Brexit, ancora incertezza sulle condizioni di uscita del Regno Unito

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Gran Bretagna, Partito Conservatore diviso sul piano Chequers di Theresa May: possibile il modello canadese? Il problema continua a essere il confine irlandese

6 ottobre 2018 | di | Economia - Europa - Politica
Brexit, Teresa May

A meno di sei mesi dalla data in cui si dovrebbe sancire l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’incertezza regna sovrana su quelle che saranno le condizioni finali del commiato. Prevarrà la linea dura, si andrà verso un accordo più morbido o non ci sarà alcuna intesa? Nel frattempo la maggioranza si divide, con l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson che attacca la premier Theresa May, mentre i laburisti sperano in un clamoroso ribaltone, con nuove elezioni ed eventualmente un secondo referendum sulla Brexit.

BrexitAl momento le trattative sono in fase di stallo, anche se la May preferisce «nessun accordo a un cattivo accordo». La proposta di Downing Street, il piano Chequers, è una sorta di compromesso interno al Partito Conservatore e prevede la continuazione della libera circolazione delle merci via confine irlandese e una transizione di 20 mesi verso un nuovo accordo con l’Ue anche per quanto riguarda la circolazione delle persone, senza regole speciali per l’Irlanda del Nord.

Bruxelles respinge al mittente, perché non vuole concedere alla Gran Bretagna il privilegio di godere ancora dei vantaggi dell’accesso al mercato unico europeo senza contropartite. In attesa di capire se le parti riusciranno a venirsi incontro, si cercano di intuire i possibili scenari qualora non si raggiunga nessun accordo. I giornali locali prevedono un sovraccarico burocratico per ogni contatto e scambio con il continente.

BrexitTra le ipotesi ci sono anche quelle di ripercorrere strade già battute. Si è parlato molto di modello canadese, ricalcando le orme dei rapporti tra Canada e Stati Uniti. In questo caso si eviterebbero molti dazi, pur in maniera minore rispetto al mercato comune europeo. Questa è la posizione tenuta dall’ala moderata dell’esecutivo, rappresentata dal ministro degli Esteri Jeremy Hunt e da quello degli Interni Sajid Javid. I critici alla proposta obiettano che rimarrebbe irrisolta la questione dei confini tra Eire e Irlanda del Nord.

Altra alternativa è il modello norvegese, il Paese scandinavo è sempre stato esterno all’Unione europea, ma come Islanda e Liechtenstein fa parte dello Spazio economico europeo (See) dal 1994, ovvero di libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali. L’opzione viene però scartata dalla May, perché andrebbe contro il voto popolare referendario, visto che di fatto cambierebbe poco o niente. Per di più la Norvegia continua a versare una sostanziosa quota annuale proprio per mantenere questi rapporti con l’Ue, uno dei motivi principali che ha spinto alla Brexit.

Brexit, Boris Johnson, Teresa MayAncora più intransigenti i fautori della linea dura, Boris Johnson in testa. Nel corso del Fringe Event, riunione del Congresso del Partito Conservatore, svoltosi a Birmingham, l’ex sindaco di Londra ha definito il piano Chequers della May, senza mezzi termini, una «truffa». Una proposta inaccettabile perché contraria all’espressione popolare di due anni e mezzo fa. Più che un compromesso, per Johnson, si tratterebbe di un accordo «pericoloso e instabile, un oltraggio». Insomma totale opposizione all’idea che la Brexit «possa essere aggiustata». Le opportunità arriveranno, è convinto Johnson, «pensate a cosa possiamo fare con accordi di libero commercio appropriati», dice riferendosi al già citato modello canadese.

«Bello show, ma che su un paio di cose mi ha fatto arrabbiare», la replica della May, interessata alle sorti dell’Irlanda del Nord e ferma sulle proprie posizioni, il piano Chequer, unica proposta a suo giudizio in grado di garantire la permanenza del Paese nel Regno Unito. A spingere per un compromesso è anche il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ma il rischio di un muro contro muro è alto, visto che nessuno è disposto a concedere troppo. L’Ue dal canto suo rifiuta ipotesi che sarebbero solo vantaggiose per la Gran Bretagna, senza condivisione di doveri.

BrexitIl Partito Laburista e Jeremy Corbyn cercano allora di approfittare dell’incertezza. Il leader del centrosinistra crede nella possibilità che il Governo cada sulle questioni della Brexit ed è pronto a candidarsi in caso di elezioni anticipate. Se non si arrivi a queste, Corbyn vorrebbe addirittura proporre un nuovo referendum, a meno che le condizioni dell’esecutivo includano la protezione dei posti di lavoro e l’unione doganale in Irlanda, evitando frontiere con l’Ulster – visti i delicati trascorsi storici. La fronda referendaria non comprende solo l’area liberaldemocratica, ma perfino una parte dei Tories, tra cui Justine Greening, segretario di Stato per lo Sviluppo Internazionale, e la parlamentare Anna Soubry.

Altra pressione arriva da un attore terzo ma interessato come il Fondo monetario internazionale. La direttrice operativa Christine Lagarde auspica un’intesa più mitigata rispetto alla linea oltranzista, che secondo lei «manca di realismo» e non guarderebbe alle conseguenze. Al contrario il Fmi stima, in caso prevalga la linea morbida, una crescita del Pil britannico dell’1,5% già nel 2019, cifre che non sarebbero raggiunte in caso contrario. «Qualsiasi possibile esito di Brexit comporterà costi per l’economia britannica in confronto all’attuale buon funzionamento del mercato unico», prosegue la Lagarde, «maggiori gli impedimenti al commercio in futuro, più grandi i costi», chiude.

Jean-Claude Juncker, Theresa MayAl di là delle speculazioni, per arrivare a comporre un quadro ben più definito si dovrebbe  attendere ancora qualche mese. A ottobre ci si aspetta che il Consiglio europeo vagli le proposte di dialogo che per Bruxelles non può prescindere dall’evitare frontiere fisiche tra le due Irlande, dopo gli accordi che venti anni fa hanno messo fine a una cruenta fase di terrorismo e repressione. L’Europa vuole assolutamente scongiurare il backstop, questa netta divisione tra territorio dell’Unione e Regno Unito, ipotesi comunque allontanata dalla stessa May.

La premier si trova in una difficile posizione, con ostilità all’interno del suo stesso partito e al tempo stesso con un’Ue che si sta leggermente ammorbidendo ma che vuole delle proposte concrete sul tavolo delle trattative entro il 18 ottobre, data del Consiglio europeo. La responsabilità sembra dunque passare totalmente su Downing Street, nella speranza che si riesca a sintetizzare una posizione chiara nell’ambito della maggioranza. In caso di esito positivo, a novembre potrebbe esserci l’agognata chiusura dei negoziati.

 

Raisa Ambros

Foto © liberation.fr; www.independent.co.uk; HabariCloud Today; uk.businessinsider.com; euobserver.com

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