Brexit ancora in alto mare, confini Irlanda sempre rebus

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Barnier ai ministri Ue, ancora niente accordo. Johnson invoca ammutinamento. May: «Non firmerò intesa a qualsiasi prezzo». Aumentano le richieste di secondo referendum

12 Novembre 2018 | di | Attualità - Europa - Politica

Si apre una settimana che potrà essere cruciale per la trattativa sull’uscita del Regno Unito dall’Ue, la cosiddetta Brexit. Domani si terrà la riunione del gabinetto May, da cui dovrebbe uscire la bozza di accordo per il divorzio, messa assieme dalla squadra di tecnici organizzata nelle ultime ore. Ma la partita all’interno della maggioranza di governo appare tutt’altro che scontata. La premier britannica si trova infatti sotto il fuoco incrociato di “falchi” e “colombe”, che avversano il compromesso, seppure per ragioni opposte, mentre Boris Johnson, ex ministro degli Esteri capofila dei dissidenti “brexiteers” nel Partito Conservatore, dalle colonne del Daily Telegraph (dove tiene un editoriale settimanale, ndr), torna a incoraggiare un “ammutinamento” generale in seno all’esecutivo «per impedire che il Regno Unito diventi “una colonia” dell’Unione europea».

                          Theresa May

I fondamentali per comporre un’intesa tra il resto dei Ventisette e il Regno Unito, saranno sul tavolo, con un’architettura messa a punto per salvaguardare le frontiere irlandesi, pettinando, al tempo stesso, i nodi britannici. Ma come già avvenuto in passato, l’elemento decisivo resta ancora la volontà politica del governo di Londra. E di fronte a nuove avvisaglie di fuoco amico, che già si delineano all’orizzonte, Theresa May potrebbe decidere di rimandare, prendendo altro tempo. In assenza di chiari segnali positivi da Oltremanica questa settimana, è sempre più incerto se sarà convocato un vertice straordinario dei 27 leader a novembre, per sancire il raggiungimento di quei “progressi decisivi”, necessari ad avviare le ratifiche della Camera dei Comuni e del Parlamento europeo. L’unica certezza è che la premier «Non firmerà un accordo con la Ue a qualsiasi prezzo»

Venerdì ci sono state le dimissioni del fratello di Boris, Jo Johnson, dal governo. L’ex ministro dei Trasporti, che a differenza del fratello più anziano è tuttora un deciso sostenitore della permanenza nell’Ue, ha affermato che il programma della May «ci lascerebbe intrappolati in una relazione subordinata» con Bruxelles e ha invocato un secondo referendum sulla permanenza nel blocco comunitario. Stessa ipotesi rilanciata dall’ex premier britannico Gordon Brown. Intanto, il portavoce laburista Keir Starmer ha dichiarato che i deputati non consentiranno che il Regno Unito lasci senza un accordo negoziato e che “tecnicamente” l’intero processo può essere interrotto.

                Boris Johnson

In caso di un nuovo nulla di fatto, tutto potrebbe infatti slittare al mese prossimo, in una sempre più serrata rincorsa, per evitare il disastro di un divorzio fuori controllo, alla scadenza del 29 marzo. Scenario su cui, da venerdì, prenderanno il via seminari di alto livello della Commissione europea, per i 27 Paesi. A testimoniare la delicatezza del momento, anche il silenzio ostinato del capo negoziatore Ue Michel Barnier, con la stampa. Ai ministri europei riuniti a Bruxelles, per il consiglio Affari generali, al termine di una maratona negoziale durata fino alle tre di mattina, il francese non ha nascosto che l’ultimo chilometro è sempre quello più difficile, assicurando però che i punti principali, per raggiungere un’intesa, sono sul tavolo. «Restano aperti alcuni problemi chiave e in particolare la soluzione per evitare una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord» hanno aggiunto dal Consiglio europeo.

 

Angie Hughes

Foto © The Telegraph

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