May pensa a fissare l’ora della Brexit, Ue al conto

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“L’ora x” fissata da Downing Street per il 29 marzo 2019 alle ore 23. Ma il capo negoziatore dell’Unione europea Barnier avverte: «Servono progressi entro due settimane»

10 novembre 2017 | di | Attualità - Europa - Politica

Non c’è ancora nessun accordo tra Regno Unito e Unione europea ma c’è l’ora solenne e irreversibile del divorzio. No, non è uno scherzo, l’anglosassone premier conservatrice Theresa May ha annunciato in pompa magna di mettere nero su bianco giorno e ora della Brexit con un emendamento alla Great Repeal Bill (o Withdrawal Bill), la legge quadro sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa comunitaria in seconda lettura a Westminster – dei due rami del Parlamento la discussione sta avvenendo alla Camera dei Comuni – commentando con decisione che «non intende tollerare» alcun tentativo di bloccare questo storico processo.

Dunquel’isola” (più l’Irlanda del Nord, sui cui confini pendono i principali problemi per l’accordo) – come si è sempre chiamata, a voler sottolineare la diversità dal resto del Vecchio Continente – rialzerà le barriere con l’Unione europea venerdì 29 marzo 2019, alle ore 23, equivalente alla mezzanotte di Bruxelles. Downing Street prova ogni volta a voler rialzare l’asticella per dimostrare di avere sotto controllo la situazione, ma aldilà dei toni da condottiera la leader britannica – uscita pesantemente ridimensionata dalle ultime elezioni e ancor di più dalle recenti uscite dalla squadra di governo – continua a rimanere “sotto scacco” nei negoziati.

La reazione del capo negoziatore per conto dell’Unione europea Michel Barnier è stata quella di ribadire la “concessione” di tempo alla controparte, due settimane, per arrivare “finalmente” a lasciare i preamboli del potenziale accordo e procedere alla seconda fase dei lavori, quella sull’accordo commerciale che determinerà i nuovi rapporti tra le due realtà. Dopo il sesto round d’incontri tra lo stesso Barnier e il ministro UK David Davis, infatti, non è stata ancora presa alcuna decisione sui nodi cruciali da risolvere, come saranno trattati i diritti dei cittadini europei, le tante frontiere irlandesi e il conto del divorzio dai programmi comunitari.

Lasciati i dubbi che ancora serpeggiano in molti commentatori circa i tentativi più o meno velati di bloccare il processo democratico iniziato col referendum in favore dell’uscita dall’Ue – responsabilità in realtà non imputabile alla May bensì al suo predecessore David Cameron – diversamente da quello che pensa il membro della Camera dei Lord John Kerr, ex ambasciatore britannico all’Ue ma soprattutto uno dei funzionari che hanno scritto l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per regolamentare l’addio di un Paese membro all’Unione, i 2 anni di negoziati sulla Brexit, avviati il 19 giugno 2017, si concluderanno come previsto il 29 marzo 2019.

Lo scorso 19 giugno il governo britannico ha presentato alla Camera dei Comuni la proposta di legge (Great Repeal Bill o Withdrawal Bill) per annullare l’atto del 1972 (European Communities Act) che sanciva l’incorporazione della legislazione europea in quella britannica. In questi giorni, come già scritto, si sta procedendo alla seconda lettura –  quella che prevede gli emendamenti – della discussione in uno dei due rami a Westminster dopo che l’11 settembre la Great Repeal Bill è stata approvata in prima lettura. Si prevede l’approvazione definitiva tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Da parte europea il capo negoziatore Barnier ha previsto la conclusione del negoziato nell’autunno del 2018, per permettere le procedure di ratifica al Parlamento britannico e al Consiglio Ue a 27  (a maggioranza qualificata) entro marzo 2019.

 

Angie Hughes

Foto © Daily Telegraph

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