalli. In mostra anche opere di Burri, Prampolini, Pomodoro e altri artisti.

Il maestro del fuoco e della materia

Edgardo Mannucci, nato a Fabriano nel 1904 e morto ad Arcevia nel 1986, è stato il maestro del fuoco e dell’energia della materia. Dopo gli esordi figurativi e il confronto con le ricerche artistiche della prima metà del Novecento, lo scultore marchigiano sviluppò un linguaggio in cui la materia si apre e sembra liberare nello spazio le forze che contiene.

La guerra, la bomba atomica e la percezione delle nuove energie distruttive della modernità contribuirono a orientare la sua ricerca verso forme non figurative, dinamiche e sperimentali. E tutto ciò è il fulcro della mostra Mannucci, fuoco e genesi, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana per ricordare l’artista a quarant’anni dalla morte.

Due sedi per un unico percorso

La mostra, curata da Fabio Marcelli, rimarrà aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2027 Mannucciin due sedi marchigiane: il Polo museale di Zona Conce a Fabriano e il Centro Culturale San Francesco di Arcevia. Il progetto ripercorre il cammino di Mannucci dalla formazione romana nel dopoguerra alla fase postcubista della fine degli anni Quaranta, fino all’affermazione nel panorama della scultura informale italiana e internazionale. Accanto alle sue opere, il percorso mette in dialogo dipinti, disegni e sculture di numerosi artisti, ricostruendo le ricerche che hanno accompagnato la trasformazione del suo linguaggio.

La mostra individua il nucleo della poetica di Mannucci: una ricerca che guarda alle origini della creazione e alle possibilità del materiale di diventare forma nello spazio. Mannucci, prima di diventare grande interprete della scultura informale, si formò attraverso un percorso legato alla lavorazione e decorazione plastica. La sua prima fase artistica si sviluppò all’interno della scultura figurativa.

Gli anni romani e gli Orientalisti

All’inizio degli anni Trenta Mannucci frequentò gli ambienti artistici e culturali vicini al Futurismo, entrando in contatto con Balla e Prampolini. Nel 1931 tenne la sua prima mostra personale, mentre l’anno seguente conobbe il pittore Corrado Cagli, che sarà determinante per il suo percorso artistico.

E proprio con Cagli, Mannucci fondò al Caffè Castellino il gruppo degli Orientalisti, ispirato a Massimo Bontempelli. Al gruppo partecipò anche Emilio Villa, che favorì il passaggio dello scultore al linguaggio informale. Questi esempi chiariscono l’ampiezza dell’orizzonte culturale di Mannucci a Roma fra le due guerre, dove la ricerca artistica si intrecciava con il confronto tra pittura, scultura, letteratura e sperimentazione.

La svolta del dopoguerra

Nel 1935 e nel 1939 partecipò alla seconda e terza Quadriennale di Roma. In quegli anni entrò in contatto con Afro e Mirko Basaldella, Pericle Fazzini, Libero de Libero ed Ezio Sclavi.

Dopo la guerra Mannucci riprese il lavoro artistico con una fase di profonda trasformazione destinata a modificare radicalmente la sua concezione della scultura. Dopo il periodo in Grecia, rientrò in Italia e si avvicinò alle ricerche di Ruggeri e Arturo Martini: tra il 1946 e il 1947 raggiunse una nuova maturità artistica e sviluppò opere non figurative nelle quali il dinamismo e la sperimentazione sui materiali assumevano un ruolo centrale.

La bomba atomica rappresentò per l’artista un elemento di forte impressione: le energie liberate dalle esplosioni e i loro effetti catastrofici contribuirono ad orientare la ricerca verso una forma capace di esprimere la realtà contemporanea. Mannucci abbandonò progressivamente i materiali consueti e si concentrò sul ferro, il rame, l’ottone e il vetro, promuovendo strutture aperte e composizioni dinamiche.

Il sodalizio con Burri

In questa fase si sviluppò anche il rapporto con Alberto Burri, appena rientrato in Italia dopo la prigionia negli Stati Uniti: dal 1946 i due artisti avviarono un sodalizio artistico, in una ricerca che muoveva in un contesto nel quale i materiali e la loro consistenza fisica si trasformavano.

Mannucci collaborò con sculture e scenografie per i film Quo vadis? e Gli ultimi giorni di Pompei.

Negli anni Sessanta la carriera di Mannucci raggiunse l’apice del successo e nel 1962 la Biennale di Venezia gli dedicò una sala. Un percorso complesso, quello di Mannucci, che le due splendide mostre marchigiane testimoniano.

 

Paolo Montanari

Foto © Il Giornale dell’Arte, Finestre sull’Arte, La Notizia.net

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